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L’inganno dell’orizzontalità, Mazza: “Quando la democrazia rinuncia alla competenza”

Dall’uguaglianza dei diritti all’illusione che qualsiasi opinione abbia lo stesso valore: il collasso del merito

Ci sono temi che, quasi per un timore reverenziale verso la loro immensità, tendono a essere guardati da lontano. La democrazia è uno di questi. È il sistema di Governo più nobile che l’umanità abbia saputo darsi. Ma è anche un ordinamento intrinsecamente imperfetto e, oggi più che mai, fragile. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una mutazione genetica del dibattito pubblico. Una crisi silenziosa, ma profonda, in cui la preparazione è diventata una colpa e l’improvvisazione un vanto. Il punto di svolta, a livello nazionale, ha una data di nascita e una paternità politica ben precisa: l’avvento e lo sdoganamento dello slogan “uno vale uno“. Nato come un legittimo grido di protesta contro i privilegi delle élite, quel principio ha finito per produrre un disastroso malinteso culturale. Un conto è l’uguaglianza dei diritti; un altro è pretendere che qualsiasi opinione tecnica abbia lo stesso valore. Il vero dramma è che questo modello, inizialmente criticato, è stato poi mutuato da gran parte dello scacchiere politico.

Oggi, la politica non cerca più di formare una Classe Dirigente preparata. Insegue la pancia del Paese. Vieppiù, semplifica la complessità in slogan da quindici secondi per non perdere il consenso immediato dell’algoritmo.

Il chiacchiericcio digitale e il palcoscenico social: lo svuotamento dei contenuti nelle grandi sfide calabresi

Questa deriva nazionale si riflette, con precisione chirurgica, anche nella quotidiana narrazione della Calabria. Nella nostra Regione, i social network hanno azzerato i corpi intermedi e trasformato la piazza virtuale nel regno dell’incompetenza. Penso a due questioni che stanno tenendo banco in questo periodo: i malumori striscianti sul processo di fusione di Corigliano-Rossano e il dibattito sulla localizzazione del nuovo ospedale di Cosenza. In entrambi i casi, si assiste al trionfo della superficialità. I progetti non vengono analizzati sulla base di competenze economiche, strutturali o di visione logistica. A Corigliano-Rossano, spesso e volentieri, a margine di note stampa, si ripetono frasi fatte nei commenti digitali. Tuttavia, se si interrogano gli autori di quegli assalti, si scopre che spesso ripropongono meccanicamente slogan di cui ignorano il significato tecnico. Lo stesso copione va in scena a Cosenza. Nel comprensorio bruzio, il dibattito scientifico sulla rete sanitaria viene ridotto a un mero scontro di campanile. Come se la realizzazione di una struttura sanitaria fosse esclusività da rivendicare in funzione di uno status amministrativo. Una miopia provinciale portata avanti da chi non ha la benché minima cognizione di numeri, massa critica e parametri tecnici. E che, pur di difendere una bandierina perde di vista il bene comune: il diritto alla salute dei cittadini.

Il paradosso della poltrona: la coerenza sacrificata all’ambizione

C’è poi un secondo livello del problema, forse ancora più grave: l’incoerenza di una certa politica locale. Si tratta di un Establishment molto rumoroso sui social, ma molto elastico quando si avvicinano le tornate elettorali. Sono figure che costruiscono la propria visibilità sulla denuncia radicale di un Ente, di un progetto, di una struttura. Per mesi o per anni ne contestano l’esistenza, ne invocano lo smantellamento, ne rappresentano il fallimento assoluto. Poi, arrivato il momento utile, si candidano proprio dentro quegli stessi spazi che avevano descritto come irriformabili o da abbattere.

Questa non è evoluzione politica. È opportunismo puro.

Tali atteggiamenti, rivelano una verità semplice: spesso le critiche non nascono da idee alternative, né da competenze vere. Sono mosse, al contrario, dal desiderio di conquistare quelle stesse posizioni che si fingeva di combattere. È il paradosso della poltrona: si delegittima un sistema finché non diventa utile occuparlo.

Ricostruire la democrazia: il coraggio della responsabilità

Salvare la democrazia da se stessa, tanto a Roma quanto in Calabria, non significa virare verso l’autoritarismo o limitare la libertà di parola. Significa, invero, fare un’operazione verità: reintrodurre il valore del merito e dello studio alla base dell’impegno pubblico.

Quando si affronta un problema di salute, ci si affida al miglior medico disponibile. È un principio di razionalità pubblica: competenza, esperienza, responsabilità. Nessuno considera l’improvvisazione un valore. Nessuno ritiene l’incoerenza un criterio di scelta. Nessuno confonde la professionalità con la semplice prossimità.

Non si comprende, dunque, perché nella gestione della cosa pubblica questo principio debba essere sospeso. Per quale ragione l’impreparazione dovrebbe acquisire dignità politica? Perché l’assenza di visione dovrebbe essere interpretata come vicinanza al popolo? La complessità amministrativa richiede metodo, capacità di analisi, continuità decisionale. Richiede un quadro di competenze che garantisca stabilità e qualità dell’azione pubblica.

La rappresentanza non può trasformarsi in un alibi per l’improvvisazione politica. La democrazia non si rafforza premiando l’inadeguatezza, ma valorizzando la competenza come infrastruttura essenziale del buon governo. Solo così la cosa pubblica può essere amministrata con la stessa serietà che pretendiamo in ogni altro ambito della nostra vita.

La politica deve smettere di essere lo specchio dei peggiori istinti dei social e tornare a essere guida. Abbiamo bisogno di una Classe Dirigente che abbia il coraggio di studiare i dossier. Che sappia spiegare la complessità ai cittadini. Che ammetta le proprie lacune e, soprattutto, sia in grado di pronunciare “no” impopolari, ma necessari.

Finché la competenza verrà considerata un vezzo elitario e l’incoerenza verrà tollerata come tratto inevitabile della politica, la democrazia resterà esposta ai suoi peggiori travisamenti. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di difenderla dal rumore, dalla superficialità e dall’improvvisazione. Perché una democrazia senza competenza non è più forte: è solo più vulnerabile.

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