Fatica senza fatica: il 14 e il 15 marzo tutti al Vittoriale degli Italiani!
Sabato 14 dalle ore 16.00 e domenica 15 marzo dalle ore 11.00, il Vittoriale degli...

Sabato 14 dalle ore 16.00 e domenica 15 marzo dalle ore 11.00, il Vittoriale degli...
«Γλώσσα και πατρίδα είναι το ίδιο. Το να πολεμά κανείς για την πατρίδα του ή για την εθνική του Γλώσσα, ένας είναι ο αγώνας. Πάντα αμύνεται περί πάτρης» (“Lingua e Patria sono la stessa cosa. Combattere per la propria patria o per la propria lingua nazionale è una medesima lotta. Si tratta sempre di difendere il Paese“) – Γ. Ψυχάρης «Το Ταξίδι» [G. Psycharis “Il Viaggio”] 1888.
Nonostante le critiche di Tocqueville (la democrazia ha la tendenza a degenerare in una sorta di «dispotismo addolcito»), fu la dottrina Monroe («l’America agli Americani»!) a consolidare e riaffermare il primato degli States (dove si parla prevalentemente inglese), mentre un’analoga confederazione latino-americana (di lingua spagnola) venne abortita sul nascere. Se è mai esistito un Homo europaeus (da identificare con il Cro-Magnon?), la ricerca delle sue origini, e della sua evoluzione (come siamo diventati caucasici?), non ha poi mai potuto prescindere da un’attenta analisi linguistica del suo idioma (indoeuropeo). Può, allora, una Nazione nascere senza l’autodeterminazione del suo popolo, un Paese senza essere riconosciuto come Patria da chi parla, e pensa, con le medesime modalità?
C’è chi ritiene che la rinnovata unità italiana, risorta dalla guerra civile successiva alla resa incondizionata alle truppe alleate nel secondo conflitto bellico mondiale, sia stata determinante al fine di coltivare quell’appena vagheggiata idea europeista, nella ferma convinzione di ricavarne la sicurezza di non ricadere in un destino mal condiviso con altri, anzi legandolo strettamente a un assetto democratico, “sorvegliato” da oltreoceano (l’imperialismo americano!), che potesse garantire maggiore “libertà”, sottraendolo così a quel rischio sempre incombente di, sia pur, singole, ma frequenti ricorrenze nei paesi prospicenti il mar mediterraneo; sottintendendo velatamente la costa mediorientale e il cosiddetto nord-africa bianco che va dalla valle del Nilo al Maghreb, e incorpora parte di Sahara e Sahel; regione, un tempo, nota come Barberia, poiché storicamente abitata da popolazioni europoidi, le cui lingue afferiscono al berbero, – dall’arabo barbar o dal latino barbarus, entrambi provenienti dal greco βάρβαρος, e tutti termini dalla semantica analoga nel designarne un’incomprensibilità, anche socio-culturale e religiosa.
Multilinguismo/ multiculturalismo
E d’una tal certa incomprensibilità, più che linguistica, sembra affetta adesso un’istituzione, come l’Ue, che incoraggia il multilinguismo, trascurando spesso che è molto difficile da sdoppiare dalla lingua madre la stessa modalità del pensare. Due dozzine di lingue europee equivalgono a due dozzine di culture e prospettive ideologiche di conseguenza differenziantesi. Con l’aggravante, dopo Brexit, del paradossale inserimento dell’inglese, parlato solo in Irlanda (poiché a Malta è più comune il maltese e, nella “duplice” Cipro, greco e turco), tra le tre lingue ufficiali, che contemplano anche francese e tedesco, scelte con il criterio della loro maggiore diffusione; – e c’è da chiedersi, a questo punto, se soltanto all’interno della stessa unione vale questa maggiore diffusione e non piuttosto nel mondo intero, altrimenti non si spiegherebbe, tenendo sempre conto del dopo Brexit, il mantenimento del britannico inglese (che non sia pure americano?), ma neppure l’esclusione dello spagnolo, e magari perfino di mandarino, o russo, in considerazione invece della densità di popolazione o dell’estensione territoriale, oppure di hindi, arabo, bengali, ecc., avendo presente l’inarrestabile immigrazione clandestina.
L’irrilevanza del “vecchio” continente
Chi per evitare l’irrilevanza d’un ormai “vecchio” continente, ne prepara il futuro nel Mediterraneo, predisponendo così una strada privilegiata per governare il pluralismo, sembra non valutare gli evidenti e vari ‘scontri di civiltà’ che stanno minando le basi stesse d’un improbabile dialogo interculturale e interreligioso, reso oltremodo difficile nella concretezza di dover ricorrere a lingue, religioni, civilizzazioni, e quindi schemi di pensiero abbastanza diversi. Cosa non da poco, se si considera che tra le decine e decine di focolai attuali di conflitto, tra guerre civili (già nella dirimpettaia Libia) e schermaglie etniche (Burkina Faso, per esempio), la stragrande maggioranza sono con militanti islamici, senza contare il precario equilibrio del presente assetto tra le maggiori potenze che perseguono finalità spesso tra loro incompatibili, soprattutto dal punto di vista economico.
Il “grande spazio” di Carl Schmitt
Un profilo prettamente economico possiede quel “grande spazio” di cui parlava Carl Schmitt, una concezione che conserva l’idea di fondo d’un nucleo centro-europeo germanico contornato da “staterelli” satelliti con cui relazionarsi a salvaguardia dell’economia tedesca, fidandosi d’una loro relativa omogeneità nell’adeguarsi alle strette regole di comportamento finanziario, in primis, e secondariamente socio-culturale; una sorta di ordo-liberalismo che governi saldamente tenendo al riparo i protagonisti dal caos d’un eventuale indebitamento; e di questo ne sa più di qualcosa la Grecia.
Europa centro-orientale
Le concrete dinamiche geopolitiche scaturiscono dalla “psicologia delle popolazioni” che va a relazionarsi con una propria “alterità” di riferimento prossimo, per l’Europa centro-orientale rappresentata da quella grande estensione del territorio russo, dalla natura intimamente illiberale, dalla quale vorrebbero distanziarsi i paesi cuscinetto, tipo le baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, e di seguito Polonia, Ucraina e Moldavia (dove non è da trascurare il problema della Transnistria); a cui va aggiunta la Turchia, titolare dell’appalto dei flussi migratori, ma non certo geo-politicamente riconoscibile come paese interamente europeo, nonostante la comunità turca, con oltre tre milioni di residenti in Germania, sia tra le più numerose e influenti.
Una “compresenza funzionale”
C’è da chiedersi, con sincerità, quale sia la vera identità storico-culturale della Ue, visto che si tratta più che altro d’una “compresenza funzionale” d’un insieme di nazioni non attinenti a un unico Stato (con la maiuscola), con una propria Costituzione (e anche qui la retorica impone la maiuscola), con Corti di giustizia che s’esprimono su principi umanitari senza far legislativamente riferimento a un’«autorità» superiore che le abbia insediate, e infine, ma non ultimo, con un proprio Esercito in armi, e non semplicemente una mao-zedonghiana “tigre di carta”, dispensatrice di ramoscelli d’ulivo, in modalità peacekeeping.
Verrebbe da citare l’espressione prosaica con cui Stalin, durante i colloqui di Yalta, zittì Churchill e Roosevelt, che gli facevano presente di tener conto anche delle esigenze di Pio XII sul futuro assetto europeo: «Di quante divisioni corazzate dispone?».
Proiezione ortogonale religiosa
Porre dei seri dubbi sulle radici ebraico-cristiane della civiltà vetero-continentale, per lasciarle solo quelle dell’erudizione umanistica rinascimentale olandese (alla Erasmo da Rotterdam, per intenderci), o quelle laiche dell’Illuminismo francese, insieme con la presunzione d’una superiorità culturale in grado d’esportare democrazia dappertutto (e a che costo!?), o farsi faro d’evoluzione progressista per tutto il globo terraqueo, contribuisce a rafforzare un’unione già protesa a non gestire razionalmente l’accoglienza degli immigrati prevalentemente islamici, nei confronti dei quali sembra provare una certa ambigua soggezione, molto verosimilmente per un, ancora non sopito, retaggio di antichi sensi di colpa?
La proiezione religiosa ortogonale sull’assetto politico dovrebbe rendere più riconoscibili i conseguenti confini identitari: ortodossia a oriente, protestantesimo a nord, cattolicesimo a sud ovest; e la “transcontinentalità” della Turchia, per via di quell’estrema parte orientale della Tracia, ne rappresenta una contraddizione o un caso a sé stante?
Mentre la situazione geografica d’Israele sembra quasi assumersi il ruolo d’un’exclave “occidentale” in seno ai territori circostanti (di Libano, Siria, Giordania ed Egitto, nonché le palestinesi Cisgiordania e striscia di Gaza), tutti appartenenti alla sfera d’influenza musulmana. Laddove, forse, la presenza ebraica è storicamente stata quasi sempre a garanzia e dimostrazione di tolleranza e multiculturalità.
Protestanti vs cattolici
Il bisogno di riequilibrare i rapporti tra germanesimo centro-orientale, a maggioranza protestante, e latinità cattolica aveva indotto il filosofo d’origine russa Alexandre Kojève a proporre al generale de Gaulle, nell’agosto 1945, un progetto geopolitico in base al quale, se la Francia non avesse voluto assoggettarsi ancora al blocco centro-orientale, a quello sovietico e all’anglosassone, avrebbe dovuto allearsi organicamente con Spagna e Italia.
In tal caso la diversa “relazione con l’alterità” sarebbe stata contraddistinta, più che dal Canale della Manica, dalla molteplicità del mediterraneo, con quella pluralità di disposizioni mentali di popolazioni abbastanza eterogenee. La necessità d’adottare parametri comuni avrebbe però riscontrato difficoltà già nel gestire le regioni provenzali, la Corsica, la Catalogna, la Sicilia e l’irrisolto divario italiano tra Padania e meridione, quasi fuoriuscito dalla divisione bellica tra repubblica di Salò e regno del sud con capitale Brindisi, che insisteva nel rinnovare le problematiche colonialiste sabaude nei confronti del precedente governo borbonico.
Sunniti vs sciiti
Relazionarsi con un mare non più “nostrum” significa allora affrontare, in termini realistici e non pregiudiziali, la questione dei delicatissimi rapporti con le varie componenti del maomettanesimo, sia sunnita che sciita, e dell’immigrazione disordinata, a cui cercare quanto meno d’imporre un adeguato livello d’integrazione, non fosse altro, almeno per ciò che riguarda tutte quelle pratiche lesive della persona nel fisico e nel morale, intollerabili in paesi sedicenti civili.
Nel corso della storia dell’Islam, anche nei periodi premoderni, il pellegrinaggio religioso come la migrazione per diffondere il credo musulmano sono stati evidentemente fondamentali per un riconoscimento identificativo preponderante nella mobilità di intere popolazioni. Si pensi al ḥajj (pellegrinaggio tradizionale) alla Sacra Moschea della Mecca, che costituisce il quinto pilastro dell’islam (arkān al-Islām), o al Jihād d’aggressione, oltre che, come consuetudinariamente e comprensibilmente, di difesa.
È piuttosto arduo, comunque, interpretare somiglianze e differenze, nelle culture materiali di siti o regioni, tra invasione, colonizzazione, commercio, migrazione o capillare, banale e anodina, diffusione culturale.
Una mobilità “dentro fuori”
La questione del carattere specificamente mediterraneo d’una mobilità “dentro/ fuori” viene avvalorata dagli esempi offerti dall’antica colonizzazione fenicia e greca. La medesima topografia di questa regione, con le masse continentali che si affacciano su un unico corpo d’acqua salata, punteggiato di isole ed eminentemente navigabile, sembrerebbe invitare per sua stessa natura a un “fuori” proiettato allo “spostamento spaziale”, fin dalla tarda preistoria e protostoria alla storia più recente. Ce lo testimonia Omero che le stesse “narrazioni” di mobilità, dai nóstoi (νόστοι) ai viaggi, scambi di cultura e di lingue, sarebbero attratte dal Mediterraneo come da nessun altro mare.
Più Europe più mediterranei
Non c’è accordo invece sull’alternativa eventualmente unificatrice o frammentante delle forze che spingerebbero a tali spostamenti. Il principale esponenti dell’École des Annales, Fernand P. A. Braudel, ha sostenuto che non esiste un unico Mediterraneo, ma tutt’un complicato insieme di molti mari (La Méditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, 1949). E, se l’unità di questo pelago costituisse un “fatto” intellettualmente costruito, sarebbe sempre la “frammentazione” la caratteristica fondamentale dell’intero paesaggio, della cultura e della storia di questo specchio d’acqua salata poco più che lacustre.
Un mare frammentato
Se dovesse trattarsi d’una frammentazione eccezionale, di numerosi micro-paesaggi e porzioni di territori marini caratterizzati da prevalenti condizioni ambientali estremamente instabili e imprevedibili, sicuramente il Mediterraneo sarebbe ancora più complesso. Purtuttavia, ciò che conta sono, ancora una volta, mobilità e connettività nel collegare le varie microregioni e compensarne così l’incertezza, rendendo questo “punto d’incontro”, contemporaneamente, sia un luogo di opportunità ma anche di rischio, soprattutto quando le persone lo scelgono con consapevolezza per trasferirsi in periodi difficili e mettere in comune le risorse, oppure per cercare guadagni in condizioni meno negative all’esterno dei loro habitat naturali d’origine.
Un “microcosmo globale”
Qualunque sia la condizione di partenza e di arrivo e, comunque sia caratterizzata (in termini diversi da esplorazione, sussistenza, diaspora, o commercio), in un teatro mediterraneo ricco di sfide e opportunità, sarebbe sempre questa mobilità a costituire un’opportunità/ necessità condivisa e per la prosperità e per la sopravvivenza. In questo senso, si può arrivare ad affermare pertanto che il Mediterraneo è stato un punto di fusione, e anche di confusione, per alcune delle civiltà più importanti (assira, egiziana, minoica, micenea, fenicia, ellenica, romana) e dunque un primissimo, originario e fondamentale “microcosmo globale”.
Un’ «ovvia» mobilità
In “The making of the Middle Sea: a history of the Mediterranean from the beginning to the emergence of the Classical world” (2013), Ciprian Broodbank sintetizza un pensiero, dunque, sempre valido e attuale: «Il Mediterraneo della preistoria, microcosmo dove tutto si è formato, è il modello perfetto per aiutarci a indagare il mondo globalizzato in cui viviamo».
L’archeologia individua nel passato istanze di “mobilità” quasi come una cosa ovvia pure per il presente; eppure, ciò che manca, proprio adesso, sarebbe una riflessione, esplicita e non pregiudiziale, a riguardo della gamma delle attuali “forme” di mobilità e dei loro “effetti” sulle società di oggi.
Rotte e radici
Un moderno focus sociologico su tale fenomeno potrebbe rivelarsi forse un nuovo “paradigma” (Mimi Sheller & John Urry: The New Mobilities Paradigm, 2006), o quanto viene anche definito, da Tim Cresswell (“Mobilities I: Catching up“, 2011), un “turno” di mobilità, per il fatto di concentrarsi specificatamente sulle “rotte” e non solo sulle “radici”, nel riconoscere il movimento come intrinseco e la “mobilità” in quanto aggiunta, cosicché, come sostiene James Clifford (“Routes: Travel and Translation in the Late Twentieth Century”, 1997), «… centri culturali, regioni e territori distinti, non esistono prima dei contatti, ma sono mantenuti attraverso di essi, appropriandosi e disciplinando i movimenti irrequieti di persone e cose». Perché, infatti, non è sufficiente concentrarsi semplicemente sui movimenti, ma occorre anche farlo sulla varietà di “cose”, compresi gli oggetti specifici e perfino le idee, speranze e illusioni, che si spostano insieme con gli esseri umani.
Un tema relazionale in rapporto con l’alterità
Questa prospettiva invita a un’aperta analisi della stessa “globalizzazione”, quale reazione, difensiva od offensiva, o semplicemente necessaria e spontanea al “sedentarismo” socio-antropologico e pure geografico, se, sempre per Tim Cresswell, la mobilità andrebbe sempre “considerata in relazione alle forme del luogo, della sosta, della quiete e dell’immobilità relativa” (Cresswell 2011, pag. 552).
In questo senso, in una politica differenziata e differenziale, la mobilità, quale «orientamento verso se stessi … e il mondo» (Peter Adey, “Mobility”, 2010, p. xvii), andrebbe, allora, anche definita “relazionale” nel rapportarsi con l’«alterità» in genere, ma ancor più culturale e linguistica.
I fascismi mediterranei
Invece, in quel senso politicamente utilitaristico di cui si diceva all’inizio, sul versante del pacifismo, il meridionalista meridionale Giustino Fortunato sembra sia stato lungimirante, ripensando a quanto è poi avvenuto dopo la sua morte: in Portogallo (Estado Novo, 1933), Spagna (Franco, 1936), o soprattutto in Grecia, con quei ripetuti colpi di stato, a cominciare da Plastiras sino al “regime dei colonnelli”.
La Grecia moderna
Le conseguenze di queste questioni cruciali, di volta in volta, hanno fatto tacere la retorica e disilludere quei tanti ebbri d’erudizione, soprattutto nell’inanellare vicende contemporanee a improponibili rimembranze classiche. Papadopoulos non fu Pericle e Makarezos non emulò Temistocle. In quel frangente, s’affievolì persino il ruolo fondativo che gli ecisti ebbero nella medesima storia della nostra penisola, rinnegando pure la riscoperta rinascimentale dell’umanesimo.
I più recenti “screzi economici” della nazione ellenica con l’unione europea hanno ridotto la patria stessa della democrazia a misera orfana del bizantinismo e d’un relativamente breve giogo ottomano, però sempre di ben cinque secoli, e la quasi metà esatta del precedente periodo costantinopolitano; le incertezze delle brevi parentesi liberaldemocratiche han seguito un andamento modulato su d’un modello mediterraneo che accomuna Iberia ad Anatolia, come i Balcani ai paesi nordafricani, su cui han pesato a lungo gli interessi del colonialismo francese, basti pensare all’Algeria.
La colonizzazione
Ma anche Olanda (del Regno dei Paesi Bassi fanno ancora parte sei isole nel Mar dei Caraibi), Germania (l’Impero coloniale tedesco terminò nel 1919) e Portogallo, per tacere della Gran Bretagna, sono state potenze coloniali e, per certi versi, lo sono ancora nel perseguire istanze economiche equivoche, dal punto di vista culturale e religioso, grossolanamente interpretabili come irrispettose nei confronti dei cattolici, per esempio, o dei problemi d’un mondo arabo, che tra l’altro, non è neppure monolitico.
Chi ottimisticamente continua a guardare al “nostro” (l’imperiale “nostrum”?) mare da sempre come a un laboratorio di complessi ma fecondi intrecci culturali, dimentica che questa naturale cornice dell’incontro fra esperienze diverse è portatrice d’un’eredità storica controversa proprio perché inserita in tale collocazione geografica.
Competizione/ integrazione
All’alba dei tempi, questo Mediterraneo non fu affatto un luogo d’integrazione, se pensiamo alla concorrenza tra nordici Neanderthal e Sapiens provenienti dalla sponda meridionale; una competizione sfociata, nel momento della loro entrata in contatto, in un, non poi eccessivamente, lento rimpiazzamento dei secondi a scapito dei primi, vuoi per genocidio, vuoi per ibridazione o selezione sessuale.
Per venire a tempi più recenti, luglio 1940, il primo vero scontro in mare del secondo conflitto mondiale, che vide la più alta concentrazione d’armamenti navali nel Mar Mediterraneo tra Italia e Inghilterra, avvenne a sud-est di Punta Stilo. Qui, pur essendo in condizioni estremamente favorevoli, la Regia Marina mancò di conseguire dei risultati, tanto che l’ammiraglio tedesco Eberhard Weichold polemicamente sostenne che l’Italia aveva “mancato la sua ora decisiva” (Fabio De Ninno, Fascisti sul mare, 2017 – p. 235). L’anno successivo, al largo del Peloponneso, fra l’isolotto di Gaudo e Capo Matapan, la Mediterranean Fleet britannica, infliggendo gravi perdite agli italiani, assunse il pieno dominio di ciò che si pensava un Mare nostrum, entro il quale Puglia, Calabria e Peloponneso s’insinuano come vere e proprie propaggini continentali di fronte alle isole centrali di Sicilia, Malta e Creta.
Il problema linguistico
Quasi duecento anni di lenta re-immissione in una condizione di minor miseria civile e culturale non hanno impedito alla Grecia circostanze, spesso, meritevoli di apprezzabile resistenza, come alla presuntuosa invasione da parte dell’altezzosa dittatura fascista della vicina figlia naturale della medesima civilizzazione, ai tempi di Metaxas.
La diglossia
Ampliando il contesto di riferimento, dal geografico e storico-politico a quello culturale più ampio o allo specifico linguistico, non si può fare a meno di notare che, a partire dalla caduta dell’Impero d’oriente, nel 1453, sono coesistite delle forme arcaiche di lingua greca con vari dialetti parlati a livello regionale, in forma di locale diglossia, per come è accaduto in Italia, almeno fino all’avvento relativamente recente della televisione di Stato. Già nella sola Calabria le formulazioni dialettali sono innumerevoli, anche se poi riconducibili sommariamente alla duplice influenza greca e latina, con persistenze di minoranze grecofona, arbëreshë, occitana e rom.
Nella Grecia del XIX secolo, in sostituzione d’un “demotico” (δημοτική), popolare, s’è tentato d’introdurre una versione purificata, katharèvousa (Καθαρεύουσα), che ovviamente non ha avuto alcun effetto su quel certo “italiota” (Κατωιταλιώτικα), retaggio del dominio greco in Italia, parlato nelle piccole comunità meridionali, definito grico nella cosiddetta Grecìa salentina e grecanico nell’estrema punta dello stivale.
La questione della lingua
Questo problema glottologico (Το ζήτημα της γλώσσας, La questione della lingua, è il titolo del manifesto demoticista di Nikolaos Konemenos del 1873), fu posto già quando la fondazione dello Stato nazionale greco era ancora sub iudice, vedendo dichiaratamente ostile al vernacolare la classe nobiliare, molto istruita, dei fanarioti discendenti da antiche famiglie bizantine di Costantinopoli o di Trebisonda, epiroti, od originari delle isole del mare Egeo, ma pure albanesi, romeni o levantini, ormai ellenizzati.
L’uso ufficiale del greco antico quale lingua del culto ortodosso s’infranse con la nascita, nel 1870, dell’Esarcato Bulgaro e il crescente senso nazionalistico degli altri popoli balcanici, in particolare slavi. Era, del resto, naturale che ogni nazione che aspirasse all’indipendenza promuovesse nel contempo, di conseguenza, sia nell’uso pubblico che nell’istruzione didattica, la propria lingua identificativa.
L’ambizione di dimostrare la continuità territoriale e culturale tra modernità e antichità era ovviamente funzionale allo “sforzo nazionale” anche contro la minaccia slava proveniente da nord, almeno quanto la necessità di “de-turchizzare” in via definitiva la parlata ellenica, all’indomani dell’indipendenza dal dominatore orientale. L’isola di Cipro, e Stato insulare del Mediterraneo orientale, è rimasta tuttavia divisa de facto in due parti separate dalla cosiddetta linea verde, demilitarizzata, istituita dall’Onu.
Il mio viaggio
«Σου µιλώ µια γλώσσα, που δεν την έχει ο καθένας και που µπορείς και συ να µας τη ζουλέψεις, µια γλώσσα, που είναι παιδί και µοναχοκόρη της παλιάς της ελληνικής, την καινούργια µας τη γλώσσα, που πρώτος εγώ σήµερα τη γράφω» (Ti parlo una lingua che non tutti padroneggiano e che tu puoi invidiarci, una lingua che è bambina e figlia unica del greco antico, la nostra nuova lingua, che io per primo scrivo oggi).
Nel paragrafo introduttivo a “Il mio viaggio” (Το ταξίδι μου, 1888), il filologo Ioannis Psycharis, che all’École des hautes études di Parigi insegnava neogreco, influenzato dal suocero Ernest Renan e da Hippolyte Taine, dichiarò lapidariamente: “Lingua e patria sono la stessa cosa. Lottare per la patria o per la lingua nazionale è un solo identico problema“.
Cosmopolita
Pur essendo nato a Odessa, trascorse l’infanzia a Costantinopoli, poi seguì il padre, console generale dell’Impero Ottomano a Palermo, prima di stabilirsi, durante l’adolescenza, con la nonna a Marsiglia; Parigi, dove compì gli ultimi anni del liceo, e in seguito gli studi di lingua e letteratura francese, dopo una deviazione per la facoltà di giurisprudenza a Bonn, divenne però la sua meta finale.
Di madrelingua russa, a Costantinopoli imparò il greco katharévousa grazie a lezioni private, il demotico, varietà “bassa” della lingua neoellenica, secondo la teoria della diglossia, mediante il contatto diretto con le persone. La frequentazione d’una famiglia italiana gli ha permesso di imparare perfino qualche parola di italiano.
All’École des hautes études di Parigi divenne il mentore del demotico che collegava direttamente all’integrazione nazionale ellenica. Culturalmente calato, però, in un mondo internazionale, francofono, anglofono, germanico, così come russo, turco, italiano, in cui la diglossia era, se non del tutto sconosciuta, abbastanza poco considerata, alimentò, in un certo senso, l’impressione che il caso greco fosse un unicum da correggere con un ingente intervento letterario.
La diglossia in Europa
Benché fosse particolarmente delicata e aggravata da una situazione storica e geografica piuttosto frammentata, la diglossia era, tuttavia, comune pure nel sud occitano della Francia, e, volendo, rinvenibile in tanti altri Stati europei, come la Norvegia (Bokmål basato sul danese, Nynorsk proveniente dall’unione di molti dialetti rurali della costa occidentale, dove s’avvicinano all’islandese, tanto simile all’originario norreno), e persino quell’Italia in cui, nello stesso periodo, la lingua ufficiale stentava ancora ad affermarsi sui vari dialetti e su veri e propri idiomi dall’indubbia dignità letteraria, – il caso del napoletano o del sardo, che cedettero al toscano, rispettivamente, soltanto nel XVI e nel XVIII secolo.
Linguaggio formale/ linguaggio domestico
Nell’uso simultaneo (diglossia), da parte d’una comunità, della reale lingua “madre” contemporanea (il volgare), e di una, invece, “formale”, retaggio dei secoli passati, anche se la prima non possegga altissimo prestigio e sia scoraggiata o totalmente vietata all’uso scritto e parlato “ufficiale”, mentre al modello obsoleto si ricorra per i discorsi istituzionali di autorità governative e religiose e per la maggior parte delle comunicazioni scritte, per Psycharis, la preferenza sarebbe dovuta andare, a quella verace espressione più diffusa, anche se meno colta, in quanto l’altra in fondo risultava quasi una distrazione, una costruzione artificiale, e una deviazione dal normale corso lessicale.
In Italia, nel XIV secolo, del resto, tutti consideravano il latino una lingua perfetta e le nuove “romanze”, nate dal latino, idiomi senza valore. Dante s’è intestardito nel ribadire che il suo “parlar materno”, il volgare toscano, valesse quanto il latino, e potesse servire pure per scrivere opere d’alta letteratura: ne nacque la Divina Commedia, elaborata nella sua lingua madre, cioè il fiorentino del ‘300, facendola funzionare quasi com’un elastico, tirandola di qua e di là, verso l’alto, e usando espressioni elegantissime, o verso il basso, e a volte ricorrendo a sconcezze e trivialità.
Buona parte delle parole di Dante continuano a venire impiegate tuttora, magari subendo qualche trasformazione semantica, tipo “gentile” che ha perso quella “nobiltà di sentimento” per divenire sinonimo di cortesia. E ciò è valso per intestargli la paternità linguistica dell’italiano.
Dante
L’Alighieri costituì per Psycharis un’insostituibile fonte di ispirazione che lo spinse a diventare, se non il “padre”, il riformatore della lingua nazionale greca. E, ammiccando alle vicende linguistiche italiane, nel 1897, evocò l’immagine d’un demotico che ancora aspettava il proprio Sommo Poeta, sostenendo pure che le canzoni popolari erano una sorta di “Dante anonimo” capace di fornire, alla rinascita della lingua scritta, tutta l’ispirazione necessaria.
La questione della “continuità”
Prendendo spunto dall’epiteto con cui viene denominato Dante “padre della lingua italiana“, si ribadisce, però, una davvero incredibile, anche se solo apparente, “continuità” con la parlata moderna. Il che, come è avvenuto in Grecia, può esser vero solo in parte, poiché, anche se la quasi totalità del lessico comune usato ai giorni nostri ricorra già nei testi volgari del tempo di Dante, nella sua incontrovertibilità fattuale, questa osservazione semplicistica non aiuta a capire una questione ben più complicata nella sua evoluzione storica e sociale.
Un “esercizio d’interpretazione”
Gianfranco Contini, in un “esercizio d’interpretazione” (pubblicato per la prima volta nel 1939) del sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, evidenziava come, nonostante la formale modernità lessicale ce lo renda fin troppo familiare, per via del fatto che contiene parole tuttora in uso, con rare eccezioni, – tipo il latinismo “labbia” (che sta per “volto”, al terzultimo verso) -, la stragrande maggioranza degli altri vocaboli non abbia affatto mantenuto medesimi valore ed essenza nel linguaggio moderno, a cominciare dalla (provenzaleggiante) “gentile”, od “onesta”, latinismo per dignitosa compostezza, e “donna” (e leggi meglio Madonna) per il latino “domina”; poi, la manifestazione epifanica, del tutto soggettiva ed emotiva, del “pare” («quasi la chiave dell’intero componimento», per Giulio Ferroni), quel “saluta” che vale dispensare grazia con sguardo virtuoso, sino al sicilianismo “vestuta”, o al “piacente” del nono verso, per alcuni, un occitanico fascinoso plazer.
Bembo vs Dante
Lo stesso dicasi d’una grammatica medievale, le cui regole, dal due/trecento all’oggi, presentano notevoli differenze descrittive e interpretative. Tant’è che, quando il Bembo, nel terzo libro delle Prose in cui si ragiona della volgar lingua (1525), dopo aver trattato, nel secondo, lo stile della letteratura in volgare, ne ha definito le caratteristiche grammaticali, ha preso quali modelli per la prosa Boccaccio e per la poesia Petrarca, perché la ricchezza del pluristilismo dantesco ne rendeva la scrittura poco replicabile nella diffusione d’un italiano a base trecentesca.
«O bella, bella, bella»… Ciao!
A voler essere pignoli, allora, Dante non è neppure l’iniziatore della scrittura letteraria in un volgare italiano, visto che, più o meno allo stesso periodo della scuola poetica siciliana, la quale lo ha preceduto di qualche decennio, apparterrebbe il ritrovamento d’una canzone in una carta ravennate («Quando eu stava in le tu cathene…», 1226), mentre un frammento piacentino («O bella, bella, bella»), attesterebbe nel Nord Italia la diffusione della lirica in volgare, con accompagnamento musicale, tra l’ultimo ventennio del XII secolo e il primo del XIII.
Prima l’uovo o prima la gallina?
Il caso Dante ci conferma la vitalità d’una lingua, man mano influenzata dall’evoluzione della storia e dai mutamenti nella società, confermando, per certi versi, le analogie con le vicende greche ed evidenziandone, per altri, la differenza, solo apparente però, nella primogenitura della lingua sulla nazione, laddove per la vicina Grecia nacque prima la patria e dopo l’unità linguistica.
Ben altre componenti hanno probabilmente contribuito a determinare, o forse meglio a ritardare, in Italia, quell’associazione patriottica tra nazione e lingua, individuate come indispensabili da Psycharis, ma che andrebbero riprese in considerazione pure per capire la crisi in cui versa l’unione europea, quanto meno in un’interpretazione del mancato rafforzamento di quell’identità culturale che, al momento, non sembra esserci neppure all’orizzonte. Questa carenza, unitamente a quella fortemente identitaria da un punto di vista religioso, fa sì che forse l’unica comunanza, tra popoli, nazioni, o paesi, possa essere rintracciata esclusivamente nella laicità illuministica, se non nelle radici dell’umanesimo rinascimentale?
Bibliografia essenziale:
Adey P. Mobility, Routledge, London and New York 2010
Braudel F. P. A. La Méditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Lib. A. Colin, Paris 1949
Broodbank C. The making of the Middle Sea: a history of the Mediterranean from the beginning to the emergence of the Classical world, Thames & Hudson, London 2013
Clifford J. Routes: Travel and Translation in the Late Twentieth Century, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1997
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