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Mediterranea

MELONI & GATTOPARDI

«L’ordine dominante non reprime, oggi, il dissenso. Ma opera affinché esso non si costituisca. Fa in modo che il pluralismo del villaggio globale si risolva in un monologo di massa. Perciò dissentire significa opporsi al consenso imperante, per ridare vita alla possibilità di pensare altrimenti» scriveva Diego Fusaro sette anni fa, quando ancora la «triste macchina da guerra» meloniana non aveva vinto le elezioni politiche.

Dico essere «triste» questa «macchina da guerra» perché tenacemente ancorata al passato (qualsiasi cosa esso sia, o, evidentemente, sia stato) e basata su una triade addirittura ottocentesca quale quella di «Dio, Patria e Famiglia». Legarsi al passato non vuole immediatamente dire: coltivare il «dissenso»; piuttosto assestarsi su posizioni «già viste» (routinarie) che, per il fatto stesso di essere state «già viste» e «già sperimentate»: si prestano più che altro all’«abitudine», che è «triste» già di suo – diceva Francesco Guccini – «come un limone già adoperato»! Sette anni dopo l’osservazione di Diego Fusaro possiamo chiederci: oggi, nel 2014, è «possibile» ancora una qualche forma di «dissenso»? In sostanza: è possibile «pensare altrimenti»? «Chi non è con noi, è contro di noi» disse Benito Mussolini… Chi «dissente» oggi, dunque: è contro Giorgia Meloni? Oppure … Non è, affatto, «possibile» che esista un «dissenso» anche all’interno di Fratelli d’Italia? Mica il «dissenso» è solo «socialista» (come amerebbe dire il Presidente dell’Argentina Javier Milei)? Partiamo da Eraclito: il «dissenso» (il «Polemos», afferma, in realtà, il filosofo di Efeso) fa scaturire tutte le cose.

Hegel: il «dissenso» (una «tesi» opposta a una «antitesi» nel linguaggio del padre dell’«idealismo tedesco») si «concilia» in una «sintesi» superiore; in altre parole: solo dal «dissenso» scaturisce un «elemento nuovo». In effetti se c’è solo A, e poi A e poi A, e poi A … Alla fine: c’è solo A! Dunque: rispetto all’operato del governo di Giorgia Meloni è «possibile» esercitare il «dissenso»? Disponiamo i pezzi sulla tastiera.

1) L’opposizione esiste in Parlamento. 2) Giornali e televisioni e siti Internet «alternativi» esistono. 3) L’Italia non ha «interamente» votato per Fratelli d’Italia… Dunque, una qualche forma di «dissenso» esiste – detto per inciso: se non «esistesse» non saremmo in una democrazia. Domanda ulteriore e «decisiva» è, allora: «questa forma di dissenso possiede un qualche potere»? La lottizzazione meloniana dei centri della cultura (tv, festival, giornali, la Rete, le fiction, il cinema, il teatro eccetera) sembrerebbe indicarci che se un qualche «potere» debba esserci non è più quello caratterizzato da Giovanni Sartori come proprio dell’«Homo videns» (in sostanza: televisivo) ma, invece, quello relativo all’ «Homo digital» (in sostanza: cyberspaziale). Il potere, oggi, è molte cose – già Zygmunt Bauman anni fa aveva affermato che il «potere ha divorziato dalla politica» – ma sicuramente esso è, in qualche maniera, «influenzato» dalla «possibilità di muoversi». Il nuovo «assoluto» della globalizzazione non è lo spazio e non è il tempo: è la «velocità».

Surfisti, cavalcare l’onda, pesce grande mangia pesce piccolo, nuota o affondi, navigare nella Rete … Chi più è capace di muoversi – all’interno delle «autostrade informatiche» – più possiede potere. L’etica del viandante ha intitolato il suo ultimo libro Umberto Galimberti … Turisti da una parte, vagabondi dall’altra (gli ex ricchi e poveri, oggi, sempre secondo Zygmunt Bauman). Siano essi turisti (ricchi) e/o siano essi vagabondi (poveri): sempre in «movimento» sono … Dunque … Si diceva – dentro un contesto simile – quale «peso politico» ha un «pensare altrimenti» che non sia direttamente «scontro aperto» con i meloniani? Si diceva, ancora, che il governo di Giorgia Meloni ha monopolizzato (o sta interamente monopolizzando) la sfera culturale. Il «dissenso» deve, comunque, essere «espresso». Questa «espressione» (escludendo ribellioni, rivolte e cose di questo tipo che non c’entrano col discorso che si sta facendo) ha bisogno – come insegna qualsiasi trattato di semiotica- di un emittente e di un ricevente (ammettendo che questa «espressione») sia il «messaggio»). L’emittente sono io. Il messaggio è il mio «dissenso».

Ma il «ricevente» dovrebbero essere i 59 milioni di italiani che popolano il nostro Paese. La domanda che abbiamo inteso qui portare alla luce si può, così, ridurre a questa: gli italiani «possono», in qualche modo, avere notizia del mio «dissenso» all’interno di una sfera culturale nazionale ormai melonizzata? Hans-Georg Gadamer diceva: «Se io non so che una cosa esiste, non posso desiderarla»; ovvero: se io non so che il «dissenso» esiste, non posso farmi un’opinione sulla questione rispetto alla quale esiste quel «dissenso». Censura! La domanda dalla quale siamo partiti ha dunque ottenuto la sua risposta: nell’Italia governata da Giorgia Meloni può esistere il «dissenso» solo se non c’è la censura! Ma questa risposta non ci sodisfa in pieno: pare essere molto generica e astratta. La storia del romanzo Il Gattopardo è molto più utile.

Questo romanzo fu rifiutato da numerose case editrici quando era nella forma di semplice manoscritto. Non andava bene. Non funzionava. Veniva letto dai redattori ma essi non vi trovavano nulla di buono. Poi il romanzo venne pubblicato ed esplose come fenomeno editoriale. Cambiano i gusti del tempo? Cambia lo spirito del tempo? Weltanshaaung direbbero quelli che parlano bene, o Zeitgeist … Nemmeno la censura può nulla rispetto allo spirito del tempo, al «corso delle cose» diceva Hegel, all’«ordine del discorso» diceva Micheal Foucault … Giorgia Meloni e i suoi uomini possono anche «monopolizzare» tutta la sfera culturale italiana… Qualche Gattopardo viene sempre fuori …

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