Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
Non ricevere fondi pubblici decreta il successo d’un film?
Proprio così, sarà una banalità, ma il successo d’un film non dipende affatto dai fondi pubblici che lo hanno sovvenzionato, anzi tutt’altro… E la qualità non è direttamente proporzionale alla quantità, al contrario un’eccessiva offerta produttiva nuoce a una domanda interessata a ciò che è effettivamente singolare, gradevole, appassionante.
In ogni caso, contano pure gli incassi, perché poi in fondo a fare la “selezione finale”, con relativo giudizio insindacabile, è il pubblico pagante, e senza spettatori non c’è spettacolo e qualsiasi messa in scena, anche la più brillante, si rivela inutile, priva di scopo.
Il caso Checco Zalone
Per esempio, Tolo Tolo (2020), il film d’esordio come regista di Checco Zalone, già nel primo giorno di programmazione ha attratto oltre un milione di spettatori, – con il migliore incasso nella storia del cinema italiano nelle prime 24 ore -, ricevendo pure apprezzamenti dalla critica, che l’ha paragonato alle commedie all’italiana di Dino Risi o Alberto Sordi; anche, se per alcuni, è risultato un po’ meno divertente rispetto ad altre precedenti pellicole, in cui il comico pugliese era solo protagonista e sceneggiatore insieme con il regista Gennaro Nunziante, tipo Quo vado? (2016), – campione d’incassi e film italiano di maggior successo; Tolo Tolo, per me, neppure s’è rivelato proprio all’altezza delle aspettative suscitate dall’esilarante video promozionale, Immigrato, lo straniero che si scopre “senza permesso nel soggiorno”.
Rapporto costo incasso
L’incasso in sala cinematografica è da considerare certamente solo una parte, sia pur rilevante, degli introiti, ma se una ventina di film, a fronte d’un contributo pubblico di oltre dieci milioni di euro, ne raccattano poco più di poche migliaia ciascuno, bisognerà porsi il problema seriamente.
Tra i casi più pietosi, Prima di andare via, sesto lungometraggio di Massimo Cappelli, che non è dunque neppure un autore emergente, ha ricevuto 700 mila euro di contributo pubblico per non radunare in sala neppure gli stretti parenti dei partecipanti al cast.
‘A casa tutti bene’, al cinema no!
Compensi molto più alti sono stati percepiti da Gabriele Muccino, per la seconda stagione della serie ‘A casa tutti bene’, Luca Guadagnino per ‘We are who we are’, Saverio Costanzo (‘L’amica geniale – Storia del nuovo cognome’), Joseph M. Wright per l’adattamento dell’omonimo bestseller di Antonio Scurati ‘M – Il figlio del Secolo’, Paolo Genovese, per ‘I Leoni di Sicilia’, sulle vicende della famiglia di armatori e imprenditori di origini calabresi Florio, tratte dall’omonimo romanzo di Stefania Auci.
Una selezione necessaria
Il rischio che si corre è allora quello di realizzare troppi film senza prospettive concrete di mercato e di spronare un’illogica produzione fine a se stessa?
È assolutamente necessario che, per considerazioni di tipo artistico-culturale, determinate opere, appositamente individuate, possano essere realizzate anche grazie all’intervento pubblico. Ma quali sono dei seri criteri di “selezione iniziale” che non impediscano però ai nuovi talenti di dimostrare i requisiti richiesti, mantenendo al contempo il giusto rapporto con gli spettatori?
Lavorare di meno
Lavorare (senza scopo) di meno evita confusioni e favorisce un impegno culturale maggiore; se mai quindi lavorare meglio. L’ambizione di rivolgersi a un mercato internazionale non è certo da tutti, come anche sfidare i generi o affrontare di petto tematiche delicate; al limite, potrebbe essere persino tollerabile rifugiarsi in una rassicurante e protettiva “confort zone”, all’interno della quale prontamente possano essere migliorate le prestazioni nel senso più ottimale possibile (“optimal performance zone“); ma pensare a fare qualcosa che non vedrà mai la luce (ovviamente, film che non usciranno mai), al solo scopo di venire finanziati è davvero una distorsione inammissibile e irrispettosa degli ultimi fruitori di quello che resta uno spettacolo, se di finzione o d’animazione, oppure un sacrosanto diritto all’informazione, se di carattere documentaristico.
La disaffezione del pubblico sembra si sia rivolta prevalentemente verso la sala che un tempo rivestiva la funzione di accogliente luogo comunitario o per cinefili, e questo distacco riguarda soprattutto la cinematografia nostrana, lasciando quasi intatto un residuo interesse per le piattaforme e la serialità. Ma, forse, si tratta d’un problema generazionale.
Uno schieramento partigiano
In ogni caso, uno dei problemi più gravi del finanziamento pubblico (e non) è che a giovarsene sono quasi sempre i soliti autori “schierati”, o “partigiani”. L’esempio più eclatante? Il noto politico Walter Veltroni, che esordisce a 59 anni come regista di Quando c’era Berlinguer (2014) per porsi, in un documentario di quasi due ore, la domanda più ovvia sul rimbalzo emotivo suscitato dalla morte improvvisa d’un leader indiscusso in quel particolare lasso di tempo che ha fatto epoca (era quella la stagione della “questione morale” e del “compromesso storico”), aggiungendo per di più al forte pregiudizio sentimentale, oltre al suo personale compiacimento, tanta poetica “nostalgia per immagini”.
Ovvietà da inanellare
L’anno dopo un’analoga ovvietà la ripete con I bambini sanno (2015), partendo pretenziosamente dal racconto di Antoine de Saint-Exupéry, Le Petit Prince (1943), per poi andare a intervistare fanciulli preadolescenti, un po’ alla maniera di Pasolini in Comizi d’amore cinquant’anni dopo.
La riesumazione, a trent’anni di distanza, d’un cortometraggio di Ermanno Olmi, inserito nella serie “Capitali culturali d’Europa” del 1983, diventa fonte d’ispirazione per Milano 2015, una collezione di contributi, nella quale Walter Veltroni rammenta il Velodromo Vigorelli.
Tifare, immaginare, cantare, amare, ridere, sapere, sono altrettanti episodi della serie Gli occhi cambiano (2016), che dimostra come la Rai abbia influito profondamente su alcuni dei comuni sentimenti degli italiani, proprio a partire dalla nascita della televisione, e grazie (o a causa?) di essa.
Controcorrente? Macché!
Con Indizi di felicità (2017) sembra cambiare rotta (?) nell’insistere con buonismo e logiche evidenze e, piuttosto che lamentarsi dell’imperante nichilismo, si bea nella ricerca d’un’ancora possibile positività, quasi giustificandosi forse con le parole dell’Illogica allegria di Giorgio Gaber: “Io sto bene come uno quando sogna/ Non lo so se mi conviene/ Ma sto bene, che vergogna/ Io sto bene/ Proprio ora, proprio qui/ Non è mica colpa mia/ Se mi capita così.”.
Che la consapevolezza del passato aiuti a costruire il futuro è lo slogan che rende perspicua quella “banalità del male” Tutto davanti a questi occhi (2018) dei pochi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.
Un esuberante citazionismo
Dopo questo sforzo di sensibilizzazione rivolto alle nuove generazioni, ricomincia a narrare altre storie di ostentazione di buoni sentimenti, non più a scopi elettoralistici, ma per la finzione filmica della favola d’un osservatore d’arcobaleni, dai tanti colori tutti possibili da vivere, anche nella loro diversità (C’è tempo, 2019); non manca un’esuberante infarcitura di citazioni da Fellini o Scola a Novecento di Bertolucci e a Les Quatre Cents Coups (1959) di Truffaut, con un cameo d’un ormai invecchiato Jean Pierre Léaud. Le citazioni letterarie non risparmiano un Dylan Thomas, né Daniele Del Giudice (Lo stadio di Wimbledon,1983 o la raccolta Staccando l’ombra da terra, 1994), oppure Clara Sereni (Il gioco dei regni, 1993 o Passami il sale, 2002) e poi c’è il sottofondo di struggenti canzoni: di Simona Molinari (Parlami) e di Ivano Fossati (suo il brano da cui è tratto il titolo del film).
Chi nasce direttore de L’Unità può mai morire ex Segretario del PD?
La passione musicale dell’ex direttore de L’Unità, ex vicepresidente del Consiglio dei Ministri, ex Sindaco di Roma, ex Segretario dei DS e del PD, trova espressione più ampia in Fabrizio De André e PFM – Il concerto ritrovato (2020), dove, come c’è da aspettarselo, non mancano La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Bocca di rosa, o Il Pescatore.
L’attenzione ai fatti di cronaca si condensa in Edizione straordinaria (2020). L’amore per il calcio in È stato tutto bello – Storia di Paolino e Pablito (2022). Il lavoro di recupero di ciò che fortunosamente è tornato a galla dal dimenticatoio s’è più recentemente completato con DallAmeriCaruso. Il concerto perduto (2023). E, tra un recupero e uno smarrimento mancato, è rimasto pure spazio ad Adesso tocca a noi (2022), nel quarantennale dell’omicidio di Pio La Torre.
“… non ha senso per me/ la mia vita senza te…”
Quando (2023) è la trasposizione del suo omonimo romanzo del 2017, in cui la mancanza del punto di domanda all’avverbio di tempo impone un atteggiamento (Verhalten) di ricerca di altre coordinate, nel tentativo fenomenologico di fissare meglio il proprio heideggeriano “esserci”. Ma, sostanzialmente, chi non c’è più da quasi quarant’anni è quel PCI al 34,4% e quell’Enrico della “nostalgia per immagini” di quasi dieci anni addietro.
Se Pietro Citati, ammiratore di Pasolini poeta, non ne apprezzava le doti di cineasta, ci potrà pure essere qualcuno che si comporti allo stesso modo con questa seconda vita di Veltroni; al contrario, del resto, a posteriori, s’è scoperto che Churchill dava il meglio di sé da letterato (Premio Nobel per la letteratura nel 1953 ), mentre come politico veniva stimato dai suoi elettori britannici un po’ meno del leader laburista Clement R. Attlee.
L’iceberg che rischia d’affondare il cine-Titanic
L’ex Segretario del PD non è affatto tutto l’iceberg, bensì solo una punta, che fa però parecchio scalpore, specie per le frequenti ospitate televisive, favorite dai professionisti della benevolenza incondizionata. Si trova, comunque, in buona compagnia.
Il ritorno di Schnitzler
Tralasciando Bellocchio, che merita una trattazione separata: suo il Rapito, ispirato al libro di Daniele Scalise: Il caso Mortara. La vera storia del bambino ebreo rapito dal papa (1996), ci imbattiamo in Gabriele Salvatores, ex militante di Lotta Continua, tornato a votare Pd in occasione delle ultime primarie, il quale ha ricevuto ben 3 milioni e 269 mila euro di contributi pubblici contro un incasso al botteghino, in Italia, pari a meno d’un quarto (760mila euro), per Il Ritorno di Casanova, un pretenzioso impiastro felliniano, compreso 8 e mezzo, con echi letterari da Arthur Schnitzler, e riferimenti a Jacques Tati nel riaffermare quell’aspetto comicamente surreale dell’esistenza ripercorso pure in Comedians, del 2021, – anch’esso finanziato dal Ministero della Cultura -, auto-remake del precedente Kamikazen – Ultima notte a Milano, del 1988, a sua volta trasposizione del dramma (1975) di Trevor Griffiths, e tutto questo senza mai neppure poter eguagliare il successo commerciale di Nirvana (1997), ispirato al romanzo Neuromancer (1984) di William Gibson, in cui, nonostante il ricorso a una sorta di psichedelia sociologica, si confermi l’incompatibilità del cinema italiano con il genere fantascientifico.
Liti in famiglia Scarpetta
Il film del 2021 su Peppino ed Edoardo, I fratelli De Filippo di Sergio Rubini ha ottenuto quasi 5 milioni di euro di contributi ministeriali complessivi, ma è rimasto in sala per lo stesso numero di giorni di Gesù nel regno dei morti, dal quale non è ancora resuscitato, dato l’incasso di meno di centomila euro.
Probabilmente, non gli ha giovato la concorrenza con Qui rido io (2021) di Martone, che ha maggiormente ricalcato le meridionali abitudini all’abuso patriarcale. Un tema piuttosto di moda proprio adesso, avvalorato dal successo della Cortellesi al suo debutto da regista, con C’è ancora domani, impostato sul genere commedia che vira quasi verso il giallo, in una contaminazione tra neorealismo e postmodernismo.
Ci sarebbe da chiedersi se sia davvero questo il problema che attanaglia le relazioni tra sessi?
La sensibilità di chi non è disposto ad accettare una delusione o un rifiuto, psicologicamente, non ha niente a che fare con un “sistema” già sorpassato da un pezzo persino nella famiglia borghese; piuttosto, con la continua ed eccessiva esposizione sui social dove ogni propria sconfitta, difficoltà privata, o intima frustrazione viene condivisa per essere amplificata, diventare subito collettiva, in una dimensione drammatica destinata a lievitare nell’apparente “bolla” mediatica da pericoloso gioco virtuale.
Il venir sempre meno dei ruoli tradizionali e nelle loro legittimità valoriali ha indubbiamente innescato una grave crisi antropologica e culturale difficile da gestire e ancora non adeguatamente documentata nel cinema, neppure in quello che si può avvalere di eventuali finanziamenti pubblici.
Bibliografia essenziale
Ierace G. M. S. Quando l’ideologia è un handicap, https://calabriapost.net/cultura/quando-l-ideologia-e-un-handicap-il-cinema-di-marco-bellocchio
Ierace G. M. S. Cinema Italia, cinema e storia o storia del cinema?, https://calabriapost.net/cultura/cinema-italia-cinema-e-storia-o-storia-del-cinema
Ierace G. M. S. Ci fosse stata una mela, Esselunga sarebbe diventata il serpente tentatore, https://calabriapost.net/cultura/ci-fosse-stata-una-mela-esselunga-sarebbe-diventata-il-serpente-tentatore
Ierace G. M. S. Non vedrai altro film all’infuori di questo: verso una nuova cinefilia, https://calabriapost.net/cultura/non-vedrai-altro-film-all-infuori-di-questo-verso-una-nuova-cinefilia
Ierace G. M. S. Amare comunque è sempre troppo!, di prossima pubblicazione
