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La mia Germania: storia di un amore clandestino

Da giornalistitalia.it di  Daniele Baglione

Tifare – contemporaneamente – per la squadra di calcio della nazionale tedesca e per quella “granata” del Torino. “La mia Germania” è il libro che racconta di un amore sportivo “clandestino” e – contemporaneamente – un pezzo dell’autobiografia di Giuseppe Culicchia che si confessa nella pagine della sua ultima pubblicazione (Neri Pozza editore, 160 pagine, 18 euro).

Ai campionati mondiali del 1970, quando gli azzurri di Ferruccio Valcareggi affrontarono i bianchi di Hermul Schon, mentre tutta Italia stava incollata ai televisori urlando per incitare i calciatori di casa (manco potessero sentirli e cinque mila chilometri di distanza) l’autore si trovò a parteggiare per gli avversari.
Fu per un rigurgito di riconoscenza. «Se – sta scritto nella controcopertina di presentazione – durante la seconda guerra mondiale, due soldati tedeschi non avessero salvato suo padre, Giuseppe Culicchia non sarebbe nemmeno nato».
Non avrebbe assunto l’incarico di direttore della Fondazione del Circolo dei Lettori di Torino (che occupa attualmente) e non avrebbe firmato alcuni bestseller di raro impatto sul pubblico. Culicchia è piemontese per nascita da una famiglia che ci era arrivata partendo dalla Sicilia e, alla sua terra, ha dedicato le prime pubblicazioni.

Con “Tutti giù per terra” raccontò le incertezze di un ventenne nella Torino degli anni Ottanta e con “Torino è casa mia” (più ironico) suggerì una guida sentimentale fra la memoria personale e quella indicata dai deplians del turismo organizzato.

Culicchia è autore che lavora con speciale sensibilità. Ha pubblicato i romanzi “Paso Doble”, “Bla.bla.bla”, “Vivere in metrò” “Il cuore e la tenebra”. Ha tradotto Bret Easton Ellis, Mark Twain e Francis Scott Fitzgerard. E non ha avuto paura di cimentarsi con i temi forti dell’attualità.
“Il tempo di vivere con te” è un memoir dedicato al cugino Walter Alasia, brigatista rosso morto in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. E, indagando nel territorio ideologico opposto, “Uccidere un fascista: Sergio Ramelli” per rimodulare uno spicchio di vita degli anni di piombo.
“La mia Germania” è un testo gustoso e divertente che riporta a una partita di calcio che i giovani non hanno visto, non ricordano e, forse, non sanno nemmeno che sia stata disputata. Si trattava della prima semifinale del campionato del mondo che si disputava in Nord America.
Per il fuso orario, il fischio d’inizio della partita avveniva nel cuore della notte italiana. Un bel pezzo d’Italia rinunciò a dormire. I televisori erano un cassone più lungo che largo. Esistevano soltanto due canali che trasmettevano in bianco e nero e con un palinsesto che non copriva le intere 24 ore della giornata. A mezzanotte, lo schermo restava vuoto. Quella notte, l’eccezionalità dell’appuntamento sportivo fece stravolgere anche le abitudini della Rai.
Le squadre scesero in campo nello stadio Atzeca di Città del Messico. Ottanta mila spettatori sugli spalti e 32 paesi collegati per servire 350 milioni di spettatori.
Adesso sarebbero numeri adeguati per una modesta partita di Champions League ma, allora, fu sufficiente per battere ogni record precedente. Il campionato mondiale di calcio era animato dalle squadre europee e quelle del centro sud America. I Paesi dell’Asia e dell’Africa mandavano loro rappresentanze che avevano valore poco più che simbolico.

Roma, 28 marzo 1970: Mariano Rumor giura davanti al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per il suo terzo Governo. Il 6 luglio successivo si sarebbe dimesso

Il mondo, in quei mesi, avrebbe avuto altro di cui occuparsi. Il Presidente della Repubblica italiano si chiamava Giuseppe Saragat mentre il Presidente del Consiglio era Mariano Rumor che già sapeva di essere titolare di un incarico “a tempo”. Aveva messo in piedi un governo di quelli definiti “balneari” per sbrigare l’ordinaria amministrazione in attesa che i partiti trovassero un accordo politico più consistente. A breve, doveva arrivare Emilio Colombo.

In Gran Bretagna votarono proprio nelle ore della vigilia della partita. Contro ogni previsione della vigilia, il conservatore del partito Tories Edward Heath sconfisse il laburista Harodl Wilson. La Francia era affidata a George Pompidou. L’Unione Sovietica aveva a capo Leonid Breznev. Gli Stati Uniti avevano scelto Richard Nixon che cercava una exit solution per sganciarsi (senza troppo disonore) dalla guerra del Vietnam. La partita si trascinò per 90 minuti con due squadre più attente a difendersi che ad attaccare.

Noiosa, seconda il giudizio unanime dei critici. Boninsegna aveva segnato quasi all’inizio del primo tempo e, quando sembrava che il passaggio dalla semifinale alla finale fosse regolato da un deludente uno a zero, Schnellinger portò la Germania al pareggio. Fu a quel punto che, messe da parte tattiche e prudenze, la competizione diventò (come sta scritto sulla targa all’ingresso dello stadio messicano) “el partido del siglo”.

La targa commemorativa a perenne ricordo dello storico incontro: «Lo stadio Azteca rende omaggio alle Nazionali di Italia (4) e Germania (3), protagoniste, nel campionato mondiale del 1970, della “Partita del Secolo”. 17 giugno 1970».

Cinquanta minuti di adrenalina con capovolgimenti di fronte e di risultato. Passarono i tedeschi con Muller e Burnich li riprese. Scontri anche eroici. Franz Beckembauer, cadendo, si fece male alla spalla.

Il capitano tedesco Franz Beckenbauer, a seguito di un infortunio occorso al 65′ che gli ha causato la lussazione di una spalla, è rimasto stoicamente in campo

Allora non c’erano le cinque possibilità di sostituzioni di oggi. Allora, se uno si faceva male lasciava i compagni in dieci o giocava da infortunato. Il tedesco si fece fasciare e tornò in campo suscitando l’ammirazione dei critici che (con qualche esagerazione) arrivarono a paragonarlo ai combattenti dell’antica guerra di Troia.

Riva riportò l’Italia avanti e Muller segnò la rete del pareggio. Quando sembrava che ci si dovesse affidare ai calci di rigore, Rivera gonfiò per la quarta volta la porta.
A notte fonda, per la prima volta, caroselli di auto per le vie delle grandi città. Ma Culicchia rimase deluso. Lui avrebbe voluto che la semifinale fosse appannaggio della Germania.

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