La notte di Crotone. Un incontro onirico tra Eleonora Duse e Corrado Alvaro
Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...

Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...
Gli accademici, che predicano bene e razzolano male, scrivono che non è canonico iniziare una recensione con un aneddoto personale che riguarda il recensore e il recensito.
L’estensore di questa nota, non essendo accademico e per di più ultrasettantenne, si prende la libertà di trasgredire la regola.
Sentii parlare per la prima volta di Walter Pedullà nel 1969 o nel 1970 a Locri, a margine di una manifestazione non ricordo se sindacale o politica (forse in occasione di un 1° Maggio o di un 25 Aprile). Eravamo andati a prendere un caffè con Nicola Zitara e, al bar, incontrammo due o tre persone che stavano tracannando whisky e discutendo a chi toccasse l’offerta.
Colui che si sbracciava di più per pagare, e che era anche più rosso in viso degli altri, appena ci vide si staccò dalla beota compagnia ed abbracciò platealmente Nicola offrendogli da bere e cominciò a rimembrare il loro passato di lotte politiche: «Ti ricordi Nicola, di quando io e te, con Walter Pedullà e Carmelo Filocamo combattevamo a fianco dei contadini nell’occupazione delle terre di vent’anni fa?»
La vecchia compagnia del santo bevitore sgattaiolò dal banco e Zitara, uomo quanto mai schivo, si sorbì l’amarcord politico di quel buontempone fino a che, entrati altri giovani avventori e salutati con lo stesso calore ed invito di noi, previa presentazione del suo amico e compagno Nicola, uscimmo dal locale lasciando l’offerente alle prese con un altro giro di wischiciello. Appena fuori, chiesi a Zitara chi fosse questo Pedullà ed egli mi rispose che era un grande studioso di letteratura che insegnava a Roma. Quanto alle lotte politiche per i contadini, Nicola ci scherzò sopra derubricandole a fantasie di quello sconsiderato bevitore.
Il fatto che Zitara non compaia fra i più di 500 soggetti dell’indice dei nomi che chiude Il Pallone di pezza, e che tra i tanti episodi sopravvissuti nel ricordo di Pedullà non si parli specificatamente di lotte contadine, mi fa propendere per dar credito al minimalismo del mio interlocutore di allora che oramai è, da un bel po’ di tempo, nel «mondo della verità».
Tre o quattro anni dopo, stavo cercando un editore per la mia tesi di laurea di argomento mafiologico nonostante Paolo Alatri che era stato mio relatore a Messina mi avesse sconsigliato, finii a Palermo ove Pinino Morabito per l’occasione aveva mobilitato Michele Russo, suo compagno di studi a Giurisprudenza di Palermo; costui mi annunciò a Michele Pantaleone e gli lasciai il malloppo.
Qualche settimana dopo ricevetti il plico e una lettera nella quale Pantaleone, che si diceva entusiasta del mio lavoro, mi consigliava di inviarne copia a Walter Pedullà, che era presidente della Cooperativa Scrittori e di cui mi forniva l’indirizzo.
Non ricordo se spedii il plico a Roma o se lo portai di persona nell’unica volta che, senza annunciarmi, bussai alla porta della casa di Pedullà che era in via Firenze, primo incrocio con via Nazionale scendendo da Piazza Esedra. Bussai a un’ora che ritenni congrua, fra le undici e le undici e mezza, e mi aprì lui, in pigiama e con la zazzera arruffata, visibilmente contrariato come se fossi stato un poliziotto che avesse bussato per chissà quale esigenza alle due di notte. Mi fece entrare brontolando, si sciacquò il viso mentre io feci in tempo a sbirciare in libreria i primi volumi rilegati delle opere di Togliatti che stavano uscendo per gli Editori Riuniti, e poi mi ascoltò.
Mi avrebbe fatto sapere.
Tornato a casa raccontai a mia moglie dell’incontro e lei, che era stata socialista prima di fidanzarsi con me e che lo ridiventò dal giorno successivo al nostro matrimonio, mi disse tutta seria: «Sei andato a disturbarlo. Ti avrebbe dovuto chiudere la porta in faccia. Così avresti imparato come ci si comporta. A voi comunisti ci vuole qualcuno che ogni tanto vi insegni l’educazione!»
Nulla seppi del mio manoscritto.
Aveva ragione Paolo Alatri. Un conto era una tesi e un conto era pretendere di farne un libro.
Ma continuai a leggere quello che Pedullà pubblicava fino a che, nel 1911, lessi sul Manifesto una recensione a “Giro di vita” (San Cesario di Lecce, Manni 2011) in cui si parlava di Gesumino, il fratello comunista di Walter che era stato partigiano nel Frusinate ed era morto di tifo a Lagonegro mentre cercava di ritornare, dopo la conclusione della guerra di Liberazione, in Calabria dai suoi.
Ordinai il libro e lo lessi d’un fiato. Tra le tante annotazioni, il sottotitolo parlava di Materiali per l’autobiografia di un critico letterario, mi colpì una che non condivisi con mia moglie perché dava ragione a lei sull’incontro che avevo avuto con l’autore quarant’anni prima:
ore di lezioni su una pagina cercando e inseguendo il filo con cui era tessuta la struttura profonda di un’opera o di un autore. Notti intere a perlustrare testi che cedevano qualche segreto all’alba dopo venti ore di maniacali verifiche. Poi l’illuminazione, o l’abbaglio, che comunque faceva luce nel tuo rapporto col testo. Un quaderno pieno di appunti da cui ricavare un articolo che non sarebbe breve nemmeno come saggio. (pp. 167-168)
Ecco, quella mattina dei primi anni Settanta, il professore stava dormendo sogni agitati dopo essersi sbattuto fino all’alba, prima dell’intrusione del petulante corregionale, chissà con quale autore, magari con “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, il cui nome ricorre spesso in “Giro di vita”, che uscì nel 1975 e di cui Pedullà racconta lungamente in “Il pallone di pezza” (pp. 182-199): «Uscì col titolo definitivo nel 1975, circa vent’anni dopo il concepimento, ma io lo ero andato leggendo a episodi non appena l’autore li licenziava, spesso giornalmente» (p. 189).
“Giro di vita” si apriva con un’Intervista a me stesso, lunga novanta pagine; è uno dei miei tanti limiti quello di non aver mai letto altri scritti di questo genere.
La quarta di copertina giustificava la stravaganza: «Invitato a rilasciare un’intervista sulla critica letteraria, W.P. ha deciso di farsela da sé, per essere più libero di sconfinare da un’epoca all’altra (…), da un tema all’altro (…), da una corrente all’altra (…), da uno scrittore all’altro (…)».
Il resto di quel libro, molti materiali usciti in precedenza «in volume o in rivista», altri inediti come si ricorda nella prefazione a pagina 8, è stato riversato e ampliato nel “Pallone di stoffa” di cui appresso si dirà. (parte prima)
