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Mediterranea

MORTE DI UN TRUCCATORE

Vediamo le opere dell’uomo, ma non vediamo l’uomo nelle opere, a meno che non sia una persona importante. Ma ciò che accade dietro le quinte, in questo agrodolce teatro che è la vita, i costumisti, i truccatori, i facchini no, non li vediamo. Vediamo l’attore, il regista. Il direttore d’orchestra. Ma senza l’ultimo della fila che suona le maracas, la musica sarebbe disarmonica. Viene da pensare alle Piramidi, ed agli schiavi che trasportavano le pietre, e morivano dalla fatica o venivano uccisi perché non servivano più. O, ai giorni nostri, all’inserviente che pulisce il sangue che bagna la sala operatoria, dopo un intervento clamoroso eseguito da un famoso chirurgo.

Che ruberà la scena.

A proposito di sangue.

Oggi, sulla linea più bella del mondo, è stato versato il sangue di un invisibile, di un truccatore, di uno schiavo del mondo moderno. Appunto, il termine usato dai media è stato “modernizzazione della linea ionica”. Ma la morte di un operaio è antica come il mondo. Come ai tempi delle Piramidi.

Da viaggiatore svezzato, mi accorgo subito che qualcosa non andava per il verso giusto. Lo spostamento di binario del 3664 di Trenitalia, vecchia littorina bianca e azzurra, dal due all’uno, mai accaduto negli ultimi anni, aveva il fiato corto del disastro. Docili, gli erranti, che ormai si conoscono un po’ tutti, con un lieve scatto raggiungono il sottopasso, con l’ansia di perdere un treno che non sarebbe mai partito.

Sale la maestra, sale l’impiegato postale, sale la giovane professionista.

Salgo io, cronista per vizio e mandato.

I ferrovieri chiamano nervosamente al telefono, rincorsi dal fastidio, inopportuno, di alcuni passeggeri. La giovane conduttrice rimane sempre gentile, col viso contratto dietro la mascherina.

Abbiamo ormai imparato a filtrare le sensazioni attraverso il bulbo oculare, negli ultimi tempi. E a conoscerci un po’ di più, nel microcosmo del viaggio.

Ci annuncia, la giovane gentile, che avremmo proseguito il viaggio in pullman fino a Palizzi, la mia città, perché sulla linea c’è stato un imprevisto tecnico.

Il senso del dramma si fa più forte. Lo leggo nell’iride, nelle venuzze intorno agli occhi giovani della ferroviera.

Scacciamo sempre la morte con parole fredde e lucide come l’acciaio.

Saliamo, come un gregge silenzioso, sul bus che porta al mio paese antico.

Ecco, un evento si accavalla all’altro. Il paesaggio è come al solito feroce nella sua bellezza.

Il sole ormai alto rende il mare di carta stagnola.

Quel mare che mi vide bambino, pieno di scogli e di memoria.

Dove incontrai nei ricordi Pupù.

Forse un incidente sulla linea.

Forse qualcuno è finito sotto un treno.

Guardo il mare, che tace, omertoso.

Il mare di Palizzi.  

Di fronte alla chiesa dove Nino e Maria si ritrovarono per sempre dopo cinquant’anni, ci aspetta il treno.

Un’altra giovane ferroviera, dagli occhi neri parlanti, ci aspetta fuori e ci saluta con garbo.

La gentilezza contrasta il puzzo della morte, profuma di buono, in un bel mattino di fine novembre, di un anno strano dalla cifra ripetitiva.

Ci sediamo, raffazzonata e consolidata famiglia, nel nuovo treno.

E subito trovo in rete la notizia.

Informo la giovane capotreno, che per cortesia, o per stupore sincero, spalanca gli occhi sullo schermo dello smartphone.

Mi rendo conto, velocemente, di essere il più vecchio sul treno che trattiene il fiato. Sono ormai troppi i luoghi ed i momenti dove sono il più vecchio, quello con il grado più alto, di rango superiore, nella filiera delle assunzioni di responsabilità.

Tocca a me, e non mi tiro indietro.

Do la notizia.

Un operaio, come quelli delle Piramidi, è morto schiacciato da un mezzo durante i lavori di ammodernamento della linea ionica.

Esattamente, tragicamente, due mesi dopo un altro operaio, morto nello stesso modo, nello stesso posto.

Questa Piramide, ogni due mesi, vuole il sangue degli invisibili.

Il sangue dei costumisti e dei truccatori.

Si riparte, ma non è la stessa cosa.

Si arriva, ma non è la stessa cosa.

Niente, il mondo va troppo veloce per pensare alla morte, la anestetizza con la rapidità delle cose da fare, con la rincorsa a compiti rassicuranti e ripetitivi. Ricevo alcune telefonate di lavoro, che liquido subito.

Scelgo allora di celebrare una piccola morte.

Quella di un uomo sconosciuto, esattamente come il barbone, perché clochard mi da fastidio, di “Vista Mare”.

La storia la fanno i piccoli, versando sangue ingiusto.

E il sangue dei piccoli brilla come il mare di Palizzi.

Mi manca, in quel momento, l’allegria culturale del “capotreno esistenziale”, che ogni tanto incontrai mentre passavamo dalle scogliere di Africo.

Oppure Enzo, uomo lacero, che mi chiede la monetina che per lui, solo per lui, tengo sempre nella tasca destra della giacca.

Non vedo intorno a me i regali dell’erranza, che sono persone conosciute su rotaia. Ne sono lieto. Non hanno respirato l’odore della morte passato troppo vicino, stavolta.

Non lo avrebbero meritato.

Ed io rapinatore di storie in movimento, condannato alla missione di rendere eterni i piccoli e gli invisibili, respiro anche per loro.

Mentre arrivo a destinazione, dopo un po’, nel cielo si formano, come capanne, delle nuvole belle. Guardo sempre le nuvole.

Sono, oggi, ma saranno domani, pesi e contrappesi nel teatro dell’esistenza.   

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