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NELL’ACCOGLIENZA LA MANCANZA DI STRATEGIA È UNA TATTICA?

L’«assimilazionismo» (francese) ha fallito, il multiculturalismo (britannico, olandese, spagnolo, ecc.) pure, non parliamo poi degli Stati binazionali (Kosovo, o Israele/Palestina); potrà mai la “non strategica” informalità del generico “vivi e lascia vivere” all’italiana, o del cristiano “aggiungi un posto a tavola”, fornire risposte più congrue allo straripante eccesso demografico d’un’irrefrenabile “modernità”?

Il rischio dell’enclave

Per molti, addirittura, il multiculturalismo “minaccia” (la prima di diverse altre) la sicurezza, nel favorire la costituzione di aliene enclavi (tipo Little Italy o China town?), “vietate” agli estranei (stranieri in casa loro), pur cittadini residenti in zone limitrofe; “zone” dove vige una “legge” diversa da quella del paese il cui territorio  compone lo stato/nazione, così favorendo formule terroristiche o quanto meno delinquenziali, dall’associazionismo simil-mafioso alle bande giovanili, dai clan familiari ad altre combriccole e cricche varie.

La paranoia della diffidenza

Per tanti, il multiculturalismo rappresenterebbe persino una (seconda) “minaccia” per la civiltà del “luogo”, che ha avuto tutta una “sua” storia travagliata e un altrettanto faticoso sviluppo, fino a trovare finalmente un qualche probabile, anche se problematico, equilibrio. Sembra, anzi, proprio che si abbassi, nelle società multiculturali, il livello dell’ordinaria, spontanea e genuina solidarietà, come pure quello della fiducia nel prossimo e della responsabilità individuale, poiché un sospetto, reciproco, non invita a collaborare al perseguimento di obiettivi sociali comuni.

Lo sostengono, da tempo, con una certa autorevolezza, Samuel P. Huntington (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, 1996), Frank Salter (On Genetic Interests: Family, Ethnicity, and Humanity in an Age of Mass Migration, 2003), Robert D. Putnam (E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century, 2007), Paul Scheffer (Immigrant Nations, 2011), e altri.

Libertà e diritti

La “terza” minaccia riguarda la libertà di quanti sono costretti a vivere in “ghetti”, in cui i bambini potrebbero essere maltrattati e sfruttati, le donne ridotte in schiavitù od oppresse, ovvero, al limite, non rispettate, senza parlare dei gay e di altre forme di diversità (David Goodhart: “Too diverse?“, 2004; od Oriana Fallaci: “Il nemico che trattiamo da amico”, sul Corriere della Sera, del settembre 2006). Per certi versi, i vari  movimenti per “i diritti umani” hanno politicamente molto in comune; in ogni caso, si preoccupano della “tolleranza” nei confronti delle differenze reali in generale e dell’invalidità dei giudizi di valore applicati a stili di vita difformi dalla cosiddetta “norma”, e soprattutto di quello status di “minoranza” che ne deriva.

Chi è utile a chi?

Eppure, il multiculturalismo “serve” alla diversità, – e forse anche l’inverso, in quanto la stessa diversità rappresenterebbe “un bene in sé”; in primo luogo, il multiculturalismo i diritti umani, in qualche modo, li “esercita” (Paul Cliteur: De filosofie van mensenrechten, Nijmegen 1999), poiché obbedisce all’imperativo categorico della pratica dei principi illuministici d’una, ormai datata, Rivoluzione francese (Liberté, Égalité, Fraternité), però con la conseguenziale appendice evangelica del “Qui non est mecum, contra me est; et, qui non congregat mecum, spargit” (Matteo 12, 39). Se ne deduce che opporsi al multiculturalismo equivale a opporsi a tutto questo “bene in sé”, ed è quindi “male” propugnato da razzisti, suprematisti, fascisti, sciovinisti, revanscisti e colonialisti o, quanto meno, bigotti tout court, e innanzitutto antieuropeisti che congiurano al fine di causare il disfacimento d’un’Unione, tuttavia traballante di suo. Ma, come ebbe a scrivere Benedetto Croce in “La fine della civiltà”: «Nel corso e al termine della seconda guerra mondiale si è fatta viva dappertutto la stringente inquietudine di una fine che si prepara, e che potrebbe nei prossimi tempi attuarsi, della civiltà o, per designarla col nome della sua rappresentante storica e del suo simbolo, della civiltà europea».

Il gusto per l’esotico

Sul versante opposto, tra i praticanti più assidui del multiculturalismo ci sono individui facoltosi, che parlano correntemente e fluentemente le lingue straniere, in patria come all’estero, che gustano i cibi esotici, bevono bevande d’importazione, vanno in vacanza in luoghi lontanissimi e sconosciuti ai più, e godono della compagnia di persone a loro simili, anche se di culture e “razze” (termine ovviamente da ridefinire!) diverse, mentre molto spesso mostrano scarso interesse e simpatia per i membri meno privilegiati del proprio entourage culturale ed etnico.

La vera distinzione tra chi è chi? 

Come cantava Gaber: “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra/ Fare il bagno nella vasca è di destra/ Far la doccia invece è di sinistra…/ Il minestrone è sempre di sinistra/ Tutti i film che fanno oggi son di destra/ Se annoiano son di sinistra…/ L’ideologia, l’ideologia/ Malgrado tutto credo ancora che ci sia…”.

Se l’assimilazionismo va allora considerato di destra e il multiculturalismo di sinistra, il “volemose bene” del “fate un po’ quello che vi pare” non è pura anarchia?

Una questione di civiltà

Bisogna, dunque, partire da una condivisa definizione di “multiculturalismo”, e di come esso possa influire su di una data “civiltà” (anch’essa da ridefinire!), e sulle sue inevitabili sensazioni di “sicurezza” e “libertà”, senza dimenticare d’identificare la propria (ed eventualmente l’altra) “cultura” (d’arrivo o di partenza), poiché è in base a questa (sempre da designare!) che dipendono le varie descrizioni precedenti (di civiltà, sicurezza, libertà, come del “multiculturale”), in un senso che rimane estremamente relativo. Se volessimo allargarci all’assoluto, dovremmo condizionarci a una gradualità che da un minimo proceda verso un massimo.

Libertà

E già, per quanto riguarda la “libertà”, che potrebbe considerarsi forse come la chiave di tutto il resto, la variabilità procede dall’indipendenza al “diritto” alla medesima; in assoluto, significherebbe mandato “illimitato” di fare ciò che si vuole; ma, siccome non si vive nell’assoluto, bensì in una determinata società, occorre riformulare questa categorica considerazione; e, anche qualora ci trovassimo difronte a una perfetta omogeneità, i termini ritornerebbero comunque relativi.

In qualsiasi società, allora, il mandato di fare ciò che si vuole verrebbe, anche se diversamente, “limitato” dalle consuetudini del luogo o dalle leggi dello Stato. L’usanza può essere tacita o implicita, imposta per consenso o d’autorità; la legge invece sempre esplicita e comunque fatta (o non fatta) rispettare da chi ne avrebbe il compito.

Ebbene, all’interno della regola del costume o della legge, la libertà diventa variegata; alcuni possono o non possono fare ciò che vogliono; alcuni altri possono o non possono fare qualcosa; e poi ci sono quelli che si trovano davanti la prospettiva del tutto o niente. Al massimo, sarà permesso tutto ciò che non è proibito, al minimo verrà vietata ogni cosa non consentita; ma, ciò che risulta proibito dalla legge potrebbe essere permesso dalla consuetudine e le cose proibite dalla consuetudine possono essere permesse dalla legge.

Indipendenza e diritto alla stessa

Essendo il comun denominatore di sicurezza, tolleranza, civiltà, cultura, diritti, ecc., la libertà, intesa appunto come diritto a sé stessa o come indipendenza, costituisce l’ossatura delle altre enunciazioni, le quali tutte possono venire riproposte nei termini di “che tipo” di libertà o indipendenza, e di “quanta” di essa concedono, e “a chi”, e “perché”, ed eventualmente in che modo tenderebbero a limitarla.

Sicurezza

La libertà dalla minaccia di attacchi fisici si traduce direttamente in “sicurezza”. Più in generale, questa significa protezione della proprietà, e del sostentamento, possibilità di riunione ed espressione, nonché “diritto” (facoltà o prerogativa?) a un’azione legale, se occorre. Per garantire sicurezza ad alcuni, si deve limitare la libertà ad altri, e, dal momento che ognuno è “altro” per qualcun altro ancora, se una società garantisce sicurezza a tutti, ne limita di conseguenza indistintamente anche la libertà.

La limitazione della propria libertà, al fine di garantire la sicurezza individuale e collettiva all’interno d’una determinata collettività, ricade nel vincolo reciproco che ogni civiltà comporta. Anche se, in senso positivo, “civiltà” significherebbe,  innanzitutto, cooperazione per il bene comune.

Cultura come identità

L’antropologia propone definizioni di “cultura” come quel repertorio di strumenti, materiali e nozioni, sviluppati e utilizzati per mantenere, aumentare e migliorare la vita umana. E anche questa è “cooperazione per il bene comune”.

Ma a chi appartiene una tale cultura piuttosto che tal altra? E a quale gruppo, poi, appartiene chi coopera per il bene “comune” (ma d’un altro gruppo)? Quali sono, infine, i suoi “limiti”, inclusivi ed esclusivi?

E, tra gli elementi impiegati a fornire risposte a queste domande, non possono mancare criteri di “identità”, da quelli linguistici ed etnici a quelli più specifici di tradizioni, credo religioso, abitudini alimentari, costumi in genere.

Lingua e costumi 

Secondo la teoria antropologica più in voga della “cultura”, è il linguaggio lo “strumento degli strumenti” culturali: dunque, la chiave (una ulteriore) di tutto il resto. Secondo una versione di tale teoria, natura e struttura d’una lingua determinano natura e struttura della cultura, e viceversa. Anche se, poi, in un’epoca di globalizzazione indiscriminata, una determinata lingua non è necessariamente identificata con una determinata cultura, costume, etnia o “razza”. A quest’ultimo proposito, i biologi trovano molto difficile fornire una definizione precisa e accettabile, sia pur nella persistenza del concetto medesimo, ricercandone sinonimi “cromatici”, o politici, che inevitabilmente si rivelerebbero di tipo discriminatorio. Etnia appare più semplice, malleabile, facile, e includente, oltre sia la lingua che i costumi, i quali nella loro ampiezza rischiano di coincidere, sia pur vagamente, con una generica “cultura” o lassa “consuetudine”.

Consuetudini?

Sommariamente, “consuetudine” equivarrebbe a tutti gli atti ripetuti e abitudinari, nonché termini e segni, con cui i gruppi e gli individui in essi caratterizzantisi si distinguono nel determinare e valutare la propria e l’altrui identità, coprendo tutti gli aspetti della vita, comprese le svariate forme di relazione, formali o informali, biologiche o sociali, volontarie o involontarie, come parentela, tribù, casta, classe, matrimonio e lavoro; e poi, ancora, arti e mestieri, politica ed economia, diritto, religione, cucina, abbigliamento, musica, danza, linguaggio del corpo, corteggiamento e rapporti sessuali…

Come “funziona” la cultura?

Spessissimo, quale vaga definizione di “cultura” si ricorre a un mix di costumi, lingua, o etnia, che, sebbene non sia completamente falso, non rende però l’idea di come la cultura “agisca” e “funzioni”. I più rigorosi di questi pronunciamenti si andrebbero a concentrare pertanto su origini e scopi di tali costumi e consuetudini.

L’«intenzione» del “multiculturale”

È questo chiarimento più ampio di cultura che consente di giungere all’«intenzione» di quel “multiculturale” che si prefigge ciò che abbiamo segnatamente chiamato multiculturalismo. Se, in un dato luogo e tempo, esistesse solo una di queste tante culture, condivisa da una data popolazione, quest’ultima verrebbe considerata in automatico “uniculturale” od omogenea; mentre “multiculturale” corrisponde a una condizione in cui, all’interno d’un dato spazio e tempo, interagiscono due o più culture che potrebbero corrispondere ad altrettante popolazioni differenti (di cui una preesistente e le altre sopraggiuntevi), aventi per giunta poco o nulla in comune.

Multiculturalismo come “sistema”

La neutralità socio-politica d’una tale situazione verrebbe garantita soltanto dal medesimo senso, sottinteso, dell’«aggettivo» (quel “multiculturale” di cui sopra), quale “contenitore” (pentola o insalatiera?) di più culture differenti, per come impiegato storicamente anche nel caso degli imperi del passato (persiano, romano, britannico, austro-ungarico o russo), oppure in riferimento alle grandi metropoli cosmopolite (quali New York, Londra od Hong Kong), che potrebbe non valere probabilmente allo stesso modo né per il colonialismo, ma neppure per le immigrazioni, che spesso coinvolgono piccole comunità residenziali, già fragili. È una questione di percentuali.

Il senso del sostantivo multiculturalismo tenderebbe infatti ad assumere un significato “sistemico”, di “metodo” che suscita forti reazioni nei suoi sentimentali difensori, spesso emotivamente (ed economicamente) coinvolti, quanto critiche, a volte acute e pertinenti, da parte dei suoi detrattori, un po’ più prudenti.

Il “multiculturalismo”, inteso quale “sistema” politico, richiede inevitabilmente degli appositi atteggiamenti sociali, supportati da adeguati sforzi e investimenti pubblici,  coinvolgenti una vasta gamma di linee di condotta e “strategie intenzionali” finalizzate alla migliore, e non frettolosa, interazione della maggioranza culturale nativa, e non solo dello stato territoriale, con i membri delle minoranze culturali in esso da poco inseriti senza particolare attenzione.

Assimilazionismo quale “metodo” d’accoglienza

A questo punto, la maniera più semplice per intendere il multiculturalismo, riconosciuto in tal senso, sembra quello di metterlo in contrapposizione con quanto sinora ha rappresentato la sua principale alternativa appresa e sperimentata, quell’assimilazionismo che ricorre alla metafora del “melting pot”, la quale  sottintenderebbe una sorta di “fusione”, non solo semanticamente, prossima però alla con-fusione.

Non importa da quale paese tu provenga e quali siano i tuoi costumi, ciò che è essenziale è che li abbandoni entrambi, e dunque “assimili”, presto e bene, lo stile di vita e le convinzioni in materia di convivenza civile propri di questo luogo. La tua pratica religiosa, come la tua lingua d’origine, dev’essere un fatto del tutto privato, che non vada minimamente a compromettere la laicità della République, oggi, come un tempo degli States of the union. In sintesi, categorici per l’ossatura di questo  “metodo” d’accoglienza: l’uso pubblico della lingua ufficiale e il rispetto dei costumi stabiliti, l’obbedienza alle leggi e la fedeltà allo stato ospitante contro nemici di qualsiasi provenienza essi siano.

Insalata mista

Al momento, negli USA , dove l’assimilazionismo è stato progressivamente abbandonato, il multiculturalismo viene tollerato in modo non ufficiale, mentre in Canada, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna e (forse un po’ meno) in Germania, lo si pratica, perché ormai sposato con trasporto, preferendo così, alla pentola o al vaso, la metafora dell’insalatiera, o forse meglio dell’«insalata mista», in quanto l’uso della lingua ufficiale non è obbligatorio, o addirittura neanche richiesto; l’obbedienza alla legge, e in particolare al diritto di famiglia, è secondario e, in ogni caso, suscettibile alla condizionalità della regola delle sovrapposizioni, pur eventualmente contrastanti, di consuetudini prevalenti sulle restanti. Anche la fedeltà allo stato e il rispetto per i suoi valori e costumi, stabiliti da leggi e consuetudini, non sovrastano su quelli d’un popolo che può scegliere di rimanere “distinto” (e non semplicemente distinguibile) nei suoi valori e costumi di provenienza.

Pluriculturalità

Assodato che, a seconda di come viene definita la cultura, diverse lingue, razze o etnie, e costumi, in diverse combinazioni, possono così coesistere, a questa condizione potremmo anche dare il nome di multiculturalismo, e questo nome impiegarlo in senso descrittivo (lo stato delle cose) o normativo (sistema di preservazione), sempre ricorrendo a una buona dose di tolleranza e inclusione. Ma, se le parole hanno un loro significato, più profondo di quello a cui restano attaccate, proviamo a ricorrere a un termine più anodino, forse, perché meno usato, ma che potrebbe essere suscettibile di sviluppi alternativi, oltre che sincronici, diacronici (associandoli ai passati processi di dominazione coloniale), come quello di “pluriculturalità“, in quanto situazione che, nel ribaltare la precedente, pone un problema presente e percepito come tale con inquietudine: quello delle “altre” (e quali?) persone nel proprio spazio vitale, per le quali multiculturalismo e assimilazionismo sono viste quali soluzioni “conservatrici”, nel senso di essere “conservate” in quello che era prima il “loro” spazio, tipo riserva indiana, oppure assimilate, per l’assimilazionismo, o separate, per il multiculturalismo, ovvero forse “integrate” per altre utopie, quali “silenziose” maggioranze esistenti in precedenza e adesso forzate a coesistere, o addirittura avviate a trasformarsi in minoranze culturali.

Si tratta d’assumere l’«altro» punto di vista, quello che ci consente d’affrontare una cruda realtà, che spesso trascuriamo, o su cui sorvoliamo en passant, quella d’una nostra patetica illusione circa l’essere la nostra “la” civiltà per antonomasia, e come essa «sia la forma a cui tende e in cui si esalta l’universo» (Croce in “La fine della civiltà”).

E questo di fronte alla ben più tragica alternativa delle “soluzioni finali” della conversione forzata o della schiavitù, della pulizia etnica o del genocidio, previste e praticate dalle culture che ci sembrano estranee, per cui facciamo finta che tali soluzioni non esistano, o che non abbiano tanta importanza dalle nostre parti.

Siamo davvero sicuri che “altri” s’approccerebbero allo stesso problema con analogo impegno e trasporto? La cultura dominante in occidente non coincideva e non coincide con l’orientale, quella del meridione con la settentrionale, l’islam con il cristianesimo, i vegetariani con gli onnivori, ecc. ecc.

Schiavitù e conversione forzata

Le prime soluzioni di tipo fideistico o lavorativo, della conversione forzata e della schiavitù, sono state praticate qui e altrove, anche dagli occidentali, e ben presenti nel corso della storia, e sono per la definizione data prima perfettamente “conservatrici” anche d’altre persone all’interno del proprio spazio vitale. Anzi, la schiavitù assomiglia parecchio al multiculturalismo, nel sostenere “differenze” tra popolazioni coesistenti, trattandole di conseguenza in modo diverso nelle leggi e nei costumi. E, mentre l’assimilazionismo tollera la diversità nel privato ed esige in pubblico l’asservimento alla norma, la conversione forzata obbliga all’adozione, anche in privato, di tutti i segni distintivi della cultura dominante, persino se questi possono “assumere” solo la forma del linguaggio e del costume, in quanto la razza (o il colore) resta inalterabile, e per la fede esistono soluzioni tipo marranesimo e nicodemismo .

Genocidio e pulizia etnica

Genocidio e pulizia etnica sono più radicali, perché si premurano di risolvere il problema delle altre persone nel proprio spazio vitale sbarazzandosene definitivamente e senza troppi scrupoli. Il genocidio stermina le genti, solitamente identificate nella razza (e non solo nel colore, ma nell’altezza, in Rwanda almeno, Hutu e Tutsi), a volte però anche in altri termini, magari in base a qualche teoria eugenetica.

La pulizia etnica si limita ad allontanarle. Sebbene abominevoli o semplicemente criminali, schiavitù, conversione forzata, genocidio e pulizia etnica non sembrano poi così tanto rari, anzi sono stati abbastanza diffusi a tutte le latitudini e persino in tempi piuttosto recenti.

Trascurando la considerazione etica, c’è da chiedersi ancora dell’altro.

Il tempo delle Crociate non è finito!

La schiavitù non si preoccupa delle differenze di lingua, razza o cultura, ma forse sta diventando difficile da praticare apertamente e legalmente, anche se, nella più cruda realtà, tuttora non lo è. La conversione religiosa forzata sembra praticata dall’Islam sui popoli “non del libro”, considerati pagani. Quelli “del libro”, sabei, ebrei e cristiani, erano soggetti a tassazione punitiva od occasionali pogrom, ma, ultimamente, pare siano soggetti a conversione forzata anche loro.

La cortina di ferro

In Spagna s’è praticata, in passato, la conversione forzata al cristianesimo sia sui musulmani che sugli ebrei. Mentre, appena nel secolo scorso, la maggior parte delle conversioni forzate è stata di tipo ideologico, oltrecortina, piuttosto che fideistico, avendo però ottenuto un successo irregolare, poiché i convertiti a forza sembrano avere la tendenza a ricadere nell’«errore», a dissimulare, o a espatriare. Insomma, non si dimostrano affatto “fedeli” al regime che li dovrebbe o vorrebbe governare.

La Germania nazista

Il tentativo fallito ottant’anni fa dalla Germania nazista di sterminare gli ebrei, al giorno d’oggi, sopravvive nella politica iraniana (e non solo sciita) di distruggere Israele. Cambogia, Sudan e Ruanda rappresentano proverbiali tentativi di risolvere le tensioni etniche con il genocidio. L’ex Jugoslavia, l’Iraq, e non dimentichiamo la Turchia, hanno praticato la pulizia etnica con parziale successo. Diverse etnie, poi, vivono separatamente, ma ancora abbastanza vicine da poter continuare a combattersi alla prima occasione.

Modernità liberale, democratica, occidentale…

Ripetiamolo ancora una volta: la coesistenza in un determinato luogo e tempo, all’interno di culture maggioritarie, di minoranze culturali ed etniche, necessita di politiche pubbliche e di atteggiamenti sociali che forniscano risposte “concrete” e adeguate sulla primaria questione sollevata dalla “realtà” delle cose.

Dalla pluriculturalità degli altri nulla perviene se non di eclatante: e non solo genocidi, pulizia etnica, schiavitù, conversioni forzate, ma pure delitti d’onore e faide di sangue, sharia, burqa (o chadri, boshiya e niqāb), e poi intollerabili mutilazioni genitali alle bambine, – mentre la circoncisione maschile viene consentita dappertutto!

Le nazioni in cui nasce e prospera il dibattito sul multiculturalismo sono quelle occidentali, sedicenti democratiche e tolleranti, che abbracciano in pieno la cultura della modernità liberale. C’è da chiedersi fino a che punto possano ammettere o autorizzare tali pratiche abominevoli e se il problema se lo pongano per un qualche interesse (magari di tipo economico, come sovvenzionare le nostre future pensioni, trovando manodopera a basso costo) o perché lo “vivano” in tutta la drammaticità che dimostra e che non sanno effettivamente come affrontare?

Cultura di rinuncia

La cultura della modernità liberale esiste nei paesi “uniculturali”, ma spesso anche in quelli già multiculturali/pluriculturali (o sono solo semplicemente interrazziali o multilingue?), che hanno rinunciato a una presunta omogeneità iniziale. Nei paesi omogenei, comprende soprattutto la diversità dello stile di vita individuale, definito principalmente da politiche, valori e atteggiamenti, nonché imposto dalla legge. Assimila per lo più le usanze esistenti, purché non contraddicano le sue attitudini fondamentali, i suoi valori consolidati, le sue politiche vincenti, oppure le adatta a questi, e qualora ciò si rivelasse difficile, o persino impossibile, vi rinuncia, come da tempo “avrebbe” fatto con la schiavitù, la conversione forzata, il genocidio, la pulizia etnica.

Cosmopolitismo

Con la maggior frequenza dei viaggi e delle migrazioni, legali e illegali, l’aumento del cosmopolitismo e soprattutto della popolazione globale, – che costituisce un problema ancora più serio, di cui nessuno sembra voglia accorgersene, – non possiamo che aspettarci sempre più multiculturalità. Pertanto, entro i (non) “limiti” che comporta la cultura della modernità liberale, le società s’adeguano modellando degli atteggiamenti per farvi fronte. L’applicabilità di tali (non) limiti molto dipende allora da una reciprocità ambiculturale o, se vogliamo, di transizione, nel senso che le preesistenti minoranze (o maggioranze che siano) non devono essere costrette ad andarsene contro la loro volontà, per lasciare la propria casa e il proprio mondo ai nuovi arrivati, alla stessa maniera di come non possono neppure essere autorizzate a cercare di schiavizzarli, convertirli a forza, deportarli, ecc. ecc.

Un progetto che non c’é

La situazione cosmopolita (di puriculturalità/ multiculturalità/ ambiculturalità) non viene affrontata al meglio né dall’assimilazionismo degli immigrati, come neppure dal multiculturalismo, inteso come progetto per il futuro, perché in fondo in fondo, queste politiche non solo non affrontano nello specifico la stessa multiculturalità, come situazione sociale, ma neppure riescono a preservare i valori fondamentali della modernità liberale che vorrebbero rappresentare e preservare. E non preservano questi valori fondamentali perché non li sposano per intero, tanto che non possono far fronte alla problematica multiculturale appunto perché non riescono neppure a capire appieno la “loro” stessa cultura (figuriamoci le “altre”!).

Modernità vs Tradizione

Si concentrano sui mezzi, e non sui fini; e lingua e costumi sono mezzi e non fini. L’assimilazionismo cerca la loro uniformità; il multiculturalismo mantiene la loro diversità. L’assimilazionismo dice che la cultura ospitante deve prevalere ed essere dominante, non riconoscendo che pure quella sopraggiunta non può che essere, essa stessa in divenire, in un mutamento che deve affrontare la “rinuncia” a costumi contrari alla modernità liberale e, giocoforza, contribuendo a generare magari nuovi, comportamenti, che non è detto siano migliori o peggiori. Il multiculturalismo ritiene uguali tutte le culture, e nessuna superiore a un’altra, per cui il cambiamento potrebbe investirle, ognuna singolarmente.

Nessuno, in ogni caso, prende in considerazione le finalità di tutto ciò, e se determinate culture tali finalità riescano a servirle meglio di altre.

Ricerca della felicità

È qui che si pone il dilemma essenziale di cos’è in fin dei conti la “cultura” e a cosa serva, anche se comunque gli scopi di qualsiasi cultura non possono che corrispondere a quelli di mantenere e migliorare la vita d’una comunità.

In primis, ricerca del piacere e della felicità ed evitamento della sofferenza e del dolore. Eppure, spesso tali scopi rivelano delle priorità variabili, a seconda delle circostanze. Di fronte a una minaccia immediata, si pensa innanzitutto alla sopravvivenza. Con una prospettiva più dilazionata, alla sopravvivenza individuale subentra il prosieguo generazionale. In questo, come in molto altro, la cultura tende a imitare la natura.

Know-how identitario

La natura trasmette informazioni adattive attraverso i geni, la cultura per mezzo della tradizione. La tradizione prende la forma di linguaggio, costumi, miti, competenze, o come si dice al giorno d’oggi know-how. Una determinata combinazione di questi va a costituire l’identità culturale specifica. Qualcosa di materiale e nozionale insieme, ma anche di adattivo, in funzione dei cambiamenti, che potrebbero renderla forse del tutto controproducente.

Chiediamoci allora quali tra le culture esistenti meritino o abbiano la stessa probabilità di sopravvivere a tali cambiamenti, anche imprevisti. Da una prospettiva  antropologica, forse tutte le culture meritano ugualmente di sopravvivere, ma nell’eventualità di dover scegliere, quale diritto avremmo di favorirne alcune più di altre o di trattarle come in via d’estinzione, per giunta ghettizzandole?

Una questione di merito?

Ciononostante, dal punto di vista alternativo (e pluriculturale o transizionale?), il dominante potrebbe venire un giorno dominato (come nell’assioma nenniano alla rincorsa della purezza che subisce un’ulteriore epurazione) ed essere costretto a vivere la propria modernità liberale in una moderna, quanto illiberale, riserva o geografica enclave.

Va a finire che, in quest’ambito, al di là della banale logistica dei ricollocamenti, per certi versi, la mancanza di strategia non possa costituire di per sé, un’ottima tattica subdolamente mirata ad avvantaggiarsi delle opportunità offerte, suo malgrado, da un, non ancora ben identificato, “avversario”?

 

Ierace G. M. S. Riace non è Sparta, https://calabriapost.net/l-opinione/riace-non-e-sparta

Ierace G. M. S. Enea non era uno straniero né un profugo, https://calabriapost.net/cultura/enea-non-era-uno-straniero-ne-un-profugo

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