Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Le autobiografie di Walter Pedullà
Parte II
La sostanziale diversità tra le prime trecento pagine de Il pallone di stoffa, dove prevale quello che i critici chiamano il «romanzo di formazione» (Bildungsroman), e la seconda parte del libro, incentrata sull’attività politica e manageriale dell’autore, spinge il recensore a cercare modelli che spieghino questa disposizione della materia.
Ci sono poi, anche nella prima parte, dei nuclei narrativi che sembrano sviluppati a parte e poi incastonati nello scorrere del libro: si prendano per esempio le pagine 129-136 dove si narra del falegname ebbro che si immaginava avvocato difensore di piccoli criminali e, segnatamente, da pagina 133 3° capoverso a pagina 136 1° capoverso, un vero e proprio monologo teatrale che si dipana in un’oratoria inventata ed efficacissima e che non sfigurerebbe neanche in un teatro metropolitano.
O, ancora, si considerino le pagine che trattano del romanzo di Stefano d’Arrigo (181-199) e del suo «work in progress» che, oltre essere un vero e proprio saggio critico sia pure nella forma del memoir, è anche un invito a prendere o a riprendere in mano il libro che è stato, in Italia, il caso letterario più controverso della seconda metà del secolo scorso.
O anche le pagine da 74 a 82 dove, con la scusa di etimologie onomastiche improbabili relative sia al suo nome che al suo prenome, l’autore veicola altre informazioni su sé stesso e allunga il brodo della narrazione; alla fine sembra acquietarsi sulla provenienza greca di «Pedullà» che, però, non deriva da una Farfalla Leone o da una Farfalla Smeraldo ma, più banalmente, dalle «pètuddhe», piccole farfalline incolori che si producevano negli ammassi di grano e di altri cereali non aerati. Ma anche le ultime duecento pagine, alla fin fine, non sono altro che il mezzo di cui Pedullà si serve per innestare la sua figura nella storia politica italiana; con quella caratura eroico-avventurosa che Michail Bactin, citato un paio di volte nel libro, considerava la prima forma di coscienza autobiografica in grado di dispiegare «l’aspirazione all’eroicità della vita, all’acquisizione di importanza nel mondo degli altri, alla gloria.» (L’autore e l’eroe, Torino, Einaudi 1988, p. 140).
Questo modo di procedere della narrazione, per divagazioni ora larghe e ora di minore ampiezza, ci permettono di considerare unitariamente l’insieme delle pagine, anche le più distanti dagli intenti autobiografici, come modi di essere del «ritardo» che era (assieme al parallelo psicologico, all’iterazione epica, alle formule fiabesche ed altre ancora) una delle fondamentali figure stilistiche del romanzo per Victor Ṧklovskij (Una teoria per la prosa, Milano, Garzanti 1966, p. 58), anche lui citato più volte da Pedullà.
E, ove non bastassero questi riferimenti critici, l’autore inserisce una citazione anonima e variata rispetto all’originale, ma altrove ha messo le mani avanti («Io sono pieno di concetti e frasi di padre ignoto che meriterebbe di non restare anonimo», p. 280), «Il reale è spesso razionale» che forse risale ad Hegel e serve a giustificare qualsiasi azione umana per il solo fatto di essersi manifestata.
Avviandoci a conclusione non possiamo non rilevare come Pedullà, a forza di andare a braccio, finisce per inserire nel testo delle affermazioni che non sono esatte; forse perché, a forza di metabolizzare concetti altrui, alla versione originale si sostituisce quella inesatta.
Una pecora o quattro vaccini?
A p. 33, 3° capoverso, Pedullà parla dei ricchi capricciosi «come il proprietario terriero di Gente in Aspromonte, implacabile verso il pastore cui è caduta in un burrone una pecora». Potrà darsi che al padre di Antonello Argirò, protagonista di Gente in Aspromonte, sia pure caduta in un burrone una pecora; ma sarebbe stato un danno da poco e facilmente rimpiazzabile. Il problema drammatico era un altro: «Ho perduto il mio bene. I buoi che avevo in custodia dal signor Filippo Mezzatesta sono precipitati giù nel burrone. È finita. Questa è la rovina della casa mia …». Quattro animali vaccini, dunque, di cui una giovenca tenera come il latte. Sembra quasi che il critico abbia inserito a posta questa variante per tastare l’ignoranza letteraria dei suoi recensori, nessuno dei quali, a mia conoscenza, ha rilevato la cosa.
Nt’a cunetta o nt’o pantaneddhu?
Alle pagine 163 e 164 Pedullà scrive: «Quante volte noi calabresi abbiamo raccontato la storiella del corregionale che, incamminatosi per Roma, incontra San Pietro, il quale gli nega l’accesso nella città. L’ha diffusa in un suo volume di favole Saverio Strati… Dunque, interrogato da San Pietro, il contadino che si sta allontanando dalla propria regione in direzione del nord, risponde seccamente: “Vado a Roma”. Al che San Pietro risentito lo rimprovera: “E non dici nemmeno ‘Se vuole Dio’? Va nella cunetta, serpente!”».
Il serpente deve attendere un anno e poi, ritrasformatosi in viaggiatore, riparte alla volta di Roma. Incontra di nuovo San Pietro e succede come prima. E ciò per ben cinque volte.
Come va a finire ce lo dice Pedullà: «La sesta volta, prima che questi (cioè San Pietro) gli porga la domanda, il contadino che è cocciuto come un calabrese, non appena lo vede dice a San Pietro: «Vado a Roma o nt’a cunetta».
Ora, a parte la discontinuità narrativa (il corregionale che diventa “un contadino cocciuto come un calabrese”, l’incontro con San Pietro avviene prima dell’ingresso a Roma o quando si stava allontanando dalla sua regione?), il calabrese che stava andando a Roma incontra San Pietro, o Gesù (neanche il recensore ha sotto mano il libro di Strati per controllare e la sua memoria è abbastanza discontinua per sfidare quella del professor Pedullà) e quando gli si chiede perché non inserisce la clausola che riserva a Dio il suo destino ultimo («Si voli Diu!») risponde in modo più deciso, al limite della blasfemia: «Eu, si voli o si non voli (Dio), a Roma aju a jri!» (Voglia o non voglia Dio, io a Roma devo andare!).
Ma la memoria di Pedullà dà un clamoroso forfait nell’individuare la tassonomia dell’animale in cui il miscredente è condannato a trasformarsi e nel luogo dell’espiazione per la sua pena: infatti non in un serpente viene trasformato il testardo ma in un rospo e, in attesa del suo ripensamento, viene relegato non in una cunetta ma in un pantano.
E quando alla fine, non credo che si sia giunti fino alla sesta volta come dice Pedullà ma potrebbe benissimo essere nella versione di Strati, il calabrese, dopo aver dichiarato la propria meta, si sente dire «Si voli Diu!» risponde abbreviato: «E si non voli, nc’esti u pantaneddhu!».
E chiudiamo con Piero Caleffi: a pagina 223 Pedullà, che ha conosciuto di persona e benissimo il de cuius, gli attribuisce un libro dal titolo Non di solo pane.
Il titolo vero è Si fa presto a dir fame.
Ha senso, in chiusura, rilevare queste cose?
Il libro è troppo vasto. Si muove sul crinale del bilinguismo (dialetto calabro romanzo e lingua nazionale) e ciò ingenera momenti di confusione; e nella confusione, recita il detto calabro, «Puru u Signuri perdìu a berritta!»
Anche Pedullà, se l’ha perso il Signore, può aver ben perso, in qualche occasione, il suo berretto.
Del resto, il recensore per primo rivendica i suoi anfratti di ignoranza e di distrazione, oltre che di memoria traballante.
