Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
“Siamo tutti morti che per il momento sono ancora in vita”
Il genere «noir mediterraneo» nasce con la «trilogia marsigliese» di Jean-Claude Izzo (“Total Khéops”, 1995; “Chourmo”, 1996; “Soléa”, 1998), dove, con quello stile definito “familiare” e “sensibile”, oltre che autobiografico, vanno a embricarsi umanità e poesia (basti pensare al cognome del protagonista, Montale).
In contemporanea, quasi, veniva prendendo forma la personalità del commissario che omaggia il padre di Pepe Carvalho (“Yo maté a Kennedy”, 1972; “El Mar Del Sur”, 1979), tanto apprezzato da Leonardo Sciascia. Ma da “La forma dell’acqua” (1994) a quella “sparizione senza morte” meditata da Camilleri per non plagiare Conan Doyle con una caduta nelle cascate di Reichenbach (“The Final Problem”, 1893) e poi far ricomparire in altre forme un personaggio divenuto ormai ingombrante, e sfuggito di mano, financo nel riuscire a sopravvivere all’autore, – nella penna del figlio Adrian & John Dickson Carr (“The Exploits of Sherlock Holmes”, 1954), o negli apocrifi di Ellery Queen (“A Study in Terror”, 1966), come di Stephen King (“The Doctor’s Case”, 1987) – il filo che nell’intreccio narrativo mantiene la canonica unità di tempo, luogo e azione sembra si sia andato sempre più lacerando, facendosi fin troppo sottile.
Vigata e il vigatese vengono trasferiti sulla costa jonica catanzarese, tra Soverato e Stalettì (“La mezzaluna di sabbia” è forse Copanello, o Caminia, nella cui grotta di San Gregorio, secondo la tradizione, sarebbero giunte le reliquie del Taumaturgo?), eppure in una sorta di Topolinia, o meglio Paperopoli (non per nulla quell’insenatura viene comunemente additata come “la spiaggia del Pàparo”), quali naturali propaggini, non proprio vacanziere, per uno sceneggiatore di fumetti disneiani, Fausto Vitaliano (nativo di Olivadi, tra Palermiti e San Vito sullo Jonio), dove ancora s’avvertono serpeggianti echi di speculazioni, prepotenze, ingiustizie, corruzione e sofferenze.
“Memorabile e struggente” ha trovato questo romanzo Simonetta G. Agnello Hornby, la quale con “There is nothing wrong with Lucy” (2009), ha dimostrato di poter elaborare in una lingua per poi riscrivere, senza tradurre, in un’altra, “Vento scomposto”, seguendo l’Ecclesiaste (1, 6): “Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna”. Così pure sembra agire Gori (da Gregorio) Misticò (per un’asta anagrafica in più all’iniziale N d’origine νηστικός, digiuno, un refuso dell’ufficio registrazione, o un lapsus per il passato remoto del verbo masticare, d’una suggestiva forma riflessiva di istigare o qualcosa di più ermetico senza l’accentazione finale?); non cerca e non vuole tanto trovare i colpevoli, semmai, non riuscendo ad accettare un certo andazzo, prova a intercettarne la direzione, per contrastarla. Secondo la sua filosofia spicciola, non occorre, quindi, cambiare il mondo per correggerne il tiro, e quello che è più importante si situa nel soddisfare le esigenze della propria coscienza. Dall’ambiente pugilistico (Mike Tyson) estrae l’assioma conclusivo secondo cui, sul ring, puoi prepararti quanto vuoi, ma prima o dopo t’arriva quel cazzotto in piena faccia che ti manda k.o.
È ovvio che la prima menzione faccia esplicito riferimento alla dimensione espositiva figurata, e a una delle storie più famose del disegnatore Giorgio Cavazzano (“Il mistero della voce spezzata”, 1991), ispirate alle atmosfere dell’autore di “The Big Sleep” (1939), in cui si sviluppavano le indagini di Philip Marlowe.
Altra citazione è musical-popolare, coinvolgendo Nada Malanima in quell’inutile ricerca di senso che dal Qoelet della Tanakh ebraica, citato dalla Agnello Hornby, degrada nei versi: “E tutta la vita gira infinita/ Senza un perché/ E tutto viene dal niente e niente rimane senza di te”. La considerazione leopardiana d’una natura matrigna la consolidano i documentari televisivi nell’invitare alla rassegnazione che è alla vita che non piace la vita stessa. Pure Philip Roth, nel desolante quadro di “The Human Stain” (2000), aveva descritto, e in un’appena percepibile traccia informe, forse il passaggio dell’intera umanità.
A completamento dell’immancabile richiamo gastronomico di colore folkloristico, non poteva che risultare di conforto qualcosa di “frizzante”, un soft drink a base di caffè, prodotto a Girifalco, anche se, in un abbinamento di dubbio gusto, innaffia alcune specialità culinarie locali, come morzèddhu o pipi e patati.
Ancora più interessante la reminiscenza espressamente lessicale ed etno-musicologica, in specie alla canzone cirotana, in cui i termini ‘rìnnina’, ‘rinninèdda’, ‘rinninùnu’ stanno per rondine, rondinella e rondone, mentre ‘a riturnella’ vuol dire più banalmente ‘alla maniera dei ritornelli’ (quel “gira e rigira e sopra i suoi giri …” dell’Ecclesiaste). «Tu rondine che vai per mari e mari/ Fermati affinché ti dica due parole/ Corri a gettare il sospiro a mare/ E guarda se mi risponde il bene mio/ Non mi risponde, no, è troppo lontano/ E’ sotto una frescura che sta dormendo/ Poi si risveglia con il pianto agli occhi/ Si asciuga gli occhi e gli passa il pianto/ Prendi il fazzoletto, vado a lavarlo/ Poi lo stendo a una pianta di rosa… ».
Lo scintillio delle onde all’alba ricordano al protagonista il cinguettare degli uccellini al risveglio del sole, la mattina presto, quando sembra non vogliano smettere il loro incomprensibile chiacchiericcio. E anche il baluginare della superficie dell’acqua appare quasi un qualcosa di misterioso da decifrare, all’interno di quel grande discorso che in Qoelet fa il vento nel suo andare e venire dal niente.
«…Un momento prima di morire forse non ti scorre tutta la vita davanti: forse invece senti tutto quello che hai detto. Ogni singola parola, ogni frase. Risenti tutto in un solo istante e non c’è niente che tu possa fare per cancellare una parola né per aggiungere una parola non detta. Quello che è stato è stato, e quello che non è stato non sarà mai più…».
Il paese di San Telesforo (in omaggio al primo papa calabrese, da Terranova di Sibari, avversario degli gnostici Valentiniani), “ça va sans dire” Jonico (con la frazione Marina staccata dalla Superiore), collegato ad altrettanto credibili Gàmbiase e Castrobello, viene descritto in tutta la sua monotona e grigia crudezza giornaliera, allorquando, repentinamente, si trasforma in uno spaccato melodrammatico da opera lirica alla Ruggero Leoncavallo, reduce dalla traumatica esperienza infantile di Montalto Uffugo, che 27 anni dopo traspose ne “I Pagliacci”.
L’assassino, nel romanzo pubblicato da Bompiani (2020), non è però il clown (tipo “It” di Stephen King, del 1986), e neppure il maggiordomo (come nei racconti di Anna K. Green o di Herbert G. Jenkins).
Fausto Vitaliano: “La mezzaluna di sabbia”, Bompiani, Milano 2020
