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La lunga battaglia del Coolap: una storia che non va dimenticata

Coordinamento Lavoratori Psichiatria — Reggio Calabria

Nelle ultime settimane la psichiatria territoriale reggina ha registrato risultati importanti. Cooperative storiche hanno ottenuto accreditamenti attesi da anni. Strutture che rischiavano la chiusura hanno visto aprirsi una prospettiva. Pazienti trasferiti lontano da casa potranno finalmente tornare a curarsi nel loro territorio.

È giusto celebrare questi risultati. Ma è altrettanto necessario ricordare da dove vengono.

Una storia che comincia nel silenzio

Il Coolap, Coordinamento dei Lavoratori della Psichiatria di Reggio Calabria, nasce nel 2012 in un contesto che oggi è facile dimenticare. Dal 2008, fra continui quanto ingiustificabili rimandi, nulla era stato fatto per completare l’accreditamento delle strutture, nonostante un tavolo tecnico che nel 2015 aveva tracciato un percorso rimasto poi completamente disatteso.

In quel vuoto, quando i sindacati tradizionali erano assenti, quando le istituzioni rimandavano senza rispondere, quando le cooperative subivano senza reagire, i lavoratori delle strutture psichiatriche reggine hanno fatto una scelta precisa: organizzarsi, alzare la voce, non cedere.

Non era scontato. Non era comodo. Non portava vantaggi immediati.

Anni di resistenza documentata

Sei mesi senza percepire uno stipendio. Un mancato accreditamento promesso da oltre un decennio mai concretizzato per vari cavilli burocratici e continui rimpalli di responsabilità tra Regione e ASP, nonostante una legge, la 28 del 2008, che lo regolamentasse.

In questo scenario il Coolap ha prodotto comunicati, organizzato scioperi, occupato uffici, portato la questione all’attenzione della magistratura, scritto lettere aperte ai presidenti di Regione. Le cause del mancato accreditamento erano tutte da ricondurre all’inerzia dell’ASP stessa e della Regione Calabria, aggravate dalle pastoie burocratiche esistenti tra Regione e Governo. Una situazione paradossale: l’ente pubblico bloccava i ricoveri nelle strutture psichiatriche in attesa che si completasse il processo di accreditamento in capo alle cooperative che l’ente pubblico medesimo avrebbe dovuto portare a compimento.

Il risultato di questo blocco lo hanno pagato persone reali. Centinaia di pazienti costretti a cercare cure fuori provincia e regione, subendo il trauma dello sradicamento, lontani dai loro affetti, mentre sul territorio reggino esistevano posti disponibili e centri pronti ad accoglierli.

Quello che non va dimenticato

Oggi alcune cooperative espongono con orgoglio i risultati raggiunti. È comprensibile. È legittimo. Ma la storia ha una memoria precisa e inattaccabile.

Quei risultati non sono caduti dal cielo. Sono il frutto di oltre un decennio di battaglie condotte da lavoratori che non hanno mai smesso di resistere, anche quando resistere significava farlo da soli. Il riconoscimento di questo percorso non è una questione di orgoglio. È una questione di verità.

Chi oggi beneficia di accreditamenti e aperture istituzionali sa, o dovrebbe sapere, che quella strada è stata aperta da chi ha pagato il prezzo più alto, spesso in silenzio, spesso senza riconoscimento.

Gli effetti del blocco dei ricoveri attuato dal 2015 hanno avuto conseguenze devastanti sul piano sociale e hanno ridotto sul lastrico le cooperative e i loro lavoratori. Chi ha tenuto in piedi il sistema in quegli anni, chi non ha abbandonato i pazienti nonostante i mesi senza stipendio, chi ha continuato a lavorare quando sarebbe stato più semplice arrendersi: sono loro i protagonisti reali di questa storia.

L’impegno continua

Il Coolap non rivendica medaglie. Rivendica la verità storica e la coerenza con i principi che lo hanno sempre guidato: dignità dei lavoratori e diritto alla cura dei pazienti sono due facce della stessa medaglia, inscindibili.

L’impegno del Coordinamento non si esaurisce con i risultati raggiunti. Continua oggi, come punto di riferimento per chi lavora ogni giorno nelle strutture psichiatriche reggine e per le famiglie che sanno dove rivolgersi quando il sistema non risponde.

Perché nulla è scontato. La storia lo dimostra. E la storia, per chi vuole ascoltarla, parla con fatti inoppugnabili.

Un pensiero va anche a chi in questi anni non ce l’ha fatta. Ai tanti colleghi che, travolti dall’incertezza, dai mesi senza stipendio, dall’abbandono istituzionale, hanno perso il lavoro. Non li dimentichiamo. Fanno parte di questa storia quanto chi è rimasto.

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