GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Tra Igor Colombo e me, non era affatto scontato che sbocciasse un’amicizia sincera; politicamente agli antipodi (il comune amico scrittore Domenico Romeo, che mi aveva segnalato il suo lavoro “Reggina, un sogno chiamato serie A”, mi aveva parlato della sua militanza in Forza Nuova), ci siamo scrutati reciprocamente con una curiosa commistione di benevolenza e diffidenza sin dal primo incontro. Erano i primi mesi del ‘21 di post-pandemia e sono andato a trovarlo nella sua Lamezia. Nella prima mail che mi aveva mandato aveva scritto: «La domanda che mi sono sentito rivolgere più frequentemente negli anni della mia infanzia e adolescenza è stata: “Come mai sei di Lamezia Terme e tifi Reggina?”. Le risposte potevano essere tante e tutte mosse da ricordi ed aneddoti, che andavano da chi ti aveva portato per la prima volta a vedere una partita al vecchio stadio Comunale, oppure al ricorso enfatico ed originale del nome Reggina, che ha un fascino tutto suo e difficile da spiegare e per il quale mi ero perdutamente innamorato. Il comune denominatore di tutto stava nella risposta più sintetica ed eloquente che sarebbe potuta essere data: “Se non sei della Reggina, non puoi capire”». Aveva sorvolato sulla politica, scrivendomi, ma appena ci siamo stretti la mano abbiamo cominciato a studiarci come due cani da guardia. Mi aspettavo di incontrare uno che si portava addosso quell’aria rigida da ex militante di un movimento neofascista, tutta mascella contratta e sguardo diffidente e lui, probabilmente, si aspettava uno con barba lunga, giubbotto sdrucito e l’aria snob e sempre un po’ compiaciuta da militante di sinistra, magari con gli occhiali tondi, maglione in lana grezza da bottega etnica e con sottobraccio un libro di filosofia politica con le pagine piene di post-it colorati.
Abbiamo scoperto, invece, di essere due persone normali arrivate a incontrarsi per una di quelle ironie della storia che si diverte a congiungere gli opposti. Ci siamo fissati per un attimo cercando l’ombra del nemico nei lineamenti dell’altro. E invece abbiamo solo trovato stanchezza, e tanto disincanto. Scartate le ovvietà sulla pandemia ci siamo ritrovati a parlare di globalizzazione, perdita di sovranità, crisi economica, guerre improvvise che parevano avvicinarsi ogni giorno di più. Io me ne sono uscito col mio cavallo di battaglia: «Pare che l’unica cosa su cui tutti evitano di discutere sia il ruolo degli Stati Uniti». Lui ha annuito: «Sempre a dirigere il traffico mondiale come se fosse cosa loro.»
E io: «Guarda un po’, siamo d’accordo» e lui, pronto, anche se nel tono non c’era davvero ostilità: «Non esagerare».
Più parlavamo, più scoprivamo che lo stereotipo del “nemico perfetto” non reggeva al confronto umano. Certo, restavamo distanti su tante cose – nazionalismo, proprietà privata, solidarietà internazionale, uguaglianza sociale, differenze etniche, religione – ma sulla critica all’atlantismo ci ritrovavamo in sincrono, come se entrambi avessimo riconosciuto lo stesso squilibrio, lo stesso senso di sudditanza di chi dipende da potenze spietate. Le nostre chiavi di lettura delle azioni americane in Iran, Libia, Afghanistan, Kosovo, Palestina erano identiche. È chiaro che capirsi non significa diventare uguali ma solo ascoltarsi senza saltarsi addosso. La diffidenza iniziale parve sciogliersi, non eravamo diventati ancora amici o alleati; ma due persone che avevano avuto il coraggio di guardarsi e scoprire che, dietro le etichette e i pugni alzati in direzioni opposte, esisteva uno spazio per un accordo inatteso, almeno su un punto. E a volte, in un mondo che vive di muri, quello spazio basta per iniziare a parlare davvero. Iniziammo così il nostro percorso editoriale, Igor mi ha affidato il suo manoscritto e mi ha lasciato campo libero per l’editing anche sulle parti che trattavano della sua formazione politica e sociale oltre la passione sportiva per la Reggina.
Non mancano nel suo romanzo (classico romanzo di formazione) gli episodi riguardanti la sua vita privata, i suoi primi innamoramenti, le sue relazioni sentimentali spesso burrascose, il suo impegno in politica, quel suo essere troppe volte non conforme rispetto ad un pensiero unico dominante, l’attrazione culturale che prova nei confronti di quello che sarà un suo maestro politico, che lo indottrina e gli fa capire tante cose. Igor in quel suo libro racconta oltre dieci anni di partite emozionanti, di gioie ed amarezze, un arco di tempo in cui intanto in Italia molte cose accadranno, come la stagione delle stragi che vedono vittima i giudici anti-mafia Falcone e Borsellino che il protagonista vivrà con accesso fermento, rabbia e pathos, gli anni di Tangentopoli e di un’intera classe politica spazzata via, la guerra nel Golfo e quella nei Balcani, insomma tutto un pezzo di vita che ogni italiano ha visto e vissuto intensamente. Igor alla fine corona dunque il suo sogno, vede la Reggina trionfare ed agguantare quella serie A sfuggita dieci anni prima, finalmente potrà vedere gli squadroni come Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio, confrontarsi con la Reggina. Lui che ci aveva sempre creduto e che mai aveva mollato neanche quando la sua Reggina si trovava ultima in serie C, sempre presente su quei gradoni del Granillo ad incitare, soffrire e gioire per quelle maglie amaranto. La grande passione sportiva e politica l’ha dovuta purtroppo dirottare, in questo suo ultimo anno di vita, per combattere la terribile battaglia contro il cancro; l’ha persa purtroppo, ma ha lottato fino all’ultimo con la forza di un leone dimostrando che anche di fronte all’ineluttabilità del destino la vita merita di essere vissuta fino all’ultimo istante.
