«On voit ici que de jeunes enfants,/ Surtout de jeunes filles/ Belles, bien faites, et gentilles,/ Font très mal d’écouter toute sorte de gens,/ Et que ce n’est pas chose étrange,/ S’il en est tant que le Loup mange./ Je dis le Loup, car tous les Loups/ Ne sont pas de la même sorte;/ Il en est d’une humeur accorte,/ Sans bruit, sans fiel et sans courroux/ Qui privés, complaisants et doux,/ Suivent les jeunes Demoiselles/ Jusque dans les maisons, jusque dans les ruelles;/ Mais hélas! qui ne sait que ces Loups doucereux,/ De tous les Loups sont les plus dangereux.» – Moralité, Le Petit Chaperon Rouge, Charles Perrault 1697.
De puella a lupellis servata
La più antica versione scritta, conosciuta, de Le Petit Chaperon rouge risale a un “De puella a lupellis servata”, appartenente alla raccolta didattica dell’erudito del X secolo Egberto di Liegi, Fecunda ratis: una sorta di manuale antologico per le arti del Trivio, contenente esempî di poesie, massime morali, antichi proverbî e facezie, tratti specialmente dai satirici latini, dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa, e inoltre favole ed enigmi (Jan M. Ziolkowski: «A fairy tale from before fairy tales: Egbert of Liege’s “De puella a lupellis seruata” and the medieval background of “Little Red Riding Hood”», 1992, p. 549–575).
Mitologia classica
Graham Anderson ha sottolineato la vicinanza della trama di Cappuccetto Rosso a quella d’una leggenda megalo-elladica raccontata da Pausania, Strabone e Callimaco, secondo la quale, ogni anno, a Temesa, una vergine veniva offerta alla violenza d’uno spirito malevolo (quello di Polite, ucciso a causa d’uno stupro), rivestito con la pelle d’un lupo, e ciò finché non arrivò il pugile locrese Euthymos, che fece scomparire quel fantasma e impalmò la vittima di turno offerta in sacrificio.
Fairytale in the Ancient World
Ci sarebbero poi tutta una serie di miti greci coinvolgenti Pirra (letteralmente “fuoco”) e Deucalione, (Anderson G.: Fairytale in the Ancient World, 2000 – p. 94-5), oppure Licaone (Lykáōn, Λυκάων, lupo) che provocò quel diluvio al quale sopravvissero i primi due, invitando Zeus a un banchetto antropofagico; presumibile reminiscenza di quei sacrifici umani che si svolgevano in Arcadia proprio in onore di Zeus Liceo. A quest’empietà, Ovidio, nelle Metamorfosi, attribuirebbe la nascita dei lupi mannari.
Nella leggenda di fondazione di Micene, che coinvolge i gemelli Acrisio e Preto, essi sono costretti a emigrare in Licia, terra dei lupi, e la figlia di Acrisio, madre di Perseo, nel proprio nome, Danae, di questo animale contiene l’appellativo frigio: “daos“, δάος. E poi, il marito di Dirce e zio di Antiope era Lico, Λύκος, e così via.
Nell’Ars Poetica, Orazio allude invece a bambini ingurgitati dalle lamie e restituiti ancora intatti, nel caso a questi esseri mostruosi si squarciasse il ventre (Fairytale in the Ancient World, 2000 – pp. 96-7).
Miti nordici
Nell’Edda poetica, “Þrymskviða” (anglicizzato Thrymskvidha) rispecchia alcuni elementi di Cappuccetto Rosso, soprattutto per via delle spiegazioni fornite da Loki allo strano comportamento di “Freyja” (in realtà Thor travestito), analoghe a quelle del lupo per il suo strano aspetto. Il gigante Þrymr aveva rubato il martello (Mjölnir) del dio del tuono allo scopo d’ottenere in cambio come sposa la stessa Freyja. Gli dei mascherarono il figlio di Odino e lo sostituirono a lei. Allorché vennero notati quegli occhi poco femminili di Thor, Loki li giustificò, dicendo che la falsa “sposa” non aveva avuto modo di dormire a sufficienza, né di mangiare e bere, a causa dei preparativi del matrimonio.
L’interpretazione naturalistico-mitologica
L’altro parallelo con la mitologia norrena è relativo all’inseguimento della dea del sole (Sól) da parte del lupo Sköll (in antico norvegese: “Tradimento” o “Beffa”) sino all’avvento del Ragnarök.
Rudolf Simek teorizza che Sköll, Hati (che durante la notte insegue la Luna), e Fenrir (padre dei precedenti) siano una stessa “cosa”, derivata dall’ammasso stellare delle Iadi (Hyades), nella costellazione del Toro, che formando una sorta di “V”, verrebbe facilmente interpretata come la bocca d’un lupo.
Nel caso di Sköll e Hati, l’interpretazione naturalistico-mitologica li suggerisce pure quali descrizioni dei fenomeni di parelio e paraselenio, detti anche “cane del Sole” e “cane della Luna”, e, nelle lingue scandinave “lupi”: solulv, in norvegese, solvarg, in svedese.
Etnografia
Una storia simile a quella di Cappuccetto Rosso appartiene anche alla tradizione nordafricana, dell’Algeria orientale, e precisamente della Cabilia, dove sono attestate numerose versioni (Leo Frobenius: Atlantis, Volksmärchen und Volksdichtungen Afrikas, 1921 – Band III, 126–129, fairy tale # 33).
Il tema del lupo famelico
Il tema del lupo famelico e della creatura liberata illesa dal suo ventre si ritrova anche nel racconto russo Pierino e il lupo (Петя и Bолкe) e in un’altra fiaba raccolta dai fratelli Grimm, Il lupo e i sette capretti, ma si tratta d’un tema di generica “resurrezione”, antico almeno quanto la storia biblica di Giona nella pancia della balena, poi riproposto nella vita di Santa Margherita, in cui la santa rinasce da un drago, in Pinocchio, ecc.
La tigre divoratrice
Altre sorprendenti somiglianze si rintracciano con una storia taiwanese del XVI secolo, conosciuta come “Zia Tigre”, che ha per protagoniste due sorelle. Quando la madre delle ragazze s’assenta, la tigre fingendosi la loro zia, chiede d’entrare in casa. Una delle ragazze le risponde che la voce non suona bene, quindi la tigre tenta di mascherarla; poi la ragazza osserva che le mani sembrano troppo ruvide, per cui la tigre cerca di renderle più lisce. Quando finalmente la tigre riesce a entrare, la storiella sembra quasi proseguire sulla falsariga di Hänsel e Gretel (Kinder- und Hausmärchen), o di Pollicino (Contes de ma mère l’Oye), fin quando la sorella più spigliata non escogita uno stratagemma per liberarsi dell’ospite indesiderata. Narrazioni simili, relative a una tigre, non sono ignote in altre parti dell’Asia orientale, vale a dire in Cina, Corea e Giappone.
Un triangolo narrativo
L’originalità di Cappuccetto Rosso, però, è riposta nella grande versatilità della situazione triangolare tra la bambina, il Lupo e la Nonna, la quale versatilità ha consentito di far proliferare, a seconda del pubblico e dell’obiettivo desiderato, diverse varianti, contribuendo a trasformarla in una delle fiabe più popolari in tutto il mondo (Catherine Veley-Vallantin: Histoire des contes, 1972).
Le varianti
All’inizio, il personaggio del Cacciatore (o del Taglialegna, a seconda della versione), non compariva affatto, essendo stato introdotto dai Fratelli Grimm solo successivamente (Rotkäppchen, della prima edizione di Kinder- und Hausmärchen del 1812, e quella riveduta del 1857), relegando così il personaggio di Cappuccetto Rosso a un ruolo decisamente più passivo, a prescindere che fosse ritenuta femmina o maschio travestito. Appunto, come nell’antica variante della regione occidentale della Francia (Bas-Poitou), intitolata Boudin-Boudine, raccolta dall’etnologa Geneviève Massignon e pubblicata in De bouche à oreilles (1983).
Nella versione abbruzzese, recuperata da Italo Calvino negli anni ’50 del secolo scorso (Fiabe italiane, 1956), intitolata La Finta (o falsa) Nonna, a sconfiggere l’Orchessa (che sostituisce il Lupo, e forse reminiscenza della Lamia di Orazio) è direttamente la bambina, in virtù della propria astuzia, e senza l’aiuto di nessuno, cacciatore o taglialegna che sia.
Mitologia e folklore
Folkloristi e antropologi culturali, come Rudolf Simek e, prima di lui, Pierre Saintyves (Émile Nourry) ed Edward Burnett Tylor, sono propensi a interpretare questa fiaba nei termini di miti solari e altri cicli naturali. In tal caso, il suo cappuccio rosso rappresenterebbe il sole splendente destinato a venire inghiottito dalla terribile notte (Fenrir della mitologia norrena, divoratore di tutto alla fine del mondo; oppure Pirra salvata dal diluvio provocato da Licaone); mentre le variazioni in cui si prospetta il recupero dal ventre del lupo raffigurerebbero l’alba d’un nuovo giorno (Maria Tatar: The Annotated Classic Fairy Tales, 2002 – page 25). In alternativa, alle vicende apocalittiche del Ragnarök e di Fenrir, la narrazione potrebbe riguardare più semplicemente l’alternanza stagionale con il mese di maggio (Sól) in fuga dall’inverno (Sköll).
Analisi e Interpretazione antropologica
L’antropologo britannico Jamshid J. Tehrani (2013), ha effettuato un’analisi matematica su ben 58 varianti di questo racconto, concentrandosi su 72 variabili (tipo: numero e sesso dei protagonisti, specie di animale o di mostro, trucchi ed espedienti utilizzati, il finale, ecc.).
Se in alcune delle versioni più antiche, Cappuccetto Rosso è un giovinetto travestito da ragazza, inviato dalla Nonna nella foresta ostile che circonda il villaggio appositamente per uccidere il lupo, significa che, in origine, la storiella avrebbe richiamato principalmente problematiche, oltre che d’una prova iniziatica attinente a un rituale di passaggio, questioni di dissimulazione e di inganno (Loki e Thor travestito da Freyja). E il colore del cappuccio sarebbe stato un riferimento simbolico alla cruenta mattanza del canide.
Interpretazione sociologica
Anche il sociologo e germanista statunitense Jack Zipes offre una lettura quasi darwiniana di quello che intende come un racconto di sopravvivenza, nella drammatica alternativa di mangiare o essere mangiati (The Trials and Tribulations of Little Red Riding Hood, 1993). Come nelle versioni primitive, si narra dell’arte d’una “sovversione” esercitata mediante un continuo rimescolamento di trucchi e truffe. (Jack Zipes, Fairy Tales and the Art of Subversion, 2006). E, in proposito si ricordi la traduzione di Sköll dall’antico norvegese: “Tradimento” o “Beffa“.
Rito della pubertà
Il racconto è stato interpretato pure come un “rito della pubertà” d’origine preistorica, ovverossia d’un’era “matriarcale”: uscendo di casa, la fanciulla entra in uno stato liminale e, ripercorrendo gli atti della vicenda, si trasforma in donna adulta, proprio nel prorompere dalle viscere del lupo (Alan Dundes: Interpreting Little Red Riding Hood Psychoanalytically, 1988).
Analisi sessuale
Un’analisi sessuale del racconto potrebbe includere anche delle connotazioni negative in termini di stupro o rapimento (si ricordi la leggenda di Polite a Temesa, riportata da Pausania). In Against Our Will: Men, Women and Rape (1975), Susan Brownmiller lo descrive come la descrizione d’una violenza subita. E molte rivisitazioni revisioniste si sarebbero poi concentrate su questo processo di “empowerment”, basato sull’incremento dell’autostima, nel raffigurare Cappuccetto Rosso o la nonna riuscire a difendersi con insperabile successo (Catherine Orenstein: Little Red Riding Hood Uncloaked: Sex, Morality, and the Evolution of a Fairy Tale, 2002).
Lo “sposo animale”
Da questo punto di vista, tali varianti presentano delle similitudini con i racconti dello “sposo animale”, come La Bella e la Bestia o Il Principe Ranocchio, ma laddove le eroine di questi ultimi “trasformano” il partner in un principe, quelle versioni di Cappuccetto Rosso è all’eroina che rivelano la sua natura selvaggia, analoga a quella dell’altro protagonista, configurandosi così quali storie di emancipazione femminile, che non riconoscono alla vittima designata un ruolo da martire.
Interpretazione psicanalitica di Bettelheim
Nel suo celebre The Uses of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales (1976), Bruno Bettelheim ne evidenziava invece l’opposizione dei principi di piacere e di realtà. Accanto alle due figure femminili della bambina e della nonna, il lupo rappresenta una figura maschile “ambivalente”, allo stesso tempo seduttore e partner di Cappuccetto Rosso, ma anche suo potenziale stupratore e assassino.
Una figura paterna o levatrice
La seconda figura maschile, questa volta paterna, che s’oppone al Lupo, introdotta dai fratelli Grimm, presenta più marcato il forte simbolismo d’una rinascita o d’una metamorfosi (estrazione di Cappuccetto rosso dalla pancia del lupo). Proprio come nel Pinocchio di Collodi, dal ventre della balena fuoriescono, fortunatamente salvi, Geppetto e l’imprudente marionetta.
Il lupo e il cacciatore
L’ambigua figura maschile rappresentata dal lupo, occupa però la posizione cruciale, incarnando in sé due aspetti opposti: quello seducente, omicida e divorante e quello connivente, e convivente, di possibile compagno, poi attribuito al cacciatore decisamente salvifico e protettivo. A questo proposito, Bettelheim annota che «tutto avviene come se Cappuccetto Rosso cercasse di comprendere la natura contraddittoria del maschio sperimentando tutti gli aspetti della sua personalità: le tendenze egoistiche, asociali, violente, virtualmente distruttive dell’Es (il lupo) e le tendenze altruistiche, sociali, riflessive e tutelari del sé (il cacciatore)».
La paura e l’attrazione
Tema centrale resta la paura della fanciulla d’essere “divorata”. A casa dei genitori si sente protetta, mentre a casa della nonna si ritrova angosciata dalle conseguenze del suo incontro con il lupo, e con la sessualità da cui è pure attratta. Il dilemma che deve risolvere s’aggroviglia tra i legami edipici che possono portarla a troppo esporsi ai tentativi d’un pericoloso seduttore.
La bambina, che si trova in una fase di sviluppo prepuberale, lotta con questi suoi problemi, senza essere ancora abbastanza matura emotivamente per poter affrontare e superare, con naturalezza, queste sue contraddizioni.
Una lotta tra l’Es e il Super-Io
Una sessualità in erba la spinge ad allontanarsi dal sentiero consigliatole, quasi in opposizione alla figura materna che l’avverte dei rischi che si corrono. E questa ambivalenza tra il principio di realtà (imposto dalla madre) e il principio di piacere (il suo stesso desiderio) evoca, e costituisce, un vero dissidio interiore, una lotta tra l’Es e il Super-Io.
Facile identificazione
Un po’ tutti i bambini che hanno difficoltà a obbedire al principio di realtà, e ai genitori, s’identificano rapidamente con Cappuccetto Rosso. Nella versione dei fratelli Grimm, il ritorno alla vita, grazie all’intervento del cacciatore, consente loro di accedere a uno stadio esistenziale forse ancora più elevato e di poter meglio superare i propri timori in relazione a questo momento di transizione, rappresentato dal “periodo di latenza” alla pubertà.
L’importanza del colore del sangue
In tutti i racconti, sia nel titolo che nel nome dell’eroina, viene fortemente sottolineata l’importanza del colore; il rosso «… simboleggia le emozioni violente e in particolare quelle che si riferiscono alla sessualità». Il berretto di velluto rosso le fu offerto dalla nonna: «Le stava così bene che tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso.»!
Questo copricapo può quindi essere considerato il simbolo d’un prematuro trasferimento del potenziale di seduzione sessuale su una fanciulla ancora impreparata alla vita adulta.
L’avvertimento o la morale della favola
La “morale” della favola di Charles Perrault è lapidaria:
«Qui s’impara che i bambini,/ specialmente le giovinette/ carine, cortesi e di buona famiglia,/ fan molto male a dare ascolto a tutti,/ e non è cosa strana/ se poi il Lupo se le mangia./ Dico il Lupo, perché non tutti i lupi/ son della stessa fatta;/ ce n’è uno dall’apparenza encomiabile,/ non rumoroso, né odioso, e né arrabbiato,/ mite, servizievole e gentile,/ che segue le giovani ragazze/ fino a casa loro, per strada;/ ma ahimè! Guai a chi non sa che questi lupi gentili,/ fra tali creature son le più pericolose!».
Nella versione di Perrault, che non è a lieto fine, l’insegnamento è esplicito: le fanciulle non devono prestare ascolto agli sconosciuti, e soprattutto alle persone di cui non si possono fidare, poiché l’ingenuità è un’esca perfetta per i malintenzionati. Senza attendere le interpretazioni psicanalitiche di Géza Róheim (1943), Erich Fromm (1951), e Bruno Bettelheim (1976), l’autore delle undici fiabe (da Le Petit Poucet, o La Belle au bois dormant, fino a Peau d’âne) inserite in Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités, o Contes de ma mère l’Oye, già metteva in guardia le ragazze giunte alla pubertà (il menarca simboleggiato dal colore del cappuccetto) da quei predatori sessuali, infidi come il Lupo, compresi furfanti, farabutti od ostili individui, maneschi, aggressivi e violenti.
Eccesso di fiducia
Bettelheim si soffermava sull’importanza di “comprendere la natura contraddittoria del maschio”, forse sottintendendo l’avvertimento di non trascurare neppure quegli aspetti eventualmente negativi delle tendenze sociali esageratamente altruistiche, poiché dedicarsi completamente alla persona “sbagliata”, nell’inutile speranza di riuscire a cambiarla, potrebbe diventare spesso un’anancastica quanto anacronistica coazione all’annientamento di se stessi. Significa eccedere in un sentimento che abbisogna, al contrario, di equilibrio piuttosto che di intemperanze.
Un’affascinante narcisismo
Insistere di fronte all’indisponibilità di chi si dimostra distante, freddo, oppure irraggiungibile, perché troppo preso dal proprio ego, non equivale mai a vincere il puro timore d’una vera intimità da parte di chi nutre ancora tanta timidezza, bensì potrebbe svelare a volte molto narcisismo, sadismo e violenza esplosiva.
Eppure, sono molte le ragazze attratte, quasi sistematicamente, da queste personalità maschili decisamente psicopatiche, camuffate da “bel tenebroso”, che tanto affascina, ma che sempre “lupo” è. A volte, è sufficiente qualche psicodinamica affettiva ambigua a segnarne l’infanzia e a predisporle da adulte a commettere questi gravi errori di valutazione, che potrebbero dimostrarsi irreparabili. Un rapporto disfunzionale col proprio genitore/-trice le spingerà inevitabilmente a invischiarsi di continuo in relazioni altrettanto patologiche.
L’intensità della passione
L’errore più grave di questi sfortunati soggetti sarà innanzitutto quello di confondere per vero amore altri sentimenti che con quello magari condividono qualcos’altro, che sia pure d’un’analoga intensità. Una passione appagante, per esempio, non potrà mai non essere altrettanto gioiosa, però, non per questo, necessariamente solida e duratura.
Paura della solitudine
L’altro generico sbaglio, facilmente commesso, è quello di farsi guidare dalla paura della solitudine, senza poi riuscire a distaccarsi da una prima frettolosa scelta di legame non oculato. Depressione e masochismo potrebbero instillare il timore d’essere ignorate o l’angoscia di venire repentinamente abbandonate, oppure ancora l’idea dell’inadeguatezza o addirittura dell’indegnità e dell’annichilimento; di non possedere in definitiva quell’idoneità a una qualche, sia pur minima, considerazione, né come genere e neppure come essere umano.
La sincerità fa male e disturba per la sua verità, l’ipocrisia no!
Questo stesso discorso da “psico-competenti” potrebbe risultare disturbante per molti, specie se non si è avuta occasione di sperimentare personalmente un tale disagio, o ancora per chi pensa che tutto può trovare la migliore soluzione, giusto all’ultimo momento, non si sa quanto, opportuno, magari con un provvido intervento di auto-mutuo- aiuto, ex post, perché “non è mai troppo tardi”.
Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
La linearità della predizione oroscopica “incontrerai l’uomo che ti ricorderà tuo padre nel trattarti con una certa distanza affettiva”, o la presunzione di chi si permette di dispensare consigli come se tutti ne avessero sempre bisogno e non potessero decidere autonomamente, o lo sconcerto nel sentirsi invitare a non coltivare un rapporto poco chiaro, istigano reazioni di rifiuto per via del pregiudizio romantico, rafforzato solo dagli aforismi letti sui foglietti presenti nei cioccolatini.
Preservare la propria autostima
Che la sofferenza sia insita nell’amore non appartiene alla cultura psicanalitica che banalmente si ripropone di far affrontare i problemi di petto, con il dovuto coraggio, nella preservazione della propria autostima.
Una diffusa ma errata credenza, rafforzata da certe narrazioni di cui sono pregni certi libri, film, canzoni avrà pure esercitato delle conseguenze negative, ma un tale passivo adeguamento che arrivi fino all’umiliazione e ad annullare la propria personalità, travalica qualsiasi semplice vittimismo, e appartiene indubbiamente a una sfera psicopatologica, anche per delle consolatrici, confidenti, aiutanti, sorelle, madri, figlie, nonne e nipoti… A tutto c’è un limite!
Si tenga a mente la lettura di Cappuccetto Rosso quale storia di emancipazione femminile ed “empowerment”.
Misura e dismisura
Se essere innamorate significa soccombere e tormentarsi, o affliggersi e spasimare, vuol dire trovarsi al di fuori di qualsiasi “misura” psichicamente accettabile e dover ammettere di vivere una relazione “malata” da una psicopatologia consistente principalmente in dismisura, smoderatézza ed eccesso.
Carmelitane della nevrosi
Freud aveva individuato delle personalità cosiddette “rinunciatarie”, poiché in loro cedere o desistere, in particolare non solo alla sessualità, ma a tutte le proprie esigenze affettive e non, potrebbe coesistere con uno stato d’apparente normalità; mentre le “carmelitane della nevrosi” descritte, nel 1936, da René Laforgue, – studioso delle dinamiche familiari e dei meccanismi del fallimento -, e una quindicina d’anni dopo anche da Marie Bonaparte (1951), sono determinate a divenire vittime fino al martirio finale, trattandosi di masochiste condizionate, fin dall’infanzia infelice, all’anormalità, con una psicopatologica ricerca della sofferenza in tutte le sue forme, sino a prediligere la frequentazione e l’accoppiamento con un sadico, puranco potenzialmente assassino. E qui la “fissazione” è spesso verso la propria madre, il cui sostituto ovviamente viene ricercato nel partner, tanto da tendere spesso pure a farsi del male frequentando invertiti od omosessuali, pervertiti e paranoici.
Sindrome della crocerossina
Meno grave, ma non meno patologica, la “sindrome della crocerossina”, un disturbo di personalità “dipendente” impostato sul meccanismo inconscio di dare aiuto al fine di ricevere amore riconoscente; analoga la “Wendy di turno”, perché poi coloro che, in letteratura, vengono definiti “Peter Pan”, vale a dire, quei soggetti che lungi dall’assumersi responsabilità, trascorrono la loro vita all’insegna della spensieratezza e dell’immaturità tipica dell’adolescenza, nel timore di doversi imbarcare all’interno d’una relazione seria, stabile e duratura, preferiscono fuggirla, “sostituendo” la partner, come nei romanzi di James M. Barrie, con Jane, Margaret e così via (le varie altre Wendy di turno).
Finzioni che diventano realtà
La sindrome di Wendy, come la complementare “sindrome di Peter Pan”, la “sindrome di Otello” (gelosia ossessiva o paranoia alcolica) o quella di “Alice nel paese delle meraviglie” (dismetropsia), descrivono tutte disturbi, problemi e comportamenti in cui la finzione, prospettata nelle fiabe appunto, diventa realtà.
Una hýbris
In ogni modo, la ferma convinzione, basata però su d’una pericolosa presunzione, e quasi arroganza (hýbris, ὕβρις), d’aver capito tutto di chi ci sta di fronte e si vuole “aiutare”, per forza e a tutti i costi, potrebbe, durante il tragitto “da Gerusalemme a Gerico” (Luca 10, 30), trasformare della naturale compassione ed empatia da buon samaritano in una sorta di rischioso e deleterio pseudo-ottimismo, ai limiti del delirio d’onnipotenza.
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