GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
La mandragola nelle religioni e nel folklore d’Europa
“Perché la vita è brieve/ e molte son le pene/ che vivendo e stentando ognun sostiene;// dietro alle nostre voglie,/ andiam passando e consumando gli anni,/ ché chi il piacer si toglie/ per viver con angosce e con affanni,/ non conosce gli inganni/ del mondo; o da quai mali/ e da che strani casi/ oppressi quasi sian tutti i mortali.” – Dalla Canzone da dirsi innanzi alla commedia, cantata da ninfe e pastori insieme, de “La mandragola” (1518) di Niccolò Machiavelli.
Una pozione magica
Un gentiluomo fiorentino di ritorno da Parigi, Callimaco, s’innamora di Lucrezia, moglie d’uno sciocco dottore in legge, Messer Nicia. Per trascorrere almeno una notte con lei, escogita il piano di far credere d’essere in grado di guarirla da una presunta sterilità e, con l’aiuto d’un amico, Ligurio, e d’un servo, Siro, nonché spacciandosi per un autorevole terapeuta, le prescrive la somministrazione d’una pozione magica a base di mandragola (Callimaco: Voi avete ad intender questo, che non è cosa più certa ad ingravidare una donna che dargli bere una pozione fatta di mandragola.– Atto II, scena VI), la quale pozione avrebbe, come effetto collaterale indesiderato, la capacità d’uccidere il primo maschio a intrattenersi carnalmente con lei (- E’ bisogna ora pensare a questo: che quello uomo che ha prima a fare seco, presa che l’ha, cotesta pozione, muore infra otto giorni, e non lo camperebbe il mondo. – II, VI). Il rimedio a questo inconveniente è presto trovato: “Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una notte, a se tutta quella infezione della mandragola: dipoi vi iacerete voi senza pericolo” (II, VI).
L’intreccio
A questo punto, avendo rassicurato il candidato cornuto, è lo stesso Callimaco a ripresentarsi, questa volta, sotto le mentite spoglie d’un ignaro garzone, “casualmente” scovato da Ligurio; e a risolvere le incertezze di Lucrezia ci penseranno un compiacente Fra Timoteo e la madre di lei Sostrata, felice all’idea di divenire nonna. Non più titubante, la gentile consorte, compiaciuta della nuova condizione di fedifraga, decide di divenire l’amante di Callimaco, ormai fraudolentemente assiduo frequentatore della casa di Nicia.
Il pretesto
Tutti, alla fine, restano soddisfatti d’aver raggiunto i loro, più o meno, turpi obiettivi, nonostante la violazione d’ogni regola morale. La falsità ha un senso, e, se il fine è positivo, qualunque mezzo per ottenerlo sembra accettabile, perfino l’inganno.
Le caratteristiche afrodisiache e fecondative, attribuite alla mandragora sono dunque solo un mero pretesto per ridurre la ricerca della fertilità alla soddisfazione della lussuria.
La mandragora è pianta erotica per antonomasia, fonte di fertilità e apportatrice di benessere, fisico e materiale, scriveva Mircea Eliade, nel suo studio sul culto rumeno a essa connesso (su Zalmoxis, vol. I, 1938, ora in “Da Zalmoxis a Gengis Khan. Le Religioni e il Folklore dell’Europa Orientale”, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, traduzione di Alberto Sobrero, Mediterranee, Roma 2022). Ma la principale popolarità di questa solanacea sembra fornita dalla radice che assomiglia a una figura umana. E ciò la faceva considerare ambigua creatura a metà tra il regno vegetale e quello animale, alla stregua dell’Agnus scythicus, o Tartarica Barometz, immaginato sulla suggestione d’una felce del genere Cibotium, il cui rizoma filamentoso poteva vagamente somigliare a un agnello lanuginoso.
Piante zoofite
Creatura a metà strada tra i due regni animale e vegetale, viene ricordata dalla tradizione popolare ebraica anche quale Yeduah che spuntava dalla terra collegata a uno stelo da recidere nell’effettuare il “raccolto”. Appena disgiunta dal suolo moriva rapidamente e le sue ossa potevano proficuamente essere impiegate nelle pratiche divinatorie. Pure il Faduah si spegneva se il suo stelo attaccato all’ombelico fosse stato reciso, ma si trattava d’un arboscello di forma umanoide e talmente aggressivo da afferrare e uccidere ogni essere vivente che gli s’avvicinasse.
Il mistero del bisso
D’una doppia natura animale-vegetale parlava pure la leggenda cinese d’una pecora d’acqua d’origine iranica, riportata dal sinologo Gustav Schlegel (The Shui-yang or Watersheep and The Agnus Scythicus or Vegetable Lamb, 1892). Dalla sua lanugine pregiata si ricavavano lussuosi copricapi. Probabilmente di trattava però d’un’ingenua spiegazione del mistero del bisso, allo stesso modo di come l’Agnello Vegetale della Tartaria poteva risolvere la questione relativa alla provenienza esotica del cotone.
Branta leucopsis
Presso le isole Orcadi, sulle coste del Mar d’Irlanda, il francescano Odorico da Pordenone racconta di alberi zoofiti dai frutti simili a Cucurbitacee, i quali cadendo in acqua germogliavano in uccelli chiamati Barnacle: dal ciuffo di piume bagnate al proprio interno, a piena maturazione, rilasciavano un’oca “facciabianca” adulta perfettamente formata. Suggestione determinata dall’incredibile capacità di sopravvivere alla caduta da grandi altezze dei piccoli di anatidi Branta leucopsis.
Nel De occulta philosophia (1510), Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim immagina che dall’uovo di gallina può magicamente nascere una figura umana, dai poteri meravigliosi, che i maghi chiamerebbero “vera mandragora”.
Mandragora circaea
L’equivoco della natura doppia (anzi, tripla: vegetale, animale, umanoide) giustificava il ricorso all’unguento a base di mandragola per sortire la metamorfosi in animali. Ricorso attestato nei trattati seicenteschi sulla licantropia.
Si sarebbe trattato, perciò, di qualcosa di molto affine alla pomata di Panfila scambiata da Fotide nelle Metamorfosi di Apuleio, o a quanto mescolato nel vino offerto da Circe ai compagni di Ulisse per trasformarli in maiali, da cui appunto l’espressione “mandragora circaea”. Eppure, anche l’erba Moly, fornita da Hermes all’itacese, proprio allo scopo di proteggerlo dagli incantesimi della maga, sarebbe potuta essere associata alla mandragora, o a un altro tipo di virgulto simile.
Magia delle radici
Pure nei Frammenti d’Apollodoro s’afferma che l’apparato sotterraneo di questa solanacea poteva costituire un amuleto contro gli incantesimi di Pasifae, sorella di Circe e madre del Minotauro. E questa associazione con Pasifae e Circe, contribuì non poco alla fama demoniaca e infernale della mandragora.
Il seme degli impiccati
Del resto, un po’ tutta la magia delle radici, sin dall’antichità, si collega facilmente con il mondo sotterraneo, proponendosi esse quali mediatrici tra la vita e la morte. Pertanto, quelle con maggiori proprietà magiche sarebbero dovute essere ricercate proprio nei luoghi dove si era soliti seppellire i defunti, oppure dove gli impiccati avessero eiaculato durante l’agonia, lordando il suolo con il loro sperma ancora fecondo.
Mircea Eliade
In “Da Zalmoxis a Gengis Khan. Le Religioni e il Folklore dell’Europa Orientale” (Mediterranee, Roma 2022), Mircea Eliade non ritrova, tra i Romeni, questa leggenda sull’origine della mandragola che nascerebbe dal seme dell’impiccato, diffusa in Germania e nell’Europa settentrionale, ma neppure il cerimoniale della raccolta del tubero per il tramite d’un cane nero, più propria dell’Est europeo.
Il grande studioso bucarestino ritornò su questo tema, non solo ne “La Mandragola e i riti della ‘nascita miracolosa’“ (in: I riti del costruire, 1990), ma anche in “Gayomart, Adamo e la mandragola” (in: “Briser le toit de la maison: la créativité et ses symboles”, 1986).
Gayomart
Zurwān, il Tempo, aveva destinato Gayomarhtan (composto dai due termini avestici: gaya, vita, e marhtan, mortale, o umano), identificato come l’Adamo zoroastriano, e riconosciuto quale primo re del mondo, a vivere per trent’anni (Bundahišn 4. 25). Alla fine, secondo l’aspetto del suo oroscopo, allorquando il malefico Saturno tornò alla sua esaltazione, e Giove si ritrovò in discesa, Gayōmart morì (Bundahišn 6F. 7), rilasciando il proprio sperma; purificato dai raggi del sole, e diviso in due porzioni, venne affidato in parte alla custodia della divinità Nēryōsang, e in altra cadde sulla terra e subito ricevuto da Spandārmad, sua creatrice e madre; rimanendovi per quarant’anni, da esso, pian piano, crebbe la pianta del rabarbaro, il cui fusto si sviluppò nella prima coppia umana, Mašīa e Mašīānag (Bundahišn 6F. 9), capostipiti di tutte le razze umane che abitano il continente centrale del mondo, lo Xwanīrah.
Un mito che ricorda abbastanza da vicino la nascita di Afrodite dalla spuma delle onde cipriote, che accolsero i genitali di Urano, e quella delle Erinni, o delle Ninfe Melie, dallo stesso sangue procurato da quella castrazione. In comune con la solanacea c’è poi il rabarbaro (Rheum palmatum) dal cui fusto fuoriesce la prima coppia umana.
La radice di mandragora era considerata un potente condensatore di forze astrali, sotto l’influsso della Luna e di Saturno e sotto il segno del Capricorno. Il “custode della soglia”, Saturno, richiama le caratteristiche essenziali dei rizomi sotterranei e quelle farmacologiche delle specie psicoattive e velenose, influendo però anche sulle facoltà d’accrescere e consolidare i beni terreni.
Altre influenze astrali provengono da Mercurio e Venere, quest’ultima in riferimento al potere afrodisiaco, l’altro in relazione al carattere terapeutico e di intermediario tra dimensione umana e divina. L’influsso della Luna raffredda, ha effetto calmante, favorisce il sonno, come ancora la rigenerazione e la fertilità. E, da questo punto di vista, tipica pianta lunare è il vischio, associato alla mandragora, e la varietà loranto alla quercia, dei cui rami, intrecciati a serpenti, si coronava Ecate, signora e padrona del mondo di sotterra.
Erba-metà uomo
Ma è per via dell’aspetto antropomorfo, assunto in primavera (Mandragora Officinarum, da distinguere dall’Autumnalis), che, nell’antichità, la mandragola era chiamata “erba-metà uomo”, e, nei testi alchemici, veniva raffigurata con le sembianze d’un embrione o d’un bambino, da cui la leggenda del pianto e delle grida alla nascita, in grado d’essere letali. Cosicché un metodo sicuro per coglierla, per Flavio Giuseppe, sarebbe consistito nel legarla al guinzaglio d’un cane nero lasciato libero poi di tirare la corda per sradicarla, ma anche condannato a morire nell’istante in cui avrebbe udito quello straziante lamento.
Homunculus
Questo curioso aspetto antropomorfo, derivato secondo la credenza leggendaria alla sua ambigua appartenenza al regno animale e vegetale insieme, era suffragato dalla forma della radice, che in alcuni esemplari è addirittura completata da protuberanze che ricordano i genitali maschili, contribuendo ulteriormente alla considerazione di pianta afrodisiaca, oppure, a suggerire l’impiego nella costruzione di feticci per fatture d’amore e maledizioni, come surrogato delle più famose “bambole di cera”, alle quali donare l’indispensabile potere occulto e stregonesco, in particolare nei giorni di plenilunio.
Atzmann
Nei paesi di lingua tedesca, per Atzmann, Atzelmann, Zauberpuppen o Rachepuppe (bambole magiche o di vendetta) s’intendeva una radice, di mandragora o di altra pianta, a cui veniva fatta assumere forma umana, o indistintamente una figura umana fabbricata, non solo con cera, ma pure con argilla, farinata, e inoltre feci, sangue mestruale, capelli, e peli pubici. A essa si davano le sembianze dell’amato o, a seconda, del rivale in amore, affinché simpateticamente ciò che subiva l’atzmann venisse trasferito alla persona in questione; cosicché, a volte, qualche donna, per propiziare un rapporto sessuale con l’amato, lo impiegava quale godemiché.
Atzen, o etzen, significa “lasciar mangiare”, Ättisch sta per consumo, una sorta di personificazione allora di quest’aspetto. Sono note sin dall’antichità testimonianze di questo tipo di “magia dell’immagine” (in tedesco: Bildzauber, in latino: Invultuatio), predisposto con figure in cera o materiali simili. Ovidio, per esempio, negli Amores (V, 79 f) dice testualmente: “Una strega t’ha condannato perforando una bambola di lana“.
Demoni familiari
Nel Dictionnaire Infernal (1863), l’occultista Jacques Collin De Plancy, alla voce “mandragora”, annota: “Demoni familiari assai bonari; appaiono assumendo l’immagine di piccoli uomini senza barba, con i capelli in disordine. Un giorno una mandragora osò mostrarsi alla richiesta di uno stregone sotto processo, ma il giudice non ebbe timore di staccarle le braccia e di gettarla nel fuoco. Questo episodio si rende comprensibile se consideriamo il fatto che si definiscono mandragore anche i piccoli pupazzi nei quali il diavolo si nasconde e che gli stregoni consultano in caso di necessità […]. Si dice che questa superstizione […] sussiste ancora ai nostri giorni in Baviera, in Danimarca e in Svezia”.
Mandrake
L’etimologia anglosassone di “mandrake” deriva dal latino mandragora, per alcuni attraverso il francese “main-de-gloire”, poiché, in passato, la mandragora, in Francia, era nota, appunto, quale “main de gloire”, da mandegloire, e poi mandragloire, mediante la sovrapposizione del nome d’una fata del folklore francese, Magloire, già considerata un “famigliare”, proprio nella forma lavorata d’una radice, anche se, in Bretagna, è uno spiritello della notte che, quando appare, si presenta con i polpastrelli accesi. La confusione si fa con la vera “Mano di Gloria”, costituita dall’estremità dell’arto superiore d’un impiccato, disseccata e conservata in salamoia, da utilizzare come candeliere, su cui infilare, a mo’ di moccolo, il dito d’un bambino nato morto, onde paralizzare le persone da derubare.
Virunculus mandragoreus
Tra gli oggetti ritrovati nell’abitazione d’uno studente, apprendista stregone, sospettato di contatti con il demonio, l’umanista gesuita Martin Antoine Del Rio riporta, nelle Disquisitionum magicarum libri sex (1606), che v’era anche un homunculus ricavato da una mandragora (virunculus mandragoreus), che venne bruciato. Eppure, un secolo dopo, il Padre francescano Ludovico M. Sinistrati d’Ameno, nel De Daemonialitate et Incubis et Succubis, giusto per allontanare il demonio e non farlo entrare in casa, raccomandava dei fasci di mandragora, giusquiamo (Hyoscyamus niger), loto (Nymphaea lotus), porcacchia (Portulaca oleracea), rabarbaro (Rheum officinale o palmatum) e altre piante, da appendere alla finestra e alla porta della stanza della persona da esorcizzare.
Due tipologie di piante
E, difatti, Nicolas Lémery, nel suo Dictionaire ou traite universel des drogues simples, del 1727, distingueva una mandragora “femmina”, in grado d’accrescere il desiderio amoroso e la fedeltà coniugale, da una “maschio”, più indicata, in magia nera, per sottomettere il prossimo alla volontà del mago.
Cireaşa lupului
Mircea Eliade distingue invece due tipi di “raccolta” di cireaşa lupului (ciliegia del lupo) con finalità contrapposte: a scopo matrimonio e fecondità, o per attirare ricchezze e salute, il rituale richiede comunque purezza, pulizia, silenzio, solitudine, segretezza; tutto il contrario, se gli obiettivi sono quelli dell’odio o della follia, per cui le donne si comportano di conseguenza e si approssimano alla pianta con i vestiti sudici; ed è perciò forse che viene giudicata “l’erba della vita e della morte” (La Mandragore et les mythes de la ‘naissance miraculeuse’, Zalmoxis, III, 3-48, 1940-2).
In Germania si pensava addirittura che la mandragora potesse assicurare l’invulnerabilità a chi andava in guerra, grazie ai vestiti intessuti con essa, in modo che respingessero le armi nemiche. I pescatori bretoni la portavano con loro come amuleto di protezione contro naufragi e tempeste marine, mentre gli scalatori alpini la impiegavano per favorire un tempo sereno. Inoltre, si sarebbe mantenuta la credenza della sua efficacia come talismano per ottenere fortuna, fama e stima, in alcuni villaggi di Croazia, Serbia, Russia, e Bessarabia (la regione storica compresa tra i fiumi Prut, affluente di sinistra del Danubio, e Nistro), dove sembra però si faccia un po’ di confusione tra Atropa belladonna, Bryonia dioica, Nephrodium filix-mas (felce maschio), Potentilla erecta (erba dalle cinque dita) e una varietà di mandragora chiamata flora di Barboi o volto del Diavolo.
Terafim
Dopo aver riportato la credenza relativa ai Theraphins di Labano (in ebraico, “idoli della casa”) e la similitudine con il Baaras di Ioseph, in Rares et curieux discours de la plante appelée mandragore (1638), il medico Laurens Catelan annotava: “[La radice di mandragora] si custodisce con tutti gli onori in qualche armadio, ben imbottito al suo interno, poi le si offrono profumi e incensi come se si trattasse di un idolo; infatti alcuni chiamano la mandragora Osyris, dal nome di un dio egiziano. Le si fanno inoltre inchini e onori religiosi, dopodiché le si può chiedere come ottenere grandi onori e ricchezze”.
Anthropomorphon
Avendola lo stesso Pitagora denominata “anthropomorphon”, cioè “a forma di uomo”, fin dall’antica Grecia la radice della mandragora venne anche equiparata a un essere antropoide, da associare all’homunculus, il “piccolo uomo” cioè dotato di vita e coscienza propria, dai poteri soprannaturali, da adattare a molteplici servizi. E già nell’Asino d’oro di Apuleio si descrive una pratica magica delle streghe della Tessaglia, consistente nell’animare una mandragora in forma umana allo scopo di vedere esauditi i propri desideri.
Ushabti
La leggenda dell’homunculus era direttamente collegata a quella del Golem, una creatura fabbricata artificialmente con un procedimento magico, e non pseudoscientifico, come nel romanzo di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley (“Frankenstein; or, The Modern Prometheus”, 1818). Un procedimento comune a differenti dottrine occulte di molti popoli, e sempre in riferimento a idoli o immagini a cui s’attribuiva facoltà di profferire oracoli. Nell’antico Egitto, si era soliti riprodurre figurine in argilla, o cera, recanti iscrizioni magiche sul busto, chiamate “risponditori”, ushabti, perché, collocate in un canestro nelle tombe, avrebbero dovuto prendere la parola al posto del defunto evocato.
Golem
“Golem” potrebbe valere per “materia prima priva di forma”, o “forma umana animata”. Poiché, nel Talmud, corrisponde a diverse tappe nella creazione dell’uomo, dalla massa amorfa, o stato semi-finito, a partire dalla polvere, prima che Dio vi infonda il soffio vitale, alla massa di terra in forma umana, ma ancora priva di vita. Nei Salmi, si riferisce ad Adamo, l’uomo naturale. Ma nel giudaismo esoterico, è legato di più all’esegesi cabalistica del Sefer yesirah e alle concezioni che attribuiscono un potere creativo al linguaggio, alle lettere e ai numeri.
Vestigio ombelicale della nostra origine terrestre?
Ad Alphonse Louis Constant (Eliphas Lévi) viene attribuita la seguente considerazione, anche se alcuni la ritengono dell’inglese William Wynn Westcott: “La mandragora naturale è una radice filamentosa che, più o meno, presenta nel suo insieme o la figura di un uomo, o quella delle membra virili. È leggermente narcotica e gli antichi le attribuivano una virtù afrodisiaca, che la rendeva ricercata dagli stregoni della Tessaglia per la composizione dei filtri. Questa radice è il vestigio ombelicale della nostra origine terrestre? Non osiamo affermarlo seriamente, ma è tuttavia certo che l’uomo è uscito dal fango della terra, e la sua prima apparizione deve essere stata sotto forma di un abbozzo approssimativo. Le analogie della natura rendono questa nozione necessariamente ammissibile, almeno come possibilità. I primi uomini furono, in questo caso, una famiglia di giganteschi e sensibili mandragori, animati dal sole, che si radicarono dalla terra; questo presupposto non solo non esclude, ma anzi suppone positivamente, la volontà creatrice e la provvidenziale collaborazione di una causa prima, che abbiamo RAGIONE di chiamare DIO. Alcuni alchimisti, colpiti da questa idea, specularono sulla cultura della mandragora, e sperimentarono nella riproduzione artificiale di un suolo sufficientemente fecondo e di un sole sufficientemente attivo per umanizzare la detta radice, e creare così uomini senza il concorso della femmina. Altri, che consideravano l’umanità come la sintesi degli animali, disperavano di vitalizzare il mandragore, ma incrociarono coppie mostruose e proiettarono seme umano nella terra animale, solo per produrre crimini vergognosi e sterili deformità.”.
Arcanum sanguinis hominis
Nel De homunculis di Paracelso si trova descritta persino una particolare procedura cerimoniale da seguire, anche senza il supporto d’un tubero: “Se il seme umano, chiuso in un’ampolla di vetro sigillata ermeticamente, viene seppellito per quaranta giorni in letame di cavallo e opportunamente magnetizzato, comincia a muoversi e a prender vita. Dopo il tempo prescritto assume forma e somiglianza di essere umano, ma sarà trasparente e senza corpo fisico. Nutrito artificialmente con arcanum sanguinis hominis per quaranta settimane e mantenuto a temperatura costante, prenderà l’aspetto di bambino nato di donna, ma molto più piccolo. Chiamiamo un tale essere homunculus e può essere istruito e allevato come ogni altro bambino fino all’età adulta, quando otterrà giudizio e intelletto”.
Uteri vegetali
Nel De rerum natura, Lucrezio riporta che, grazie al calore e all’umidità, nei luoghi propizi, dal suolo spuntavano, come cucurbitacee, degli uteri ancora attaccati per mezzo di viticci alla terra che li faceva crescere, nutrendoli con linfa simile al latte, riscaldandoli e adagiandoli quasi su giacigli di erba.
Tagete
La capacità delle radici e della terra medesima d’assumere forma umana, ci viene attestata soprattutto nel mondo antico e in particolare tra gli etruschi. Cicerone, nel De divinatione (2. 23), e Ovidio, nelle Metamorfosi (15, 558), narrano di quel contadino tarquiniese che, un giorno, mentre arava il proprio campo, vide una zolla muoversi da sola per assumere forma umana e rivelare l’arte di rivelare il destino. Tagete, così, insegnò per primo agli Etruschi a predire il futuro.
In Genesi (30: 14), Ruben, il figlio maggiore di Giacobbe e Lea, trova delle mandragole in un campo. La seconda moglie di Giacobbe e sorella di Lea, Rachele, che è sterile, desidera queste radici (dûdâ’îm, in ebraico letteralmente “piante dell’amore”) e le vuole barattare con Lea, concedendole in cambio di trascorrere quella notte nel letto di Giacobbe. Lea regala le piante alla sorella, e viene nuovamente ingravidata (Genesi 30:14–22), mentre Rachele riesce a rimanere incinta solo anni dopo.
Duda e Berasa
Anche in alchimia viene documentata la duda (singolare di dûdâ’îm), altrimenti detta jabora, e ritenuta dono d’Ermete Trismegisto (l’egizio Toth) da impiegare per l’evocazione degli spiriti. Nelle opere degli alchimisti però la pianta la ritroviamo più nota come “lunaria” o berissa. “Berissa” da baaras, altro nome ebraico per la mandragora, oppure dalla siriana besasa, simile all’erba apotropaica persiana detta hom; in ogni caso, quintessenza contro ogni veleno, anch’essa associata al Moly, fornito da Hermes a Ulisse. Linneo si concentrò su due tipi di porri, allium moly e allium magicum, mentre l’indicazione botanica di altri s’indirizzava verso la ruta montana, o l’enula campana.
Pietra filosofale
Più illuminante il Liber secretorum artis, dove Khalid Ibn Yazid scrive chiaramente: “[…] come ha detto il filosofo nel suo libro […]: Prendi una pietra che non sia una pietra […]. Si tratta della pietra il cui minerale si genera sulle vette delle montagne […]. Sappi che le radici dei minerali stessi sono nell’aria, e il loro capo è nella terra; quando vengono raccolti e tolti dai loro luoghi, si solleva un grande fragore”.
Sia per il grido quando viene sradicata, sia per la corona di foglie che fuoriesce dalla terra, a rappresentare quasi un apparato radicolare visibile, e la parte opposta, che sarebbe la “testa”, interrata, potrebbe ben corrispondere alla mandragora, in questo caso identificata quale “Pietra filosofale”.
Lapis o Sal
In Artis auriferae quam chemiam vocant (XVI secolo), a Maria l’Ebrea viene fatto risalire il riconoscimento della pietra filosofale in una certa “erba bianca della montagna”. Infine, lo stesso Lapis si dice debba essere strappato via dal suo alloggio grazie a un cane. E poi il componente fondamentale delle operazioni alchemiche, il Sale, viene sempre associato alle radici di piante come mandragora, brionia (Bryonia alba o dioica, “rapa del diavolo” o “mandragora inglese”) e angelica (Angelica archangelica, o sylvestris), come pure al Piombo e all’effetto del Raffreddamento.
Nel Commentario al De materia medica di Dioscoride (1555), Andrés H. Laguna de Segovia denunciava: “[…] la sua radice, per la maggior parte, consta di due gambe somiglianti a quelle dell’uomo; ciò nonostante, non contenti, molti burlatori con questo vogliono persuadere che per noi vi assomigli in tutte le altre membra, e così, per ingannare il popolo ignorante e credulo, sono soliti, nella radice della canna o in quella della brionia, scolpire e intagliare tutte le parti dell’uomo, inserendo certi chicchi di grano in quei punti del corpo da cui vogliono che nascano erbe al posto di capelli o peli. Formate, quindi, le dette radici con questo artificio fraudolento, le mettono sotto terra, e allora la estraggono come cosa mostruosa, e la vendono per quanto vogliono, per fare figli, a delle donnette sterili che muoiono per restare incinte”.
Imaguncula alrunica
La forma antropomorfa, unitamente al potere magico, d’una qualche radice poteva essere accentuata allora da un’opportuna “lavorazione”. E capelli e barba, per esempio, potevano essere riprodotti con granelli di orzo, o miglio, da far germogliare laddove precisamente previsto dall’analogia anatomica.
Nell’antica Germania, “piccole immagini della mandragora” (imaguncula alrunica) potevano esprimersi con movimenti della testa e rispondere alle domande dell’interlocutore con suoni articolati, da ventriloquo. La radice in forma di homunculus poteva valere quindi non solo da talismano, o quale amuleto, ma pure da oracolo. E le virtù profetiche della mandragora erano menzionate anche nella Falaḥat al-nabaṭiyya (Agricoltura nabatea) di Abu Bakr Ibn Wahsiyya.
Rune e Alrune
Questi idoletti in grado di predire il futuro erano chiamati Alruni (mandragora, in tedesco, Alraun; mentre “runa” equivale a mistero e a “lettera”, quasi a indicarne la “formula” dell’animazione), corrispondenti ad aiutanti magici, spiritelli domestici, da accudire come esseri viventi, e da utilizzare alla bisogna contro i nemici, contro le calamità e la morte, oppure per favorire prosperità, fortuna, salute, ricchezza, amore, fertilità, parti facili, e figli maschi o femmine, a volontà.
Il genio della lampada
Volendo, tuttavia, poteva pure portare sfortuna e gettare il malocchio. Il suo limite consisteva nel limitarsi a esaudire, come il genio della lampada, solo tre desideri del possessore, dopodiché occorreva cambiare di proprietà. Senza padrone, la radice veniva considerata un essere pensante che agiva autonomamente, nel bene e nel male. Affinché quest’essere potesse dimostrarsi efficace, doveva essere pertanto trattato con tutte le attenzioni del caso. Per gli antichi Magi, infatti, era una pianta dotata di coscienza indipendente.
Petit Albert
Nell’edizione francese ottocentesca (1868) del Petit Albert (versione postuma del testo medievale Il Libro dei segreti, attribuito ad Alberto Magno) si racconta, senza però discostarsi dalla descrizione fattane da Jean-Baptiste Pitois (Paul Christian), nella sua “Histoire de la magie, du monde surnaturel et de la fatalité à travers les temps et les peuples” (1870): “Nel mio viaggio di piacere in Iscozia, mi ricordo d’avere alloggiato in una casa d’un onesto cittadino, il quale avendolo conosciuto sei anni prima molto povero, e che era costretto di lavorare in giornata le campagne altrui per vivere, mi prese la curiosità di dimandarli come aveva fatto per divenire così ricco, ed ecco ciò che mi raccontò allegramente, avendo io impedito, mi disse, che fosse battuto una zingarella, che aveva rubato qualche pollo, ed essa in compenso m’insegnò di prendere una radice di brionia, la più che rassomigliasse alla figura umana, e sortendola da terra un lunedì di primavera, allorquando la luna è in buon aspetto con Giove, si taglia l’estremità di questa radice come fanno i giardinieri quando trapiantano qualche pianta, poi la si deve sotterrare in un cimitero, ed innaffiarla per un mese con latte di vacca […], al termine di detto tempo, la si sorte da terra che sarà più assomigliante alla figura umana […] e si fa seccare al forno, scaldato con verbena, e s’involge in un pezzo di lenzuolo mortuario, e fin tanto che si è in possesso di questa misteriosa radice si è fortunato nei negozi, si vince ad ogni giuoco, ed il traffico va così bene che in poco tempo si cambia posizione, ecco il modo che mi raccontò il paesano col quale si fece ricco. Vi sono delle mandragore d’un’altra specie, e si pretende che siano dei farfadelli o spiriti famigliari che fanno i servizi di casa, alcuni sono visibili, sotto sembianze d’animali, altri sono invisibili, io mi sono trovato in un castello ove ne era uno che dopo sei anni aveva preso cura di montare l’orologio del castello, e di stribiare i cavalli: un giorno fui meravigliato con grande sorpresa il vedere correre sopra la groppa dei cavalli la stribia senza vedere mano visibile che la conduceva…”.
In epoca medievale, la mandragora era considerata dunque un ingrediente chiave in una gran moltitudine di ricette di pozioni e infusi magici, nonché un componente primario di unguenti utilizzati dalle streghe per intraprendere il loro “volo”. Sostanzialmente quindi si trattava di preparati enteogeni usati per alterare lo stato di coscienza o a scopo allucinogeno. Durante tali deliri era facile convincersi d’aver volato per davvero alle riunioni con altre streghe, dove incontrare il diavolo, o sperimentare una fantastica giostra baccanale.
Giuseppe M. S. Ierace
Eliade M. Da Zalmoxis a Gengis Khan. Le Religioni e il Folklore dell’Europa Orientale, (a cura di Horia Corneliu Cicortaş, traduzione di Alberto Sobrero), Mediterranee, Roma 2022
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