«Il materialismo gotico rintraccia nella comunicazione estatica di Baudrillard, nel cyberspazio di Gibson, nel flusso totale di Jameson e nel Videodrome di Cronemberg, la mappa di un capitalismo ipermediatizzato che decodifica la soggettività privatizzata». A un certo punto di questo inquietante ma bello Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine di Mark Fisher (Traduzione di Vincenzo Santarcangelo, Einaudi, Torino, 2026), viene anche detto che, oggi (il saggio, in verità, risale al 1999, ma è la stessa cosa), stiamo assistendo alla «sostituzione al controllo sociale mediante il “fine” [con quella](…) di un controllo sociale mediante la previsione, la simulazione, l’anticipazione programmatrice, la mutazione (…) governata dal Codice». Per Fisher è accaduto che una sacca astratta si è incastrata nel reale. Ma non solo. Questa «brulicante molteplicità» (in definitiva un complesso/insieme o un insieme complesso di «demoni»: il «Pandemonio») non solo brulica e pullula ma produce, anche. L’incastro è avvenuto quando il cosiddetto tardo capitalismo si è declinato in relazione alla cibernetica e alla comunicazione massmediatica. In questo senso, quella che si è creata è stata un iperrrealtà. «Più reale del reale», dunque, è un materialismo gotico completamente smembrato dal soprannaturale e dal meraviglioso. Che cosa c’è di gotico allora, in questo materialismo? Esso «attraversa un piano che attraversa la distinzione tra vivente e non vivente, animato e inanimato». Prendendo dalla nozione di gotico soltanto la «flatline» – vera zona di congiunzione, sutura e continuazione della vita oltre la morte ovvero della morte nella vita -, Fisher ha buon gioco di annunciare che il materiale relativo a tale materialismo «si determina intensivamente»; cioè «attraverso la totalità degli affetti che è in grado di manifestare». La realtà nell’epoca del capitalismo cibernetico e massmediatico è contrassegnata dall’ingresso di una sacca intensiva; affetti e sentimenti che brulicano, si solidificano, si stratificano, pullulano, penetrano, contagiano, invadono, alterano, immergono, partecipano alla vita stessa dell’uomo. E non solo. La ridefiniscono attraverso l’incastro di azioni-e-reazioni che l’essere umano produce. Come opera questa «sacca», composta da «materie eterogene», a determinarci? Lungo l’asse che corre tra una realtà che essa anticipa, predispone e precede e un processo nel quale «il biologico si dissolve nel macchinico, che non lo contrappone dialetticamente ma lo ingloba ciberneticamente»; «essere nel sistema significa già essere processati dal sistema»; «il “Creatore” si trasforma in una semplice fase del processo macchinico». Come avviene tale incastro? La sacca astratta fa parte della realtà. E dunque interagisce con essa. L’essere umano partecipa di un «Pandemonio» nel quale organico e inorganico si implicano a vicenda. «Secondo Weiner, di fronte alle macchine cibernetiche, gli esseri umani si trovavano a comportarsi come se i sistemi possedessero agentività»; «dal momento che i sistemi prodotti dalla cibernetica si comportavano in modo almeno quasi-autonomo diedero naturalmente adito alla credenza in agentività non-umane (e non soggettive)». Ma alla base di tutto c’è sempre il capitalismo. Fantasie, finzioni e sogni, oggi, si possono vendere, commercializzare, produrre. Dalla «flatline» – gotica, quanto si vuole -, emerge per Fisher un materialismo che ha a che fare con la vita e con la morte e le loro rispettive simulazioni. L’incastro dell’astratto nel concreto, ha generato un modo della post-verità. Un modo nel quale tutto può essere creduto, e venduto. Anche questi residui, o come lo stesso Fischer dice: «pieghe», piegamenti e ripiegamenti o «aggiunte» di una realytizzazione del reale nella quale «i sistemi cibernetici sono intrinsecamente anorganici, perché negano lo status privilegiato dell’organismo». L’incastro è avvenuto quando si è creduto che esistesse qualcosa «più reale del reale». La sacca (fatta di relazioni e connessioni infinite) fluttua e circola dappertutto. Basta un niente, come accade nei giochi di parole, nei luoghi comuni e nelle frasi fatte. Basta un niente per «prendere» (parte a) qualcosa di cui è fatta una «macchina astratta» che ha, a quel punto, immediate ricadute sul «concreto». La stratificazione di affetti e sentimenti non passa inosservata. E genera nuova vita. E’ un Moloch, un Golem, forse Dio stesso. Per Mark Fisher, che lo vogliamo o no, siamo tutti nella «flatline», nella quale, oggi, peraltro, c’è anche un ospite in più. Il Convitato di Pietra non è la nostra ombra e non sono i demoni e nemmeno gli angeli; è il neoliberismo che ha prodotto l’incastro fra il desiderio e la sua realizzazione.