GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

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William Seward Burroughs, La mia educazione
«Ricordi alla fine del film Pasto nudo, dove Lee dimostra di essere uno scrittore facendo succedere qualcosa, sparando a sua moglie. Così è, da solo non scrivo molto bene», per cui meglio la compagnia dei propri sogni; della propria «educazione» onirica. Tanto più che essi sono «i miei sogni, da cui ricavo le ambientazioni e i personaggi migliori», mentre fuori «è un mondo morto, popolato da fantasmi folkloristici». William Seward Burroughs pubblica questo La mia educazione. Un libro di sogni (Traduzione di Andrew Tanzi, Adelphi, Milano, 2026) nel 1995 quando ha già 81 anni. Sarà il suo saluto alla letteratura, l’ultimo libro nel quale «la macchina da scrivere comincia a ringhiare come uno spirito cattivo … “La stanza si riempie pian piano di spiriti maligni” e più sono gentile con loro più si fanno maligni. Come dice Cristo, cacci fuori uno spirito maligno e lei torna con altri sette spiriti ancora più maligni». Gli alieni, lo sciamanesimo, la telepatia, i gatti, la passione per le armi, l’eroina, l’omosessualità, la paura del controllo della mente, i demoni che, sempre, la attraversano – tutti spiriti maligni (in forma di sogno) rispetto ai quali lo scapestrato autore di Queer dichiara: «per anni mi sono chiesto i sogni sono così scialbi quando vengono raccontati e questa mattina trovo la risposta, che è molto semplice (…): Manca il contesto». Che accade? Come si diceva nella citazione iniziale, alla fine deve «succedere. qualcosa». In Messico, per esempio, succede la «stessa» cosa del sogno da cui siamo partiti; Burroughs spara e uccide sua moglie Joan Vollmer durante una recita del Gugliemo Tell, con mela non colpita. In linea generale, cambiando il contesto del sogno, cambia la scena. Nella realtà (nello stato di veglia), mancando il cambio di scena e il relativo contesto, il «grande racconto» non è più del sogno. Infatti, «secondo la mia esperienza, c’è poi una particolare categoria di sogni che non sono affatto sogni bensì reali». «Sento delle voci fuori dalla porta della stanza da letto che è chiusa: sembrano voci accelerate su un registratore a nastro. Apro la porta con in mano Snubbie, la mia pistola a canna corta. Ci sono quattro o cinque bambini con il volto dipinto e indossano costumi di Halloween per fare dolcetto o scherzetto. Ora li sento chiacchierare in qualche altra stanza. La luce nel soggiorno non si accende. Mi sveglio. Ci sono Bill, James e Brion. Sto raccontando il sogno. “Ho sentito delle voci fuori dalla porta Mi sembra solo un illusione ma quando apro la porta ci sono questi bambini”. A questo punto uno dei bambini sta scendendo le scale del seminterrato e io lo indico». Dunque? «Was thinking of series of dreams/ Where nothing comes up to the top» cantava Bob Dylan, nel 1989, nel brano, appunto, Serier of dreams. Versi tradotti, poi, in italiano, da Francesco De Gregori, in questo modo: «Pensavo a una serie di sogni/dove niente diventava realtà». Niente, è vero – se non il sogno stesso. Che, tra l’altro, non aveva affatto l’urgenza di diventare «realtà», perché già lo era. Burroughs si accorge che la sua «educazione» è data dal fatto che «i cambi di scena nei sogni non sono affatto come un film con le dissolvenze», piuttosto «somigliano più al cambio del punto di vista». L’insieme dei punti di vista è il sogno stesso che, a questo punto, assume consistenza reale, essendo la realtà stessa nient’altro che un altro punto di vista della realtà rispetto al sogno. «Nella stanza d’albergo avevo paura di svegliarmi e scoprire che era tutto un sogno, la mia capacità di levitare, ma avevo paura di svegliarmi in quel letto in quella stanza d’albergo, non nella mia stanza qui a Lawrence». Nelle grinfie della scrittura William Seward Burroughs riceve, così, la propria «educazione». Non si esce (mai) da sogno. Anzi, il sogno produce la realtà, la scrittura e i libri. I veri «spiriti maligni» sono, ancora e sempre, quelli della letteratura.
