GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

La Camera Penale di Palmi per i 90 anni dell’avvocato Armando Veneto presso la Casa della Cultura il 14 e 15 novembre ha organizzato una manifestazione nazionale per discutere sull’attuale riforma in merito alle separazione delle carriere dei magistrati dal tema, “Orizzonti della riforma: Vicina la separazione – Lontano il processo ad armi pari”. Perché una manifestazione nazionale a Palmi su questi temi in occasione dei 90 anni di Armando Veneto? La ricorrenza è importante per la comunità dei penalisti italiani di cui l’avv. Veneto ha mirabilmente interpretato lo spirito e la dimensione politica dell’impegno per le garanzie degli accusati e per la difesa dei principi del giusto processo. E con la passione civile che lo ha sempre sostenuto, non si è mai sottratto al dovere di denuncia delle degenerazioni di un sistema che non mette al centro l’uomo. Chiunque avverta il dovere di resistere quotidianamente allo scadimento di valore delle
libertà individuali, ha un debito nei confronti di Armando Veneto. Perché per affrontare i nodi della contemporaneità con il necessario slancio, non possiamo prescindere dall’ispirazione che viene dal pensiero e dall’opera di chi ha contribuito a definire l’identità politica del movimento dei penalisti italiani. La discussione pubblica sulla riforma costituzionale delle carriere dei magistrati investe un tema sul quale l’avvocatura è chiamata a dare un contributo insostituibile. Parliamo del rapporto tra la riforma e l’esercizio della giurisdizione penale; e cioè del rapporto tra l’assetto ordinamentale preconizzato dal disegno di legge costituzionale -che completerà l’iter parlamentare con l’imminente ultima lettura da parte del Senato – e la pratica quotidiana del
processo.
ASSETTI DI POTERE
I giudizi penali hanno perso la bussola che li orientava, l’esperienza della supplenza prolungata nei confronti della politica e dell’amministrazione pubblica ha delineato un nuovo ruolo del magistrato, nelle istituzioni e nella società, molto distante dal modello costituzionale di separazione dei poteri. Autonomia ed indipendenza della magistratura si sono rafforzate ma in parallelo si sono allentate le garanzie di autonomia della politica incapace di definire e tutelare la cornice dei valori entro cui dovrebbero convergere l’azione dei poteri pubblici e le istanze della società. Il potere giudiziario è esondato dai suoi tradizionali argini, da tempo ormai, anche alimentato da alluvionale espansione del diritto punitivo che divora progressivamente spazi di libertà. Il corso impetuoso della contemporaneità registra il consolidamento di un cambiamento epocale. Il declino delle istituzioni rappresentative di stampo liberale produce nuovi attori politici estranei ai circuiti tradizionali della legittimazione democratica, tra i quali, il più performante – inevitabilmente, diremmo- è quello che esercita il potere terribile della punizione.
PROCESSO
In tale stato di cose serve la consapevolezza che la riforma costituzionale traccia un percorso in salita perché in netta controtendenza rispetto alle linee evolutive della giustizia penale. L’attuazione della riforma che verrà, se la si intende come funzionale ad un assetto dei rapporti tra le parti nel processo che ridimensioni il ruolo dominante dell’accusa e restituisca al giudice indipendenza interna e terzietà nel processo, incontrerà formidabili resistenze.
Non dimentichiamo che ancora oggi il “processo giusto” -nonostante i suoi principi siano stati costituzionalizzati nel 1999- è un obiettivo lontano da realizzare.
La riforma dell’articolo 111 della Costituzione non ha determinato l’inversione di tendenza verso la cultura del processo accusatorio. Ha piuttosto dimostrato quanto profondamente radicata nei ranghi della magistratura e nella società sia la concezione paternalistica nel rapporto tra autorità e cittadino e quanto resiliente sia la cultura inquisitoria.
LA CULTURA DELLA DIFESA PENALE
Un punto di domanda di formidabile rilevanza riguarda noi stessi. Occorre fare i conti con un modo di interpretare il ruolo della difesa penale che si adatta ai tempi e alle opportunità e si interroga ogni giorno sul senso della sfida difficile per la difesa dei principi del diritto penale liberale. Fatichiamo molto a dedicare le energie che occorrono per difendere una posizione assai scomoda sul versante più ripido della storia, ispirata da un pensiero profondamente messo in crisi
dal montante autoritarismo efficientista che governa l’azione delle istituzioni pubbliche e giudiziarie in particolare; e che detta l’agenda ad una pubblica opinione confusa ed incerta. Eppure noi più di altri dovremmo essere consapevoli dei vantaggi effimeri del conformismo utilitarista e miope che scredita noi e i principi che devono ispirarci, intacca la dignità della funzione che svolgiamo, ci proietta inermi verso la burocratizzazione del nostro ruolo. La figura dell’avvocato collaborante dell’apparato burocratico della giustizia verso la quale spinge l’ultima delle riforme del processo di “respiro ampio” ha ben poco da spartire con quella dell’avvocato campione dei diritti di libertà che dovrebbe riconquistare e difendere la posizione di parità alla quale aspiriamo e che la riforma dovrebbe favorire creandone le condizioni dal punto di vista ordinamentale.
SOCIETA E CULTURA
Ma la sfida non può essere raccolta soltanto da una categoria professionale investita della funzione di rappresentare e difendere i diritti fondamentali delle persone nel processo penale, che non può permettersi di smarrire la sua identità. Sono le componenti attive della società che devono saper interpretare il senso del percorso che la riforma ordinamentale può avviare; e che non riguarda tecnicismi astrusi per addetti ai lavori ma la qualità della giustizia penale e più in generale la dignità della persona nel suo rapporto con l’autorità. Noi penalisti dobbiamo dimostrare la capacità di condividere le idee guida della
riforma con la comunità nel suo complesso, in continuità con un percorso di battaglie per i diritti nobilitate da uomini che vi hanno dedicato energie e risorse intellettuali. Un patrimonio da rivendicare e da difendere dall’attacco ai principi della democrazia liberale e alla cultura dei limiti. E cioè ad un sistema di valori oggi in grave crisi, principalmente perché all’orizzonte non si intravedono modelli di regolazione del conflitto tra autorità e libertà che pongano al centro la persona e le sue fondamentali prerogative. La manifestazione del 14 novembre vuole dunque essere occasione di confronto tra l’avvocatura penalista italiana- impegnata da decenni sul tema della separazione delle carriere e promotrice della riforma – le altre componenti della giurisdizione, le forze sociali e politiche del territorio calabrese.
ARMANDO VENETO PER SEMPRE NOSTRO PRESIDENTE
E sarà anche cornice degna di un riconoscimento che l’assemblea dei Presidenti delle Camere Penali Italiane – che si riunirà a Palmi a margine della manifestazione – tributerà ad Armando Veneto e al servizio che ha reso per la diffusione della cultura delle garanzie attraverso la prestigiosa opera professionale e il quarantennale impegno politico-associativo.
