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Il diciassette di dicembre, si sa, è giornata, da sempre, alquanto particolare: a sette lunghezze...

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«Die Reise ins Paradies si intitolavano le pagine risalenti alla metà degli anni Venti in cui Agathe e Ulrich (ma allora si chiamava Anders, l’Altro), non ancora diversi, ancora davvero gemelli, salpano da ogni terraferma, per ritrovarsi sulla più sottile striscia di terra sabbiosa. Viaggio verso il Paradiso – dove ha termine?» si chiede Massimo Cacciari in questuo suo, concentrato e bello, Paradiso e naufragio. Saggio sull’Uomo senza qualità di Musil (Einaudi, Torino, 2022). Già, dove? Il triplice romanzo di Musil (diviso com’è in tre parti, delle quali le prime due edite durante la vita dell’autore – 1930 e 1933 – e l’ultima, uscita postuma nel 1943 ma non in forma conclusiva) apre questo e tanti altri interrogativi lungo la strada della lettura che ne fa il filosofo veneziano. Certo, un romanzo incompiuto è sempre (e per sempre, ovviamente) un «naufragio», ma, in questo caso, i «naufragi» sono due: quello editoriale, come ho detto sopra, e quello, personale e (insieme) politico, del buon Ulrich, il protagonista. La mancata conclusione di una scrittura possibile non solo è indice e spia della mancata conclusione della storia che vede protagonista lo stesso Ulrich e sua sorella gemella Agathe, prima di tutto, ma anche, al di là della morte dell’autore intervenuta nel frattempo, dello stallo e della frana dello stesso impossibile che Musil aveva intenzione, evidentemente, di rendere possibile. Insomma, Ulrich è l’uomo del possibile; il «possibilista». Costui «non potendo mai conformarsi ai caratteri di ciò che semplicemente accade, sarà (…) uomo senza qualità. L’uomo senza qualità è precisamente colui che matura il semplice “tutto accade” nella forma del disincantamento statistico e sa combinare quest’ultima col senso della realtà possibile». Ulrich non è un tipo strano; e non è un tipo affatto strano rispetto al periodo in cui gli è toccato in sorte di vivere (il romanzo si svolge nel 1913). Ulrich unisce, in sé, la matematica (declinata da Massimo Cacciari come «statistica») e una certa qual tendenza al «vuoto anelito del suo superamento». Da un lato c’è la descrizione, dall’altro l’intuizione. Da una parte c’è la precisione, dall’altro l’emozione. Da una parte c’è il determinismo (coi suoi «nessi causali»); dall’altro: «la dimensione acausale dei fatti». Infine: da una parte c’è la comprensione e dall’altra l’amore. L’esito aporetico, in casi come questo, è ineliminabile. E, infatti, Robert Musil capitola verso un finale che egli vuole «Mistico» e che – nel rivalutare il sentimento – tenta di congiungere determinatezza e responsabilità. In definitiva: nella serie successiva dei casi (della vita) si registra una lacerazione, un buco, un foro o meglio una crepa che può essere coperta solo da una determinata «decisione». «Anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare» cantava Francesco De Gregori ne Il cuoco di Salò. E Giuseppe Ungaretti chiosava: «E subito riprende/ il viaggio/ come /dopo il naufragio/ un superstite/lupo di mare». Ma verso dove «riprende il viaggio» lo abbiamo detto prima, e comunque, ce lo ha detto, anche a chiare lettere, un altro cantautore: «Destinazione paradiso» (Gianluca Grignani). Ricordando che si deve pur «mangiare» e che, contro questa realtà cozza pure il possibile, se ne ha che l’ultimo dei possibili (l’amore fra i due gemelli; due opposti che diventano una cosa sola) diventa l’impossibile contro cui frana l’intero romanzo. «Cosa significa voler trovare la porta del paradiso senza credere in Dio?». Ulrich consuma la sua esistenza (diversa dall’essenza, che egli, eventualmente, sta sempre cercando) comprendendo «che la sua vita era cresciuta spezzata (..) tra i due alberi»: «volontà di potere più che semplicemente forza e amore». Cos’è questo romanzo, dunque? E qual è lo specifico filosofico della lettura di Massimo Cacciari? La risposta a entrambe le domande si trova a pagina 11 di questo libro: «Nessuna sintesi tra i due mondi – l’esigenza, invece di esprimere con precisione (…) il “buco” che si è aperto nel nesso causale, la crisi dei fondamentali principi “classici” di spiegazione del mondo». Questa emblematica crisi, che avrebbe portato a due guerre mondiali, a Hiroshima e a tutto quel che ne è seguito, compreso Donald Trump, è quella nella quale «Ulrich si colloca in quella difficile dimensione spirituale, stretta tra apologia della tecnica specialistica e rifiuto di essa in nome di un’ideale di Kultur, ondeggiante tra classicismo, Romantik e entusiasmi rivoluzionari». Ulrich indaga i «punti critici» dell’insieme dei valori del suo mondo; cioè: della cultura del suo tempo. E vi trova dei «buchi», delle crepe; la «decisione» schmittiana dovrebbe arrivare a chiudere quei «buchi». E in effetti lo farà – l’Austria di Robert Musil ne saprà qualcosa il 12 marzo 1938 quando Hitler, col suo Anschluss, se la annetterà. Musil e Ulrich avranno, almeno il merito di avere «posto il problema». Massimo Cacciari, invece, leggendo e interpretando L’uomo senza qualità ci sta facendo presagire ben altre «crisi», ben altre «decisioni» e una ben altra «tellurica inquietudine» che attraversa, oggi, questo nostro mondo che viaggia assolutamente senza una direzione.
