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NELLA NEBBIA 

Figure dell’attesa; Hamletica di Massimo Cacciari 

«Come nell’Amleto, principe di uno stato marcio, tutto comincia con l’apparizione dello spettro. Più precisamente con l’attesa di questa apparizione» scrive Jacques Derrida nel suo volume Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale (traduzione di Gaetano Chiurazzi, Raffaello Cortina, Milano, 1994, p. 11). Uno spettro, l’attesa, la decisione, la recita, la prigione, la libertà, l’impotenza, l’impossibilità sono solo alcune delle figure di questo Hamletica di Massimo Cacciari (Adelphi, Milano, 2009) che dall’Europa –  dello spettro di Marx ed Engels –  conduce il discorso al mondo dell’immanenza, del contingente, dell’effimero e del revocabile. E siamo, immediatamente, dalle nostre parti! Si muovono, distintamente, alcuni personaggi: Amleto, K., Vladimiro ed Estragone; «scartano di lato» alcuni scrittori: William Shakespeare, Franz Kafka e Samuel Beckett. Il gioco è fatto. Che cosa è successo da quel 1848, data di pubblicazione del Manifesto del partito comunista, nel quale ha fatto la sua prima apparizione quel primo spettro? «Nel tempo si rappresentano fatti intrascendibili. Il mondo è compreso, riassunto e esaurito in essi». Amleto è «sospeso» nella nebbia alla ricerca di un significato; K. «procede per via» senza significato e Vladimiro ed Estragone «sono immobili sulla via, come radicati in essa», senza trascendenza ovvero interpretazione della contingenza – al di là di ogni significato. Per Massimo Cacciari, dunque, «mettersi per via ci è dato, anche se mai potremo chiaramente indicarne la causa. Ma la via si biforca in ogni momento. E allora ha inizio la lotta per restarvi – non per restarvi e basta (…), ma per dare un significato compiuto a quella “decisione”, per dimostrarne il fondamento». In fondo, «solo in parabole è ormai possibile esprimersi»! Se «è “evidente” che la legge dei fatti è chiusa in sé e che su di essa si fonda integralmente questa vita. Essa non rimanda che a sé stessa, inconfutabile tautologia», Cacciari si chiede: dove risiede la libertà? La libertà di scelta? La propria originalità? La propria autenticità? Il proprio volersi liberare dal conformismo (del capitalismo degli acquisti, aggiungiamo noi)? La propria voce interiore? Nell’assenza di alcuna interpretazione possibile, allora tutte le interpretazioni sono possibili. E, forse, non restano che la follia, la spossatezza o il riso del comico. Michail Bakunin diceva: «una risata vi seppellirà»… Siamo nel tempo dell’«attesa» – «si attende; l’attesa si è completamente separata dalla speranza, si identifica all’illusione di esistere e all’inevitabile sopravvivere. Si attende di cessare di attendere, di estinguere l’attesa». Dunque? «Non resta che “attendere Godot”». Il mondo che, tra l’altro, è andato «fuori di sesto», si presenta come un coagulo di «suono, imprecazione, gesto, atto senza parole». Se abbiamo smarrito ogni significato – da dare alle nostre azioni – siamo come Amleto, per il quale «insorge una volontà di “liberarsi” del passato, e questa volontà non trova fonamento». O come l’agrimensore K. (del Castello di Kafka): «immanente a ogni momento dell’incessante de-viarsi della vita sta l’impossibile del suo pervenire al Fine». O come Vladimiro ed Estragone che sono, in coppia, «un Io svuotato». Ogni volta unica, la fine del mondo (così titolava sempre Jacques Derrida un suo volume del 2003) ci presenta adesso – allo sguardo vigile e sempre acuto di Massimo Cacciari – un deserto di senso nel quale, cresce l’analfabetismo funzionale. Amleto, K. Vladimiro ed Estragone «leggono ma non capiscono quello che leggono». E’ vero che tutti questi personaggi cercano una via d’uscita.  Ma nella nebbia è difficile. Al massimo «ci si può rappresentare»; tentare una recita – ridurre tutto a teatro. Nella totale immanenza, manca il Fine. Lo Scopo. Il Significato. La Vita, dice Massimo Cacciari. Si agisce ma non si sa perché si agisce. Per restaurare questo «perché» occorre una Hamletica constatazione: «instancabilmente  cerchiamo di essere, senza poterci “arrivare». Fatica sisifesca. O, forse, mancanza di un centro. «Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto erano sbagliate» diceva Oscar Wilde. Non è che abbiamo sbagliato le nostre domande? 

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