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Giovani in biblioteca
Mediterranea

LA NUVOLA E IL FUMO, A ROGHUDI NON SI SENTON PIÙ CANTARE LE CICALE

Sono loro, e non i libri, che danno peso al vento.

Scrive Erri De Luca. Scrive degli alberi, di tutti gli alberi.

Ma nella punta estrema della Calabria, nelle colline polverose dove gli alberi vivono inclinati, obliqui, appesi sui costoni di roccia, quasi incompatibili con la gravità terrestre, tutto è bruciato in pochi giorni.

Gli alberi sono diventati scheletri di cenere.

Il primo giorno nessuno da peso alle cose. Sembrano i soliti roghi accesi da chi vuole pulire, un po’ rischiosamente, i propri terreni.

Ma dal secondo giorno tutti abbiamo capito che il dramma era nell’aria, e cadeva su di noi in forma di cenere viva.

All’aria odorosa di resina e miele si è sostituita una cappa oppressiva di fumo.

Una cosa però la devo raccontare.

Non ho amato da subito, la montagna. Ma solo da qualche anno.

Con l’avanzare dell’età occorre sempre più qualcosa di riservato, di solitario, di intimo, da affiancare all’acqua del mare.

Due amori.

Dov’è scritto che non può esistere un amore multiplo?

L’amore si moltiplica nelle cose e nelle persone, sappiatelo.

E, soprattutto, nei luoghi.

Ho iniziato quindi a bighellonare per le colline di Melito, ed ho scritto un racconto, ma non dico quale, appoggiato ad un sasso, con i piedi penzolanti sullo strapiombo.

Poi ho osato, e ho frequentato Roghudi vecchio, e ho scritto due racconti, ma non dico quali.

Come un brigante della parola ho espropriato una casa abbandonata, usando come scrivania un vecchio bancone per lavorare la carne di maiale.

Dalla finestra divelta, l’Amendolea.

Sono venute a trovarmi Olimpia, Maria e Carmela, e mi hanno raccontato le loro storie, nel rumoroso silenzio dell’Aspromonte e delle loro vite.

Poi le ha portate via il vento.

Il pensiero del “mio” Roghudi circondato di fiamme mi toglie il sonno.

Per giorni ho visto la montagna ustionata, come pelle umana, a brandelli.

Non riesco ad immaginare gli animali che l’abitano, e che qualche volta ho incontrato nelle mie provvide e dilettantistiche passeggiate.

Non ho mai visto le cicale.

Le ho sentite, rumorose, cantare.

Non le sento più.

Mi dispiace, non sono capace di analisi competenti ma soltanto di rammarico doloroso.

Non posso aggiungere nulla a ciò che è già stato scritto, se non il mio ricordo e il mio legame.

Se ognuno di noi aggiungesse a questa storia il proprio legame, e il proprio dolore, forse saremmo invincibili.

Faremmo capire, con le buone o con le diversamente buone, che da quegli alberi che adesso sono scheletri di cenere, dipende il nostro respiro.

Che è vita.

Faremmo capire, in qualche modo, e molto di più, che i luoghi sono persone vive, e bruciarli è omicidio.

Il fondo non va toccato, ma se non lo tocchi non risali.

E che sia una ripartenza feroce. Che il fondo sia un trampolino. Che la cenere sia linfa nuova.

E che nasca dal dolore un amore nuovo per la nostra terra.

Mentre scrivo, dalla finestra un rivolo di fumo lontano indica che un costone della montagna ancora brucia.

In alto, solitaria, una nuvola… nuvola e fumo si fondono e diventano una sola cosa

Intorno, timido, nel grigio appare un po’ di azzurro.

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