Massimo Pigliucci
Come essere stoici. Riscoprire la spiritualità degli antichi per vivere una vita moderna (Traduzione di paolo Lucca, Garzanti, Milano, 2017) è il libro che mi fornisce l’occasione per porre alcune domande a Massimo Pigliucci, autore del volume e docente di filosofia al CUNY-City College di New York. L’occasione è doppia dato che Pigliucci è anche ospite dei «Caffè Letterari» organizzati dal Circolo Culturale «Rhegium Julii» di Reggio Calabria, diretto da Pino Bova. Il volume in questione è molto bello e a mio giudizio importante. Le mie domande e le risposte del filosofo sono le seguenti.
D.A pagina 11 del Tuo libro, rifletti sul «come» realizzare – oggi – uno stoicismo che ci sia davvero utile rispetto alle «congiunture» dei tempi che stiamo vivendo; e dici che lo si può fare solo «Integrando una riflessione di tipo teorico con la lettura di testi in grado di orientarci, esercitandoci nella meditazione e nel raggiungimento della consapevolezza e con altre pratiche di natura spirituale». All’interno di questo passaggio, sembra, quasi, che Tu ci stia dicendo: oggi ci occorre un ritorno alla «cultura» («La lettura di testi») e l’esercizio dello «spirito critico» (il «raggiungimento della consapevolezza»). Tale «presa di coscienza» ci renderà certamente più «vivi e partecipi» di fronte al panorama attuale: ma riuscirà, in qualche modo, a cambiare le cose?
- Beh, sicuramente non pretendo di riuscire a prevedere il futuro che, come direbbero gli Stoici, e` fuori dal mio controllo. Quello che sta a me, a noi tutti, sono le nostre intenzioni e le azioni che ne derivano. Si`, come dici tu, quello che sto suggerendo e` che ci vuole un ritorno alla cultura e soprattutto allo spirito critico. Al momento viviamo in un mondo dove chiunque può opinare pubblicamente su qualunque cosa, basta che abbia un computer e una connessione Internet. Il risultato e` che siamo inondati da corbellerie, alcune delle quali sono pericolose per la nostra salute (lo «scetticismo» sui vaccini, per esempio) e altre che addirittura mettono in pericolo l’intera umanità (come la negazione del cambiamento climatico globale). Onestamente, non vedo altra soluzione che una nuova coltivazione di cultura e spirito critico. Ma mi rendo anche conto che ci vorrà almeno una generazione per attuarla, e che ci sono forze potenti che al momento la contrastano. Cioè, non sono molto ottimista per il futuro, almeno a breve scadenza.
D.Lo «stoicismo», per Te, sembra essere «un fatto viscerale». Scrivi libri su di esso e, nello stesso tempo, hai «cercato di cominciare a vivere secondo i suoi principi». Dunque esso è due cose: da un lato filosofia e dall’altro: biografia (per te). Indubbiamente questa manifestazione di «coerenza» è importante ma il logico austriaco Kurt Gödel (anche se l’applicazione del suo «teorema» non può uscire mai fuori dall’ambito della logica matematica), ci ha insegnato che la «coerenza» non va tanto d’accordo con la «completezza». Ritieni di esserti perso, forse, qualcosa che avrebbe potuto essere Te interessante rispetto alle altre dottrine filosofiche?
- Sicuramente mi sono perso qualcosa, anche se continuo a studiare non solo le altre filosofie greco-romane, ma anche alcune di quelle orientali, specialmente Buddismo, Confucianesimo, e Daoismo. Ma come hai giustamente detto tu, le conclusioni di Gödel sono rigorose solo in uno specifico ambito matematico, e non e` per nulla chiaro se le filosofie di vita, o il pensiero umano più in generale, siano esempi del tipo di sistema logico ben definito che Gödel studiava. In ogni caso, sono comunque aperto a contributi da altre filosofie e punti di vista. Per me lo Stoicismo non e` una religione scritta nella pietra ma un oggetto vivo di pensiero e pratica, che va continuamente aggiornato con l’aumentare delle nostre conoscenze e della nostra consapevolezza.
D.Gli stoici sostenevano che il cosiddetto «Dio di Einstein» (oppure: Dio tout court, secondo un’altra interpretazione) manifestava un fatto che Tu definisci «incontrovertibile»; ossia che la Natura può essere compresa dalla Ragione. A me più che «incontrovertibile» – mentre leggevo questa pagina del tuo libro – veniva in mente un altro aggettivo: «incomprensibile». Non è «incomprensibile», infatti, il fatto che la Ragione umana riesca a capire qualcosa della Natura? Come può, infatti, riuscirci?
- Onestamente non mi sembra. Partiamo dall’origine della ragione umana. E` una caratteristica della nostra specie che si e` evoluta, come tutte le altre nostre caratteristiche. Siccome un cervello grande consuma un sacco di energia, deve essersi evoluto perché era vantaggioso, cioè come risultato di un processo di selezione naturale. I biologi continuano a discutere esattamente quale possa essere stato il motore evolutivo originale, ma pochi dubitano che la ragione, assieme al linguaggio, permetta agli esseri umani di sopravvivere e di prolificare, che sono gli unici due «scopi», chiamiamoli cosi`, dell’evoluzione. In cosa ci aiuta la ragione? In priR.R.mis, a risolvere problemi pratici, legati alla sopravvivenza. Ma una volta che uno ha un organo potente come il cervello allora comincia a usarlo anche per altre cose, per esempio cercare di capire come funzionano le cose in generale. E` un po` come se tu comprassi un computer principalmente perché ti serve un programma di word processing, ma poi finisci anche per usarlo per altre cose, dai video giochi alla gestione delle finanze personali. Tra l’altro capire la natura e` anche decisamente utile per controllarla e sfruttarla a nostro vantaggio. Come diceva Francesco Bacone, la conoscenza e` potere. Tutto ciò non mi sembra affatto incomprensibile, anzi, non vedo quale altra spiegazione, al di fuori delle forze evolutive, si possa invocare.
D.A pagina 23, Tu scrivi: «Anche noi abbiamo smarrito la via e come Dante abbiamo bisogno di una guida». William Shakespeare nel suo Amleto a un certo punto scrive: «The time is out of joint»; i tempi sono andati fuori-sesto. E’ un’impressione questa che avvertiamo tutti, credo, oggi… Perché il «nostro» tempo è andato «fuori-sesto»?
- Secondo me quella di Amleto e` un’illusione. I tempi sono sempre stati «fuori sesto» per la semplice ragione che non e` mai esistito un periodo della storia umana durante il quale non ci fossero guerre, soprusi, e ingiustizie. Ogni generazione ha sempre coltivato il mito di un’epoca d’oro che li ha preceduti, generalmente persa nella notte dei tempi. Ma si tratta appunto di un mito. Come diceva il filosofo presocratico Eraclito di Efeso, tutto cambia, panta rhei. Aveva invece, secondo me, ragione Dante quando parlava di smarrimento di una via personale, perché le vite individuali sicuramente attraversano periodi in cui sentiamo di essere sulla strada giusta ed altri in cui la strada la perdiamo, almeno temporaneamente. In ogni caso, proprio a questo serve una buona filosofia di vita: a orientarci nel caos continuo, a ritrovare la strada persa di vista, ad organizzare i nostri pensieri e le nostre azioni cosi` che abbiano un effetto positivo su noi stessi e sulla società in generale.
D.All’interno della diade «Mondo»-«Pensiero» germina quello che Tu chiami l’«impianto» teoretico della stoicismo. Infatti: per attingere alla felicità occorre «conoscere» il posto che noi abbiamo nel mondo e quelle che sono le caratteristiche più rilevanti del nostro pensiero. Nella «totalità delle cose esistenti», l’essere umano felice trova una sua collocazione perché è responsabile e parte attiva del proprio «pensiero». In qualche maniera, questa «ricerca della felicità» non è, anche, una «perimetrazione» esatta delle «possibilità umane»? Se vista in questo senso, l’«etica» stoica può essere interpretata come rinunciataria o come «battagliera» e «combattiva»? In più: tale concetto di «limite» – Massimo Cacciari nel suo volume Metafisica concreta sostiene che nel concetto di «possibile» ci sono due cose: è «possibile» che sia ma è anche «possibile» che non sia – non incontra, forse, un doppio «ostacolo»: in sostanza, la «Terra» (con la sua «materialità») ci determina a tal punto che l’unica via di fuga è la «speranza»?
- Gli Stoici semplicemente sostenevano una cosa che a me pare estremamente sensata: per vivere bene nel mondo bisogna avere almeno un’idea approssimativa di come il mondo funziona. Se tu non sapessi come funziona un’automobile, per esempio, o non partiresti proprio, o probabilmente incorreresti presto in un incidente. Per questo gli Stoici sostenevano che deve esserci un nesso tra la metafisica e la scienza da una parte e l’etica dall’altra. Certo che le possibilità umane hanno un perimetro, ed e` bene esserne coscienti. Ci sono cose che possiamo fare e cose che non possiamo fare. Se pensi di poter volare e ti butti dalla finestra avrai una bruttissima sorpresa nei secondi successivi, e sarà l’ultima sorpresa della tua vita. Quindi e` meglio non farlo. L’etica Stoica non e` ne` rinunciataria ne` battagliera. E` realistica. Gli Stoici si rendono conto che gli esseri umani hanno dei limiti, e che una vita ben vissuta sfrutta le possibilità reali senza illudersi di poter andare oltre i limiti che ci sono imposti dalla biologia e dalla fisica. Mi sembra un modo molto sensato di vivere. Riguardo la speranza, per gli Stoici non e` una questione di sperare o non sperare, ma di capire e di agire di conseguenza. Poi quello che succede succede.
D.«Le massime stoiche servivano come promemoria individuali, ausili per la meditazione quotidiana o vademecum di comportamento quando si era incerti sul da fare», scrivi a pagina 77. Il legame, tanto forte negli stoici, tra «pensiero» e «azione» mi fa pensare a una sorta di «riflessione utile» più che alla «contemplazione» astratta magari di qualche inintelligibile «imperativo categorico». La nostra filosofia ti dice: «muoviti», «fa qualcosa», «comportati in un certo modo», sembrano dirci gli stoici. La grande attenzione dello stoicismo per la «pratica» si scontra, però, con una qualche teoria del «libero arbitrio» (o più semplicemente: della «libertà»). Si può agire solo se si è liberi? E solo se si è stoici si è «liberi di agire»?
- Ah, la questione del libero arbitrio e` un argomento che in filosofia si dibatte da più di duemila anni, e gli Stoici ne erano perfettamente consapevoli. Essendo materialisti e deterministi, non credevano nel libero arbitrio. Ma questo non vuol dire che uno non debba agire. Anzi, non ci sono alternative all’azione, perché anche l’inazione ha conseguenze in un mondo soggetto a cause ed effetti. Il logico Stoico Crisippo di Soli usava una metafora per spiegare la relazione tra causa-effetto e risultati delle nostre azioni. Diceva: immaginate di spingere un cilindro. Comincia a muoversi perché lo avete spinto, cioè perché e` soggetto a una causa esterna. Ma come si muove, esattamente? Rotola, invece di fare altre cose, come per esempio ruotare su se stesso. Perché si comporta in quella maniera specifica? Perché e` nella natura dei cilindri di rotolare, non di ruotare, e questo dipende da cause interne al cilindro stesso. Questo vale anche per gli esseri umani: se fuori fa caldo (causa esterna) mi viene sete. La sete pero` fa parte dei miei meccanismi interni, ed il mio cervello, una volta rilevata la situazione, agisce di conseguenza, attivando una serie di muscoli che mi permettono di alzarmi dal divano, andare verso il frigorifero, aprirlo, e prendermi una birra. C’e` pero` una differenza importante con il cilindro: mentre la natura interna di questo e` immutabile, la mia cambia continuamente, a causa di un’abilita` che si e` evoluta in noi e in diverse altre specie, quella di imparare cose nuove. Magari la prossima volta che ho sete decido di bere acqua, perché la birra mi annebbia il cervello e interferisce col mio lavoro.
D.I filosofi antichi (fra essi: anche gli stoici) non solo ci hanno detto «che la cosa importante nella vita è viverla bene» (pagina 107, del tuo testo), ma ci hanno anche indicato i «mezzi» per raggiungere tale obiettivo. Ma non c’è un elemento che potremmo indicare come «presuntuoso» in questo? In fondo, i filosofi sono, sempre, esseri umani tra altri esseri umani. Chi ha dato loro questa «patente» di «battistrada» e «guida» rispetto al nostro modo di «comportarci» e «condurci» nella vita?
- Chi ha dato la patente agli scienziati di dirci come funziona la natura? O ai matematici quella di spiegarci la matematica? Non c’e` niente di magico nell’essere filosofo. E` il risultato di una scelta di vita, di una preparazione particolare, e di una disponibilità alla riflessione critica. Tutti possiamo diventare filosofi. Anzi, secondo i greco-romani tutti dobbiamo diventare filosofi, non nel senso di accademici specialisti, ma nel senso di gente che riflette criticamente sulla natura delle cose e sulle proprie scelte. Personalmente trovo invece presuntuoso e arrogante il comune atteggiamento secondo il quale non abbiamo bisogno di consigli o riflessioni perché tanto sappiamo già come vivere la nostra vita. I dati che provengono dalla ricerca psicologica sono chiari: la maggior parte degli esseri umani non e` particolarmente felice, e in molti arrivano alla fine della propria esistenza senza essere soddisfatti di quello che hanno fatto. Potrebbe essere che questa situazione e` almeno in parte il risultato del non aver mai voluto considerare i consigli di gente che su queste cose ci ha pensato a lungo e seriamente?
D.Epitteto, a un certo punto, sembra dirci: nonostante il «ruolo» che tu sei chiamato a interpretare nella società, il tuo «valore» (il «carattere») non cambia, dipende da tutt’altro, se ne sta per i fatti suoi. Tu fai l’esempio di alcuni politici certo dotati (potremmo dire: «miracolati») di un «ruolo» importante, ma di scarso «carattere». Mi interessa, però, più l’«opposto» di questo esempio. Persone dotate di grande «valore» ma con un «ruolo» non consono. Cosa dice Epitteto a tal proposito? La depressione è in agguato? Oppure (perché no?), l’egocentrismo e lo «sprezzo» degli altri? Non tutte le «Casalinghe», infatti sono di «Voghera», come non tutti i «frustrati» scrivono poesie magnifiche … Certamente il «valore» che si ha (o si «presume» di avere) è fondamentale per l’equilibrio psichico di una persona, ma la tensione verso il «riconoscimento» sociale può essere un’arma a doppio taglio. Oppure bisogna starsene buoni buoni «consapevoli del proprio alto valore» in attesa che il mondo cambi?
- Epitteto non dice affatto che il carattere non cambia. Anzi, quello che cerca di insegnare ai propri studenti e` appunto come migliorare il proprio carattere o, per essere più precisi, la propria capacita` di giudizio, quella che gli antichi greci chiamavano prohairesis. Perché? Perché da tale capacita` dipende tutto: se io sono dotato di buon giudizio faccio le scelte migliori che le circostanze della vita mi permettono di fare; se invece ho un pessimo giudizio faccio il contrario e magari spreco delle ottime occasioni. La depressione, come tutte le malattie o condizioni mentali, e` un problema, ma non solo per gli Stoici. Certo, se uno e` afflitto da depressione clinica gli sarà più difficile esercitare il suo giudizio alla maniera degli Stoici. Lo stesso vale per uno che si e` rotto una gamba e non può andare a correre. Prima deve curarsi la gamba, poi può ricominciare a correre. Prima si va dallo psicologo o dallo psichiatra per vedere se si riesce a migliorare la depressione, poi si riprendono lo studio e la pratica della filosofia, Stoica o di qualsiasi altro tipo. Infine, il riconoscimento sociale e` completamente irrilevante per uno Stoico. L’obiettivo e` migliorare come essere umano. Se gli altri approvano bene, senno` il problema e` loro, non nostro.
D.«Più precisamente, Medea è priva di saggezza e soffre di amathia, quel particolare tipo di non-conoscenza che induce persone altrimenti normali a formulare giudizi irrazionali riguardo a determinate situazioni e a compiere azioni che a osservatori esterni appaiono giustamente orribili» Tu scrivi, a pagina 134, all’interno di un discorso tutto incentrato sulla tesi socratica (fatta propria anche dagli stoici) che dice: «Nessuno fa il male volontariamente». Resta il fatto che il «male è stato fatto»! Poi, eventualmente ed evidentemente, si può anche andare ad esaminare le «motivazioni psicologiche», ma questa è un’altra storia, come si usa dire. Esenta dall’«ammenda» (oppure dalla «punizione») questo «male involontario»? La domanda che ti faccio è volutamente provocatoria: non si rischia di giustificare tutto, così?
- Capire non e` la stessa cosa che giustificare. Ha senso cercare di capire perché Medea uccide i propri figli come atto di vendetta contro Giasone che l’ha lasciata per un’altra. Ma questa comprensione non giustifica l’omicidio. Ciò detto, gli Stoici ritenevano che non ha senso punire quelli che sbagliano, appunto perché sbagliano come risultato di un certo tipo di ignoranza, una mancanza di saggezza. Epitteto paragona un ladro o un assassino a un cieco: certo, il cieco può far male alla gente perché non ci vede, e quindi bisogna metterlo in condizioni di non nuocere. Ma una volta fatto questo, non lo si punisce perché e` cieco, si cerca di curarlo. Questa e` la differenza, anche nelle società moderne, tra un sistema di cosiddetta giustizia punitiva e un sistema che invece cerca di riabilitare le persone. Anche in questo caso la scienza sociale moderna da` ragione agli Stoici: i sistemi riabilitativi, per esempio come quelli praticati in diversi paesi scandinavi, sono più efficienti e meno costosi. E soprattutto sono più giusti.
D.Nella famosa Prefazione a Per la critica dell’economia politica, Karl Marx ha scritto: «Non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di sé stesso». A fronte della «coscienza» del proprio «valore morale» che Epitteto indicava come «necessaria» per gli esseri umani, viene da chiedersi: Epitteto è davvero così poco marxista? Inoltre: questa «idea» (che ognuno di noi ha di sé stesso) oltre a essere del tutto «inutile» (seguendo ancora Marx) ai fini del «giudizio» altrui non conduce, forse, lo stoicismo ad una posizione quasi «autistica»?
- Beh, Marx non stava rispondendo agli Stoici, ovviamente. Prima di tutto, l’idea di Epitteto, come quella di Socrate, e` che dobbiamo fare un bel po` di lavoro per conoscere noi stessi, il famoso gnothi seauton dell’Oracolo di Delfi. Tale conoscenza richiede meditazione, analisi critica, e soprattutto il continuo confronto con la realtà e con gli altri, quindi decisamente non un atteggiamento «autistico». E comunque secondo gli Stoici noi non dovremmo giudicare gli altri, punto. A che pro lo faremmo? Per sentirci meglio noi stessi? Se la piantassimo di dare giudizi sugli altri e ci concentrassimo onestamente sul migliorare le nostre limitazioni secondo me il mondo sarebbe un posto di gran lunga più accogliente.
- A pagina 154, Tu citi una domanda che, a suo tempo, ti fece Nigel Warburton. Sinteticamente l’autore della Breve storia della filosofia faceva riferimento a tutte quelle situazioni della «vita quotidiana» (non necessariamente, del resto, «estreme») all’interno delle quali il filosofo stoico doveva pur trovarsi e vivere e quindi «comportarsi» in un certo modo. Pagare una bolletta, fare una ricarica telefonica, fare la spesa in un supermercato: come si può essere stoici anche in queste «situazioni»?
- Si può, anzi direi si dovrebbe, essere Stoici in qualunque situazione. Essere Stoici significa semplicemente cercare di comportarci al nostro meglio, soprattutto nei confronti degli altri. Il che vuol dire, a livello terra terra, anche pagare le bollette in tempo invece che giocarci i soldi al gratta e vinci, per esempio. Fare la spesa al supermercato comprando cose che fanno bene alla salute nostra e dei nostri figli, invece di schifezze che ci aumentano il colesterolo e la pressione arteriosa. E cosi` via.
D.«I consigli di dipartimenti», affermi, con esattezza, a pagina 159 «terrorizzano un po’ tutti». Io non sono un’insegnante universitario americano ma di scuola superiore italiana eppure ti posso assicurare che i «collegi dei docenti» hanno lo stesso effetto, non solo su di me, ma su tutti i colleghi con cui ho avuto a che fare. E dici questa cosa in occasione di una tua disquisizione, nientemeno, sui rapporti tra la «poliomelite» e lo «stoicismo» (io non sarei stato capace di una «brutalità» simile rispetto ai «collegi dei docenti»; ai «consigli di classe» forse …) nel quale affermi che anche malattie debilitanti possono essere «vissute» in nome della «filosofia stoica». Ma … i «consigli di dipartimenti» e i «collegi dei docenti», per lo stoicismo, rappresentano quei «mali» rispetto ai quali non abbiamo possibilità di fare alcuna presa – per cui non ce ne dobbiamo, affatto, occupare. Dunque? Se anche al di là dei nostri «limiti» fisici (o «naturali») quando edifichiamo le nostre società ne progettiamo altri «sociali» (o «giuridici» o «politici») lo facciamo perché abbiamo l’innata tendenza a farci del male? Che direbbe lo stoicismo a questo riguardo?
- L’idea di quel capitolo e` basata sulla storia di un mio collega ed amico, adesso scomparso: Larry Becker. Larry fu colpito da poliomielite multipla quando era ragazzo, prima dell’invenzione dei vaccini (che funzionano!). Come risultato, e` stato paralizzato per tutta la sua vita di adulto. Eppure e` riuscito a diventare un accademico rispettato, ha scritto articoli e libri, e ha insegnato molti studenti. La poliomielite era una cosa che, una volta arrivata, non era possibile evitare. Le conseguenze della malattia erano determinate dalla biologia. Ma come reagire a quella situazione stava a Larry, e lui ha reagito da leone. L’esempio del collegio dei docenti, molto meno eroico, e` una di quelle situazioni normali e quotidiane che piacciono tanto a Nigel Warburton: se vuoi fare il professore universitario, le riunioni di collegio sono inevitabili, fanno parte del tuo mestiere. Pero`, di nuovo, sta a te gestirle in maniera produttiva e positiva. Infine, nel caso di quello che facciamo quando costruiamo le nostre società, non esiste che si vada al di fuori dei nostri limiti fisici o naturali. Non e` semplicemente possibile. Quindi una società funzionale e giusta tiene conto anche di questi limiti. Per esempio, se si vuole costruire una città nel deserto (come Las Vegas, nel Nevada) poi non ci si può lamentare che ci sono continue crisi dovute alla scarsità dell’acqua…
D.La sensazione di «avvitamento» (che ho avvertito leggendo l’ introduzione alle «tematiche» stoiche che fai nel Tuo libro; e non il Tuo libro: che reputo veramente «efficace» e «stimolante») che, più o meno, ritorna in molte delle domande che ti ho posto, consiste nella delineazione di un tipo di saggezza centrata «su sé stessi» (le proprie capacità, il proprio valore, il proprio senso morale) e, conseguentemente, sul «mondo esterno» (come titola un suo libro Maurizio Ferraris) solo di «carambola». Questo «avvitamento» su sé stessi – che, certament è necessario per «condurre» in porto qualsiasi cosa (evidentemente … Se non so cosa voglio e cosa posso fare in una determinata situazione … Alla fine non faccio proprio nulla) risulta, a Tuo giudizio, pregiudizievole rispetto alla altrettanto (Sigmund Freud mette accanto al «principio di piacere», appunto: il «principio di realtà») «necessaria» esperienza e «comprensione» del «mondo esterno» da me già citato?
- Mah, guarda, secondo me Freud diceva delle baggianate notevoli, e oggi viene spesso considerato un autore di pseudoscienza. Quindi direi di metterlo da parte. Tornando pero` agli Stoici, capisco il problema, ma in un certo senso ti sei anche già risposto. Come dici tu, non e` possibile fare nulla se non si comincia da un’analisi di quello che si vuole o non si vuole fare. Certo, quest’analisi va sempre fatta in un contesto sociale, perché siamo animali sociali e non possiamo prescindere dagli altri. Gli Stoici erano tra i primissimi cosmopoliti: per loro il ruolo fondamentale per ognuno di noi nella vita e` quello di membro della cosmopoli, della grande famiglia umana. Quindi tutto ciò che facciamo va compreso in quell’ottica. Un altro modo di metterla e` questo: per gli Stoici non c’e` contrapposizione tra l’individuo e la società, tra egoismo e altruismo. Visto che siamo animali sociali, la cui sopravvivenza e capacita` di prosperare (in tutti i sensi, non solo economico) dipende dagli altri, quando cerchiamo di migliorare noi stessi automaticamente miglioriamo la cosmopoli, e quando contribuiamo alla cosmopoli allo stesso tempo miglioriamo noi stessi. Bello, no?
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