San Luca, oltre Duisburg: Anna Sergi indica la via della memoria e dell’identità
Anna Sergi ha offerto una prospettiva di uscita ai tanti silenzi “senza memoria” di San...

Anna Sergi ha offerto una prospettiva di uscita ai tanti silenzi “senza memoria” di San...

Il presente articolo propone una riflessione critica sul phygital inteso come spazio e come apparecchio di produzione culturale, con un’attenzione marcata alla teoria decoloniale e a una contaminazione teorica che mette in dialogo Pasolini, Baudrillard, Gramsci, Croce, Niola, Quijano, Mignolo & Walsh, Bauman, Saussure e Foucault.
Attraverso una lettura intertestuale si indaga come le tecnologie ibride rimodellino i sistemi di significazione, i rapporti di potere e le pratiche di soggettivazione, insistendo sulla necessità di ripensare epistemologie, regimi di verità e dispositivi simbolici che reggono la produzione del senso nello spazio phygital. Integrazioni specifiche analizzano il caso di Teti e il Sud Italia come nodo significativo per comprendere la tensione tra patrimonio locale, pressioni di mercato e pratiche tecnologiche ibride. L’ibridazione fra dimensione fisica e mediazione digitale, comunemente etichettata come phygital, non è un fenomeno puramente tecnico. Essa costituisce un campo di battaglia simbolico in cui si negoziano forme di sapere, identità e potere. La sfida interpretativa richiede una pluralità di strumenti concettuali perché i dispositivi phygital agiscono simultaneamente su piani diversi: quello semiotico, che riguarda la produzione di segni e significati; quello economico, che investe pratiche di consumo e mercificazione; quello politico, che contempla relazioni di dominio e regimi di verità; quello culturale, che tocca memoria, identità e gerarchie epistemiche. La teoria decoloniale fornisce una lente critica fondamentale perché sposta il fulcro dell’analisi dalla mera tecnologia ai rapporti di dominio che essa incarna e riproduce. Allo stesso tempo, l’ampiezza del quadro teorico si amplia se si considerano le intuizioni di autori classici e contemporanei: la semiologia saussuriana, la diagnosi della modernità liquida di Bauman, l’analisi della simulazione di Baudrillard, la riflessione gramsciana sull’egemonia, gli apporti di Foucault sul governo dei corpi e dei discorsi, la posizione estetica di Croce, e i contributi specifici della decolonial theory. L’analisi si completa con un approfondimento sul caso di Teti e sul Sud Italia, dove la tensione fra patrimonio radicato e reti globali fa emergere questioni paradigmatiche per il phygital. La nozione di ‘colonialità’ del potere invita a riconoscere che molte delle classificazioni, delle gerarchie e delle epistemologie che orientano il mondo contemporaneo hanno radici nella storia coloniale e continuano a operare attraverso dispositivi apparentemente neutri. Applicata al phygital, questa prospettiva denuncia che le piattaforme, i formati, i protocolli e i linguaggi digitali spesso incorporano criteri di valore che naturalizzano visioni del mondo eurocentriche e proprietarie. Ciò che appare come interoperabilità o standard tecnico può funzionare come meccanismo di legittimazione di specifiche epistemologie, imponendo modi di rappresentare il reale che si presentano come universali ma sono culturalmente e politicamente connotati. La digitalizzazione di memorie, pratiche e saperi locali non è un processo neutro: l’atto di registrare implica scelte su cosa preservare e come farlo, e queste scelte sono mediate da tecnologie e pratiche che hanno storicamente connotazioni di potere. Il controllo sui metadata, sulle licenze, sui formati proprietari e sulle piattaforme di distribuzione diventa controllo sulla visibilità e sulla circolazione dei saperi. La decolonial theory chiede dunque di guardare oltre la superficie funzionale delle tecnologie phygital e di interrogare i rapporti di forza che determinano quali lingue, quali memorie e quali pratiche trovino spazio nelle interfacce e nei dispositivi di distribuzione. Saussure ha mostrato che il segno è il risultato di una relazione arbitraria tra significante e significato, inscritta all’interno di sistemi linguistici che determinano ciò che è dicibile e pensabile. Nel contesto phygital, le interfacce digitali introducono nuovi significanti, nuovi codici e nuove modalità di associarli a significati. Le icone, le notifiche, i feed, le timeline e i gesti tattili diventano elementi di un sistema di segni che riconfigura le pratiche comunicative e riformula la percezione sociale del valore e dell’importanza. Decostruire i sistemi di significazione del phygital significa mettere in luce l’arbitrarietà che sottende le scelte progettuali e ripensare la possibilità di alternative semiotiche che non riproducano gerarchie di senso preesistenti. Baudrillard sulla simulazione e i simulacri offre strumenti per pensare l’iperrealtà prodotta dal phygital: quando il digitale riproduce ricorsivamente il fisico, la distinzione tra rappresentazione e realtà si attenua, e il simulacro può soppiantare l’esperienza originaria, Pasolini invece, con la sua analisi della società dei consumi, segnala l’omologazione simbolica che accompagna la mercificazione delle pratiche culturali. Applicate insieme, queste prospettive permettono di leggere il phygital come macchina che produce desiderio e valore simbolico, spesso a scapito della complessità storica degli oggetti culturali. Guardiamo anche attentamente ai concetti di egemonia, estetica e trasformazione culturale: Gramsci ci aiuta a comprendere come la dominazione si eserciti tramite la produzione di senso comune: i formati e i discorsi veicolati dalle piattaforme contribuiscono a una costruzione del consenso che naturalizza pratiche tecnologiche e culturali. L’intellettuale organico rimane una figura chiave per mediare fra pratica sociale e visione ideologica nel contesto phygital. Croce, infine, ricorda che l’estetica è forma di conoscenza; pertanto la produzione estetica nello spazio ibrido è anche conoscenza del mondo e strumento di trasformazione. Inoltre il concetto di modernità liquida e la precarietà delle forme sociali di Bauman descrive una modernità caratterizzata da relazioni fragili e identità fluide; il phygital amplifica questa liquidità, producendo esperienze effimere e cambi di significato rapidi che erodono narrazioni collettive stabili. La precarietà delle forme sociali influisce sulla capacità delle comunità di mantenere patrimoni culturali profondi e sostenibili. Foucault ci fornisce una categoria analitica utile per capire come il phygital istituisca regimi di verità mediante pratiche di sorveglianza, categorizzazione e normalizzazione. La produzione di dati e algoritmi non è neutra: è pratica che istituisce verità e rende governabili i soggetti. L’analisi foucaultiana obbliga a considerare le tecnologie phygital come strumenti di governo che modellano condotte e disponibilità di senso. La compresenza di queste linee di pensiero crea una trama concettuale ricca ma carica di tensioni: la decolonial theory mette in discussione basi epistemiche che altri approcci possono naturalizzare; Saussure evidenzia l’arbitrarietà del segno; Baudrillard e Pasolini denunciano la trasformazione del reale in merce simbolica; Gramsci e Foucault spiegano come consenso e governo si intreccino; Bauman introduce la variabile temporale. Combinare queste prospettive impone una pratica teorica diagnostica e normativa, capace di individuare meccanismi di dominio ma anche possibilità di resistenza e riformulazione del senso. Ed è qui che si inserisce il pensiero di Teti e il Sud Italia come nodo paradigmatico, infatti il territorio del Sud come studiato da Teti, offre un caso esemplare per osservare come le dinamiche phygital si intreccino con eredità storiche, marginalizzazione e pratiche di valorizzazione simbolica. Teti rappresenta un punto di frizione tra patrimonio radicato e circuiti culturali globali: la digitalizzazione di rituali, arti manuali e memorie familiari può generare visibilità ma anche reificazione e decontestualizzazione, rendendo il patrimonio accessorio di un’economia dell’esperienza. Dal punto di vista della ‘colonialità’ del sapere, molte operazioni di digitalizzazione risignificano un materiale locale secondo criteri di fruizione turistica o vendita simbolica, piuttosto che tutela della vita sociale che ha prodotto quei saperi. Le scelte di rappresentazione di questi, fotografie, metadata, descrizioni, incidono sulla correlazione tra significante e significato e possono ridurre la complessità a stereotipo, infine la prospettiva gramsciana indica che la costruzione di un ‘senso comune’ tramite media phygital può diventare terreno di egemonia esterna; d’altronde la prospettiva foucaultiana mostra come processi di catalogazione e raccolta dati funzionino come pratiche di governo che influenzano accesso a risorse e percorsi di valorizzazione. La teoria decoloniale, infine, sottolinea che le comunità del Sud non sono soggetti passivi ma portatrici di epistemologie alternative; il dialogo fra conoscenze locali e tecnologie ibride può essere occasione di rinegoziazione epistemica solo se si evitano appropriazioni e si garantisce controllo alle comunità. Il phygital solleva questioni di consenso informato, proprietà culturale, attribuzione e sfruttamento economico. È eticamente necessario garantire processi trasparenti e reversibili, ove possibile prevedere meccanismi adatti per pratiche sensibili e stabilire forme di compartecipazione economica per la valorizzazione commerciale del patrimonio. In pratica il phygital è regime di produzione di senso e potere che richiede una lettura interdisciplinare e decoloniale. La combinazione di Saussure, Baudrillard, Pasolini, Gramsci, Croce, Bauman e Foucault insieme agli apporti di Quijano, Mignolo e Walsh offre una mappa critica per interrogare le dinamiche di memoria, identità e diritti simbolici. Il caso di Teti e del Sud Italia ancora la riflessione a un terreno empirico dove le tensioni sono acute e illuminanti: la sfida è progettare pratiche phygital che non riproducano colonialità ma che ripartiscano potere epistemico e capacità di rappresentazione alle comunità locali.
