GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Quante “altre” Medee? – ovvero le Tre Lune d’una Dea: Apollonio Rodio, Corrado Alvaro, Christa Wolf.
“La boccetta di lapislazzuli col tappo di ametista”. La bionda Perseide e la bruna Layalè hanno trasformato l’ordine appena ricevuto dalla loro signora e padrona in una specie di divertente scioglilingua: “Non aprire la boccetta dal bel tappo d’ametista…”; per poi approfittare ad approfondire saffiche intimità giovanili, intrise di ludiche gelosie di innamorate al principio della loro timida relazione.
“E fai vedere, fai toccare… Come ti sei fatta male? Dove …? Chi ti ha fatto male? … Non mi vuoi più bene?… – Ero curiosa… Perdonami. Mi pareva insipido intrecciare ghirlande. Cogliere sulle nostre labbra i fiori. E le carezze non fanno male. – Ma non sarà come prima. E tu sotto le mie carezze ti ricorderai del tuo… Non mi lasciare. Padrona, fammi qualche magia, che io diventi maschio!”.
Una distanza culturale … da colmare
La maga richiede invece la sua veste con le pelli, senza troppo badare alle smancerie delle ancelle, le quali commentano: “… Nel suo paese non ci sono le amazzoni. Ci sono le miniere d’oro…. È sempre festa, quando torna in casa Giasone… Tu diverrai una vera greca, Vasilissa…”; e sì, perché le greche “… stanno a casa. Gli uomini vanno dalle loro amanti. La gioia è delle amanti. I guai e i dolori… delle mogli.”. E si ritorna subito alle scaramucce omosessuali femminili con l’aggiunta d’un richiamo a più matura responsabilità: “Fra te e me, i nostri, sono stati scherzi. Finché si ha paura dell’uomo, va bene. Ma dopo bisogna affrontarlo, l’uomo”.
Sisifo
In “Lunga notte di Medea” (1949), Corrado Alvaro sembra seguire gli Scholia (σχόλια) sulla tragedia di Euripide (20) ed elenca tra gli antenati del re Creonte, figlio di Liceto, sia il fondatore della città, Sisifo, che il di lui nipote Ipponoo, figlio di Glauco e di Eurìmeda, soprannominato Bellerofonte dopo aver ucciso Bellero, sovrano di Corinto, ma la cui impresa più grande fu quella di sopprimere la Chimera, dalla testa leonina, il corpo di capra e la coda di serpente, per conto del licio Iòbate, il quale lo avrebbe inviato anche a combattere i nemici Solomi, e poi contro le Amazzoni .
Il peccato originale
Il padre Glauco era figlio di Sisifo, anche per Omero (Iliade, libro VI, versi 153-155). Alla morte del padre Eolo, figlio di Elleno, figlio di Deucalione, il fratello di Sisifo, Salmoneo, usurpò il trono della Tessaglia, pertanto, il legittimo erede Sisifo, si rivolse all’oracolo di Delfi, il quale gli consigliò di perpetrare la sua vendetta ingravidando la nipote. Dalla relazione con Tiro, figlia di Salmoneo, nacque una prole che la madre, una volta scoperto il verdetto dell’oracolo, per il forte risentimento suscitatole, fu indotta ad assassinare. La tragedia era già cominciata, perciò, nelle generazioni precedenti della famiglia reale di Corinto, per ripetersi con puntuale scadenza quale ineluttabile contrappasso.
La leonessa e la luna piena
“Mermèros, guarda come dorme il tuo fratellino”, dice Nosside a uno dei due figli di Medea. “Perché lui ha sonno. Io invece non ho sonno.”. “Ma io non dormo. Io sto pensando alla leonessa.” Aggiunge Feres. “Non ci sono leoni, qui.”. “Ce ne sono; ce ne sono. Sei tu che non li vedi, Nutrice”.
È una notte di luna piena: “Che vuole in questa casa la celeste vagabonda!”. La supplica umana di fronte all’inumana epifania non viene accolta e neppure il rumore suscitato dallo scaramantico sbattere sulla porta e sulla caldaia sembra d’aiuto.
Ἡ Πότνια Θηρῶν
“La tua parente, la regina vagabonda, si trova di là. Io temo le tue frecce che fanno impazzire. Io sono una povera donna.”. Ἡ Πότνια Θηρῶν (Potnia theròn), invocata come divinità lunare e del tiro con l’arco, è Artemide, vergine e guardiana del parto, signora delle belve e della caccia, delle iniziazioni femminili e della pudicizia, selvaggia, boschiva e iperborea, una barbara proprio come la caucasica Medea, proveniente dalla Colchide bagnata dal Mar Nero, ed estranea per nascita alla cultura greca.
Amazzoni
Ma Medea, nel suo paese natio, non era soltanto una principessa, Vasilissa (βασίλισσα, «regina», femminile di βασιλεύς «re»), ricopriva pure un ruolo di assoluto rilievo come sacerdotessa, e forse di quella stessa dea abituata a vagabondare, per montagne e radure, o nel folto della foresta, assieme al suo stuolo di ninfe e di cani, con un seno scoperto, come l’italica Diana Nemorense, o le sue orientali seguaci amazzoni, dallo scudo a forma di falce di luna, non già prive della mammella destra, secondo una dubbia quanto banale etimologia (amazṑn, αμαζών, da μαζός, versione ionica di μαστός, mammella), bensì dedite a quel culto femminile, e lunare (etimo caucasico: masa, luna) e matriarcale (etimologia semitica: ammu=popolazione e hazanum=magistratura, e dunque “comando di donne”, ovvero donne al comando).
– Nel “Prometeo incatenato”, Eschilo le dice originarie delle sponde del Lago Maeotis (odierno Mar d’Azov), aggiungendo che in seguito si trasferirono nell’anatolica Temiscyra, sulla costa meridionale del Mar Nero, giusto lungo la rotta degli Argonauti verso la vicina Colchide.

(Henri Klagmann, Medea. Musée des Beaux-Arts, Nancy)
Una distanza culturale … incolmabile
Corrado Alvaro intuisce la possibile comunanza tra sacerdozio lunare e indipendenza femminile delle donne caucasiche e, quando scrive della differenza tra la sua eroina e le casalinghe elleniche, non trascura la lettura del passo di Erodoto riguardante proprio le amazzoni: “Non potremmo vivere con le donne del vostro popolo, non abbiamo gli stessi usi; noi tiriamo con l’arco, scagliamo giavellotti e andiamo a cavallo, mentre non abbiamo appreso i lavori femminili. Le vostre donne rimangono sui carri, non vanno a caccia. Non potremmo andare d’accordo” (IV, 110- 117). Nell’Iliade, Omero per bocca di Priamo (III.188-190), le definisce dal temperamento virile, “ὰντιάνεραι” (eguali e forti come gli uomini), irruenti, donne insomma che non intendono assoggettarsi alla ben che minima supremazia maschile, come a un sia pur generico dominio dell’altro sesso.
Gli studi sul matriarcato
Dalle “voci” raccolte tra antropologhe femministe, come l’archeologa, iconologa, filologa ed etnologa Margot Schmidt (1932–2004) e la filosofa ed esperta di società matriarcali Heide Göttner-Abendroth, in “Medea. Stimmen” (1996), Christa Wolf si dimostra convinta di come, “in un’epoca in cui i figli erano considerati il bene supremo di una tribù”, una maga guaritrice non potesse macchiarsi dell’orribile delitto d’infanticidio.
Versioni alternative del mito
Difatti, secondo una versione del mito, alternativa a quella riportata da Euripide nella sua celeberrima tragedia, considerata oggi uno dei suoi capolavori, ma che a suo tempo (alle Grandi Dionisie del 431 a.C.) ricevette ben tiepida accoglienza, a macchiarsi dell’atroce duplice assassinio non sarebbe stata la nostra eroina, scagionata da fonti antecedenti allo stesso drammaturgo di Salamina, le quali addirittura descriverebbero gli inutili tentativi da parte della madre di salvare i bambini, riparando all’interno del tempio di Era, dove vennero invece massacrati da intolleranti Corinzi. In un’originale variante del siceliota Carcino, Medea risulta innocente vittima d’un complotto avendo incautamente affidato i figli a qualcuno che poi li aveva brutalmente soppressi.
Stimmen
Negli undici capitoli di “Medea. Stimmen” s’alternano i monologhi di sei personaggi, impossibilitati dalle estreme divergenze comunicative a dialogare tra loro. Da qui la sovrabbondanza delle prolessi per confutare eventuali obiezioni, suggestioni con rimandi e recuperi temporali, onde intrecciare eventi che si ripercuotono in una continua “acronia”, tale da rimarcare le successive stratificazioni d’un racconto orale pertanto sempre più diversificato, in cui si rintracciano i riflessi di usanze e rituali risalenti alle epoche più arcaiche della civiltà.
Etimologia
Il nome Μήδεια (Médeia) deriva da μῆδος (médos), “pensiero”, progetto, invenzione, trucco, avvertimento (“οὗτος δ᾽ αὖ Λαερτιάδης πολύμητις Ὀδυσσεύς,/ (…) εἰδὼς παντοίους τε δόλους καὶ μήδεα πυκνά”, Quegli è l’astuto laerziade Ulisse,/… ripieno/ di molti ingegni ha il capo e di consigli…, in Omero, Iliade 3, 200-202), tradizionalmente accostato al verbo μήδομαι (médomai), “essere scaltro”, furbo; il significato può quindi essere di astuzia, come di intelligenza, “riflessività” e “pensiero”, e pure di cura o preoccupazione.
Nomina sunt omina
Come Odisseo, Medea contiene nel suo stesso nome la conoscenza del suo destino e del progetto ordito a suo danno come pure del rimedio da opporvi. Sballottata tra due opzioni, un’esortazione e un ammonimento, tra due opposti sistemi valoriali, quello orientale caucasico, che lei vorrebbe lasciarsi alle spalle, e quell’altro occidentale in cui crede d’aver trovato accoglienza. Nel suo caso l’approdo, l’asilo, il focolare e la consolazione si sono dimostrati una trappola. Se dapprima viene vista risanatrice e considerata con reverenza, quale terapeuta apprezzata, quando s’insinua il tarlo del dubbio sulla natura stregonesca delle sue doti misteriose da straniera indovina della Colchide, che la insuperbiscono, rendendola oltremodo indagatrice, irriguardosa delle convenzioni, con le chiome sciolte, libera e schietta, viene riscoperta quella barbara indisponente da guardare con sospetto.
Il delitto a sostegno del potere
In specie, allorquando scopre quale peccato originale (oltre a quello di Tiro, già menzionato al tempo di Sisifo) è stato assunto a fondamento del governo della città che la ospita, e che ora la vuole bandire, un medesimo figlicidio da parte di Creonte della primogenita Ifinoe, possibile concorrente al trono in un’imminente rivolta guidata dal partito femminile della casa regnante, proprio come Eete in Colchide aveva sacrificato il figlio Apsirto per continuare a mantenere il potere sovrano. Ma i Corinzi di quest’ultimo orrendo crimine preferiscono accusare l’incolpevole sorella della vittima.
Sacerdotessa “ierogamica”
Filologia, etnologia e storia del matriarcato ci fanno capire che Medea riunisce in sé le caratteristiche arcaiche delle sacerdotesse destinate alla ierogamia (ιερογαμία, da ἱερὸς γάμος, «matrimonio sacro») ovvero alla teogamia (θεογαμία, da θεο-, e γαμία, «matrimonio divino»), per assumere di fatto la funzione simbolica delle dee matriarcali a cui, dopo “le sacre nozze”, viene assegnato il compito di insediare per il nuovo anno un re “rinvigorito”, ma che, alla fine del ciclo stagionale, è destinato al sacrificio, a volte metaforico, scomparendo per tutto l’inverno in una caverna da cui riemergere alla successiva primavera, altre volte con un’evirazione dal significato metonimico, oppure con l’omicidio reale durante il quale sui cadaveri degli immolati viene praticato il μασχαλισμός (da μασχάλη «ascella»), consistente nel tagliare mani e piedi alla persona uccisa, per poi riattaccarli, legati con una cordicella, giusto sotto l’ascella, con l’intento apotropaico d’impedire al morto di tornare a vendicarsi.
Apoteosi e rito dello smembramento
Nel caso di Medea, lo smembramento del fratello Apsirto, di cui é imputata, rientrava nel rituale della rinascita a cui rimanda la struttura ciclica dell’intera cerimonia in grado di riattualizzare i vari miti di Dioniso od Orfeo, come dell’egizio Osiride, ecc.?
Gli “Otto” Re di Roma
Walter Burkert (1962) collega lo smembramento di Romolo (e conseguente apoteosi in Quirino), con una primitiva “visceratio” (pubblica distribuzione di carni, in occasione di cerimonie funebri) nel monte Albano e, comunque, in ben sei casi della prisca monarchia romana, sugli otto che possono essere presi in considerazione, senza così escludere quel Tito Tazio che condivise con Romolo il primo regno, il sovrano muore in circostanze misteriose. E nella loro successione nessun monarca eredita lo scettro da un genitore che gli sia stato diretto predecessore.
The Golden Bough
Un avvicendamento violento in tutto simile alla brutale turnazione del “Rex Nemorensis” de “Il ramo d’oro” di James Frazer, il sire di Nemi, laddove esisteva un importante santuario dedicato a Diana, la dea vergine dal seno scoperto, come le amazzoni, e dov’era consuetudine che uno schiavo fuggitivo potesse conquistare il comando uccidendo il suo antesignano.

(Germán D. Hernández Amores – Medea, con i suoi figli morti, fugge da Corinto su un carro trainato dai draghi 1887)
La divinità poliade
Il rito ierogamico veniva praticato, il più delle volte, da una sacerdotessa della divinità poliade, ovverossia protettrice della città, con lo stesso monarca della medesima. Un esempio molto antico proviene dal “matrimonio sacro” tra la Grande Sacerdotessa di Inanna, divinità dell’amore e della guerra e il re di una città stato sumera, o “en“. Il tempio di Eanna (é-an-na, casa del Cielo, ‘An’, o santuario per antonomasia) a Uruk (biblica Erech, moderna Warka), era il più grande di questi a ospitare delle sacerdotesse preposte a tale compito, chiamate Nadītu. La prescelta a sua volta avrebbe eletto a proprio partner un giovane in rappresentanza del pastore Dumuzi, consorte di Inanna, invitandolo a una “sacra unione” da celebrarsi, nel corso della festività dell’equinozio d’autunno, durante l’annuale cerimonia dell’albero Duku, poco prima della luna nuova.
Il solco dell’aratro
In occasione delle feste Antesterie, nell’Agorà ateniese, all’interno del santuario dedicato a Dioniso (βουκολεῖον, Boukoleion), ogni anno, s’accoppiava con lo sposo d’Arianna, che Teseo aveva abbandonato a Naxos, allo scopo di ripagarne lo sgarbo, la consorte (βασίλισσα) dell’Arconte Re (ἄρχων βασιλεύς), erede dei primitivi quattro sovrani delle tribù dell’Attica.
– Gli altri edifici in relazione con Teseo erano il Pritaneo, fondato in ricordo del luogo da cui l’eroe era partito, giovane efebo, verso Creta per uccidere il Minotauro; in questo edificio, sede della magistratura annuale dell’arconte eponimo, che dava cioè il suo nome all’anno, ardeva il fuoco della città, sacro a Hestia (Ἑστία). L’Aglaurion era testimonianza del martirio di Aglauro (figlia di Cecrope, ipostasi dell’animale sacro, il serpente, e divinità ctonia venerata sull’Acropoli), sacrificatasi, per il bene della patria, gettandosi nel vuoto; in esso Teseo aveva concluso la pace con le Amazzoni e s’era ripromesso di rapire Persefone (secondo certe varianti mitiche, figlia di Giasone) ed Elena. L’Anakeion invece ricordava l’intervento dei Dioscuri per recuperare la sorella rapita.
Un paredro di Demetra
Riportato da Esiodo nella Teogonia (969f), un primitivo aspetto sessuale dell’arcaica Demeter, la cui origine sarebbe da situarsi all’interno della civiltà minoica cretese, sarebbe stato in seguito sviluppato quale mito ellenico di unione reale, o simulata, allo scopo della promozione della fertilità della terra (Demetra), grazie all’emanazione dello stesso Giasone (in tal caso mitico paredro, πάρεδρος, «che siede accanto», da παρά «presso» ed ἕδρα «sedia», e padre umano di Persefone), in un solco rivoltato tre volte. E, difatti, le prime due prove, richiestegli da Eeta per concedergli il vello d’oro, e presumibilmente anche la mano della figlia, hanno a che fare con l’aratura: la prima consistette nel dissodare un campo di grano, con l’ausilio di due tori dalle unghie di bronzo e dalle narici che emanano fiamme; la seconda nel seminarvi i denti d’un drago.
Quali molte origini per un solo mito?
Le ambiguità dei miti caratterizzano le culture prive della consuetudine di memorizzare gli eventi della storia, legittimando così rielaborazioni di leggende in cui, nel ricordare le origini, divenute ormai di ardua comprensione, si arriva a confonderne tempi e luoghi. Motivi differenti s’uniscono e ritornano, tuttavia, con la loro forza rievocativa, che si tratti di teofanie, teogonie, nascite da unioni soprannaturali, e immancabili sacrifici umani.
– Romolo fonda Roma con quel rito etrusco che aveva dato vita al divino fanciullo Tages, Numa completerà l’opera fondativa intrattenendosi con la ninfa Egeria in periodiche ierogamie e istituendo il culto di Vesta, corrispettivo latino della greca Hestia, il focolare domestico che alimenta l’òikos (οἶκος) della famiglia. Entrambe figure mitiche, con nomi altamente significativi: Numa dal dio sabino Nu (volontà), Romolo (piccolo Rumon, fiume) dal Tevere; per il trono, quest’ultimo si fa omicida e sopprime dapprima lo zio Amulio e poi il gemello Remo.
Le Argonautiche di Apollonio Rodio
Il personaggio di Medea ritorna nella letteratura greca d’età ellenistica, quale protagonista delle Argonautiche di Apollonio Rodio, il quale riesuma un antichissimo mito preomerico, in cui si narra d’una giovinetta fragile, priva dei tratti della fatale implacabilità dell’eroina euripidea (definita al verso 1346: “spudorata e macchiata del sangue dei figli”, αἰσχροποιὲ καὶ τέκνων μιαιφόνε), anzi, piuttosto intimamente combattuta, tra pudore (aidos, αἰδώς) e desiderio erotico (imeros, ἵμερος), alla vista dell’amato, di cui s’è perdutamente invaghita, e per cui è pronta a sacrificare un ottimo rapporto col padre, nonché la vita del giovane fratello Apsirto; ma soprattutto è lei stessa che repentinamente si ripropone di diventare maestra nell’arte dell’inganno (dolos; δόλος), con la determinazione d’un “cuore di cane” (κύνεον κέαρ, 3, 640; espressione ripresa nel titolo del famoso romanzo fantascientifico-satirico di Bulgacov: Sobač’e serdce, Собачье сердце del 1925).
“Sfolgorante” come Sirio
Mentre gli esiti della passione amorosa in Medea Apollonio li descrive come aveva fatto Saffo: rossore, angoscia, annebbiamento della vista, tachicardia (fr. 31 Voigt: Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν …, che Catullo convertì nel Carme LI: Ille mi par esse deo videtur …), per Giasone s’ispira alla figura dell’Achille dell’Iliade (XXII, 26-31: … παμφαίνονθ’ώς τ’άστέρ’ έπεσσύμενου πεδίοιο…), “sfolgorante come l’astro/ che sorge nella tarda estate”, la stella di cattivo auspicio, Cane d’Orione, perché apportatrice della calura estiva e con essa d’una assai mortifera pestilenza.
Il Giudizio delle Dee
Fin dal loro primo incontro, nel tempio di Hecàte, triforme dea dei sortilegi, della luna e delle apparizioni notturne, nonché “innominabile” portinaia degli Inferi, il destino di Medea è già segnato dall’occupazione ludica di Afrodite, Atena ed Era, che, come avevano fatto con Paride ed Elena, se lo giocano promettendo a Eros la luminosa e magica palla di Zeus infante.
– Nel cercare di fornire una giustificazione mitica al cosiddetto paradosso di Epimenide («Οι Κρήτες είναι πάντοτε ψεύσται»), si raccontava di contro come, irritata con Idomeneo, il nipote di Minosse, per aver perso la disputa con Teti su chi fosse la più bella (querelle analoga a quella che avrebbe avuto quale arbitro Paride, all’origine della guerra di Troia), Medea giunse a maledire la stirpe minoica, condannando i Cretesi a non dire mai la verità.
Un “battesimo di sangue”
La fuga degli amanti si rende agevole mediante l’inganno e il delitto, e facendo a pezzi il piccolo Apsirto, per ritardare gli inseguitori. Medea contamina così il candido peplo con il sacrificio fraterno, ricevendo un “battesimo di sangue” che la condurrà ineluttabilmente sulla strada della desolazione.
Duplice la questione dell’èthos
Sotteso all’argomento in questione, sembra esserci la complessa concezione psico-linguistica d’un èthos (ἔθος) dal doppio significato d’usanza o costume culturale e di carattere o disposizione personale. Medea incarna, e, nella modalità più grave, entrambe le impronte, provenendo da una civiltà “altra” rispetto all’ellenica, dunque considerata barbarica, e per di più presentandosi psicologicamente determinata, con una personalità molto forte e difficile, quindi quanto meno con un “brutto” carattere.
Quale l’esito finale?
Anche ad Apollonio Rodio, nelle sue Argonautiche, il ritratto di Medea serve a porre, come già aveva fatto Euripide, degli stringenti interrogativi su come giudicare l’uomo che tradisce per abietti motivi d’interesse e la donna che si vendica dell’infedeltà; e che dire delle morali antitetiche tra quella greca, ritenuta migliore e più civile e la straniera, barbara e considerata “fuori della civiltà”?
Insito in ogni mito c’è come un immemore stravolgimento di fatti remoti, tramandati successivamente in modo frammentario, e spesso divergente, con varianti dalle trame plausibili, sviluppatesi in seguito in modalità a volte incapaci di concepire un mondo di idee e sentimenti disuguali o incompatibili tra culture tanto lontane fra di loro, come l’occidentale, patriarcale, dall’orientale, matriarcale.
Cimenti matrimoniali o prove d’amore?
Appartenendo a una tradizione del tutto distinta, Giasone, interessato soltanto all’acquisizione del Vello d’oro, non ha, nemmeno lontanamente, intuito che le prove da superare erano di fatto anche dei “cimenti matrimoniali”, così come la corsa per Atalanta (unica donna, per alcuni mitografi, tra i partecipanti alla spedizione degli Argonauti).
Cadaveri insepolti
Per il figlio di Esone e nipote di Creteo, la Colchide é stata una semplice avventurosa parentesi della vita eroica in un luogo impenetrabile, quanto sperduto, in cui non vigeva l’uso consueto di seppellire i defunti, bensì quello barbaro di esporne le spoglie sui rami degli alberi per facilitarne il disfacimento da parte delle intemperie e degli uccelli rapaci, fin quando non fossero ridotte a ossa scarnificate; costumanza questa perpetrata dallo zoroastrismo nelle cosiddette Torri del Silenzio (Parsi burial), mentre per i greci resta indubitabilmente trattamento riservato ai traditori, quale ammonimento per tutti coloro che avessero tramato contro la città e il suo re (si ricordi il caso di Polinice a Tebe).
Rinvigorimento magico
Giasone è ancora memore delle fascinazioni operate dalla maga, a cominciare da un inspiegabile suo perpetuo ringiovanimento, tangibile testimonianza dell’arcano suo seduttivo incanto femminile, sconfinante però in una straordinaria potenza divina. Per punire Pelia del rifiuto di cedere il trono, lo persuase infatti della magica possibilità di riprendere vigore fisico, smembrando un ariete e riponendone i pezzi insieme con erbe medicamentose in un calderone bollente da cui fece poi fuoriuscire un agnellino. Il vecchio re di Iolco ne resta entusiasta e, prima d’assumere l’appropriato phármakon (φάρμακον), ingiunge alle figlie Evadne e Anfinome di sottoporre il suo stesso corpo ad analogo trattamento, senza peraltro raggiungere il risultato sperato.
Baccanti?
Tra i personaggi interpellati dalla Wolf, spicca il primo astronomo di corte, Acamente, a conoscenza dei “segreti di famiglia” che macchiano l’onorabilità della dinastia; per cui si prodiga, speculando sulla paura dell’ignoto, a nascondere Medea dalla folla inferocita, proteggendola mentr’ella s’addormenta dopo aver assistito all’eclissi di luna. Al riapparire della falce luminosa, le sacerdotesse che celebravano le festività primaverili avevano ricominciato a imbastire le loro danze, mentre altre, quali baccanti, inseguono ed evirano il profanatore Turone.
– Nella notte delle Calende di maggio, al chiaro di luna, si svolgeva un rito orgiastico durante il quale la “regina” della festa “cavalcava” un maschio per poi unirsi a lui in un amplesso, in memoria di quando Pan, in preda a un raptus erotico, indossando il vello d’un ariete, attrasse nella sua oscurità la luminosa Selene affinché ella gli salisse in groppa.
Dopo la morte di Glauce e dei bambini, la disperazione di Medea si conclude in una solenne maledizione nei confronti della storia stessa dell’umanità e d’ogni società retta dalla schiacciante prepotenza d’un dominio opprimente (come quello totalitario della DDR, Ostdeutschland, dove aveva vissuto, pur essendo nata in terra polacca, Christa Ihlenfeld).
Lunga la notte di Medea
Anche la Medea alvariana parla a nome di tutte le vittime dei vari regimi e delle discriminazioni, percorrendo tutta la notte della propria coscienza, meditando un delitto formulato in quanto parziale eppure equivalente suicidio. Dietro le suggestioni degli avvenimenti bellici da poco trascorsi (la pièce di Corrado Alvaro è del 1949), le vicende mitiche s’attualizzano, mostrando la protagonista nella sua miseria femminile di povera donna che finisce per aggirarsi tra le macerie delle proprie frustrazioni e d’un percorso per lei ormai predestinato, al quale si ostina a non voler soggiacere, anche se impropriamente, rivendicando un’impossibile autonomia.
Un delirio nichilistico
“Medea mi è apparsa un’antenata di tante donne che hanno subito una persecuzione razziale, e di tante che, respinte da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi profughi”. In questa accezione, il figlicidio esula dal movente passionale della gelosia, dell’umiliazione e della vendetta, per giungere ad assumere aspetti caratteristici della depressione in quei risvolti psicopatologici del delirio di rovina o del nichilismo tipico della sindrome di Jules Cotard, razionalizzati in senso protettivo al fine di non esporre i fanciulli alle estreme conseguenze della tragedia dell’esilio e della fame.
Medea non uccide i figli per distruggere in essi il seme di Giasone, ma per salvarli dalla degradazione, dalla carestia, dai pericoli di quel preciso periodo storico sventurato. In un certo senso, è una madre che elimina la prole paradossalmente per proteggerla da un futuro che l’avrebbe distrutta nell’animo, privandola della stessa identità culturale.
Regressus ad uterum
Nel mentre una folla impazzita s’accalca all’uscio, rivolta all’ancella nutrice Nosside, Medea fa la considerazione più intima che una donna possa fare in riferimento al frutto del suo parto: “Se potessi ingoiarli nell’utero materno, questo sarebbe il solo rimedio“. Ed è quest’eloquente espressione, psicanaliticamente suggestiva, che rivela le più profonde e veritiere ragioni del suo gesto: nel suo caso immolare equivale a riingoiare nella vagina e re-inglobare nella sede originaria della vita il prodotto della comunione dei semi, per sottrarli alla morte esterna, o a una schiavitù matrigna. In un mondo separato tra due principi contrapposti, maschile e femminile, in cui l’uno (quale?) è adikìa (αδικία) l’altro è dike (δίκη), l’ingiustizia può sopraffare la giustizia e “Solo gli dei sanno chi per primo ha fatto del male“.
Una consapevolezza politica
La consapevolezza della condizione di spaesamento ed estraneità emerge nella retorica domanda posta a Nosside: “Tu credi che per gli esuli non ci sia più terra?”, e si fa più pressante, e quasi rivelatrice d’una politica perversa in quella solenne e dolorosa confidenza a Egeo: “E sai chi sono i peggiori persecutori degli esuli? Quelli che si fecero un vanto di proteggerli. E sai perché? Perché temono il nuovo occupante.”. E qui il discorso non è più semplicemente moderno, divenendo di assoluta attualità.
Bibliografia essenziale:
Alvaro C. Lunga notte di Medea, Bompiani, Milano 1966
Burkert W. Caesar und Romulus-Quirinus, Historia, vol. 11, pp. 356–376, 1962
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Göttner-Abendroth H. Die Göttin und ihr Heros. Die matriarchalen Religionen in Mythen, Märchen, Dichtung, Kohlhammer, Stuttgart 2011
Ierace G. M. S. Le porte del mito – accesso alle polivalenze della polisemia – la Cura di Igino e l’Odi-o di Odi-sseo, Il Minotauro, XLVII, 2, 123-35, dicembre 2020
Ierace G. M. S. Enea non era uno straniero né un profugo, CalabriaPost
La Mantia F., Ferlita S., Rabbito A. Il dramma della straniera. Medea e le variazioni novecentesche del mito, Franco Angeli, Milano 2012
Mirto M. S. In difesa di Euripide. “L’altra Medea” di Christa Wolf, Intersezioni – Rivista di storia delle idee, 3, 421-446, 2000
Pennestrì F. S. Lunga notte di Medea di Corrado Alvaro, Fondazione Mario Luzi, Roma 2018
Wolf C. Medea. Stimmen, Luchterhand Literaturverlag, Gütersloh 1996
