Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

“Parole, istruzioni per il buon uso” è un libro scritto da Tonino Perna. Il libro si compone di una serie di racconti che ruotano intorno alle Parole.
Si tratta di parole non dette, parole dimenticate, parole trasformate, cicatrizzanti, guaritrici, parole immaginate, sprecate, chiacchierate o abusate, parole consunte dal tempo, eterne, fuori posto e anche da ultimo le c.d.” Sante parole”.
Tutto questo molteplice flusso di parole librato fra la terra e il cielo mi ricorda “Fango”, canzone di Jovanotti in cui la città è una pentola che cuoce pezzi di dialoghi: come stai? Quanto costa? Che ore sono? Che succede? Che si dice? Chi ci crede? Allora ci si vede.
Il primo dei racconti ci porta davanti ad un’edicola “che vende parole”. L’invenzione e l’artifizio ci fanno piombare all’interno della scrittura tipica di Gianni Rodari. Le “parole” sono una sineddoche parole sta per giornali e quotidiani che figurativamente diventano spremute vitaminiche. Lo stile di Rodari si basa su una didattica fondata sul connubio fra creatività e ragione, in un mondo in cui regnano il paradosso e l’inverosimile. Come per Rodari, le parole sono strumento di libertà in grado di scompaginare ogni convenzione. L’edicolante del racconto offre nel suo chiosco spremute di parole frizzanti e, poi, ci sono le spremute di una volta che ormai nessuno chiede più. La gente ha cambiato i gusti con la diffusione della televisione. Nessuno ricorda più il suono e il gusto delle parole con le quali in passato si facevano dichiarazioni d’amore.
Si passa poi alle parole straniere che sono fondamentale strumento di comunicazione. E anche la condivisione, i dialoghi, i dibattiti hanno una loro funzione. Discutere significa aprire il cervello verso idee divergenti o convergenti che siano, rispetto a quelle del nostro interlocutore.
Esistono parole nelle lingue straniere che condensano, talvolta, un’intera frase dell’idioma italiano così come Yakamoz che in lingua turca significa” il riflesso della luna sull’acqua”. La ricerca delle parole più bella è un’attività instancabile e incessante e deve essere tesa ad una continua crescita intellettuale.
Le parole del potere non vanno confuse con il potere delle parole.
Le parole del potere sono quelle che consistono nell’esercizio della retorica e dei suoi sofismi.
Così nel racconto “Smemorandum”. Il popolo della città di Bismot, si mette a cercare una strega sulla quale era stata posta un ingente taglia. Chi l’avesse trovata avrebbe ricevuto una corposa ricompensa. Un fabbro la trovò e la riportò in paese. Il fabbro consegnò la strega alle guardie, ma, poco dopo, le guardie lo presero e lo condussero dentro una cella. La sua colpa? L’aver consegnato la strega alle guardie e non al principe così come ingiunto nell’editto. Le parole possono quindi essere utilizzate anche per dare alla realtà una forma che va oltre il senso letterale. Attaccarsi al cavillo può condurre a situazioni paradossali. L’ars oratoria può servire a mescolare e rimescolare le carte, conducendo ad una pseudo realtà corroborata dall’uso abusato di certe parole, la cui pedissequa interpretazione può dirigerci verso un mondo e un significato completamente stravolto.
Parole transgeniche:
sono le parole modificate, sviscerate e ricomposte per dar luogo a suoni nuovi. Per questo motivo i burocratici di Washington avevano incaricato il signor Williamson di individuare l’impatto emotivo della parola “War”. La parola venne rimescolata, era necessario cambiare il contenuto senza modificarne la forma. La parola necessitava di essere addolcita affinché desse l’idea di aiuto umanitario, di atto di generosità. Williamson usò l’espressione warrawaid: con l’intento di giustificare l’intervento militare come finalizzato ad “aiutarli a casa loro”. Come l’”enduring freedom” o la primavera araba o l’operazione arcobaleno, certi accostamenti di parole possono cambiare la percezione che l’opinione pubblica si farà circa un determinato avvenimento o evento di cronaca e tali accostamenti si calcificano passando alla Storia attraverso le fantasiose locuzioni. Così un evento viene richiamato proprio attraverso il gioco di parole con il quale è stato originariamente etichettato.
In “La parola che uccide”, Stefano era un insegnante di filosofia marxista a Berlino est negli anni bui del socialismo.
Capì che per lui era finita quando, un giorno i suoi studenti si alzarono in piedi e dissero “Non ha più senso, noi ce ne andiamo”. Era il 9 novembre 1989. Lui continuò ad andare all’Università e a tenere le sue lezioni nelle aule completamente vuote. Finché, un giorno trovò il portone chiuso e capì. Tornò a casa e poi si trasferì a Ricadi, il suo piccolo paesino calabrese. Cosa poteva fare ora Stefano? Lo zio riuscì ad introdurlo nell’Università di Messina. Ma un giorno il Preside era stato molto severo con lui, comunicandogli che non poteva rinnovargli l’incarico. Stefano aveva risposto:” Se non avrò l’incarico, mi posso suicidare”. “Mi posso suicidare” è un intercalare che più o meno tutti abbiamo pronunciato nel corso della nostra vita. Ma non per Stefano. Stefano era serio. Stefano si suicidò.
In questo racconto, un semplice modo di dire, una frase fatta si manifesta in tutta la sua forza figurativa e si traduce in azione concreta. Il suicidio minacciato è effettivamente posto in essere e così, se l’uso consuetudinario di quell’espressione non avesse tratto in inganno, forse il suicidio sarebbe stato evitato.
Ci sono situazioni in cui le parole possono risultare infamanti, diffamatorie, ingiuriose, calunniose. E se il fango gettato addosso si leva via con l’acqua, non lo stesso vale per le parole che si appiccicano alla pelle come un adesivo. Così era stato per Piero. Non entrerò nel merito della vicenda. Il fango era finito nell’anima di Piero. Le parole ne avevano permeato la coscienza e Piero non fu più in grado di tracciare un solco tra i reali accadimenti e la costruzione che la sua mente ne aveva fatto.
Il potere della parola:
Parole su carta:
Quella lettera era stata scritta a mano: lo scrivente era un giovane catanzarese che, dopo aver studiato e lavorato a Firenze, aveva maturato, leggendo il libro: “Cari amici del Nord” di tornarsene in Calabria. Il libro gli aveva cambiato la prospettiva. Leggendo, si era reso conto che quella regione che è nota come territorio irredimibile, in realtà così irredimibile non è. Altro elemento non secondario del racconto è il classico rapporto penna su carta, nero su bianco come sublime e intramontabile modalità di comunicazione. La carta stampata non può rendere il profumo unico di una missiva scritta a mano.
Inizia ora quello che reputo il più bello fra tutti i racconti:
Jerry osservava il suo gatto, squillò il telefono ma si rifiutò di rispondere, continuò a riordinare la sua camera. Finita questa operazione, prese un foglio bianco e iniziò a scrivere con la sua stilografica. Lasciò il foglio in bella vista e uscì. Si guardò intorno nella consapevolezza che quel luogo non lo avrebbe più visto. Aveva un piano. Eppure è un incontro casuale a stravolgere i suoi piani. Un senso di umanità trasuda da questo racconto. Abbiamo un bisogno reciproco gli uni degli altri. Siamo indispensabili. Ciascuno sulla terra gioca il suo ruolo fondamentale per il benessere dell’umanità. Ad un semaforo la vita può cambiare, i nostri progetti possono andare o non andare in porto. Occorre ricordare che nessuno si salva da solo. In questo racconto le parole sono guaritrici del male di vivere; ognuno può, nel suo piccolo dare un senso, un contributo all’umanità (da un lato) e (dall’altro) ciascuno può giovarsi di questo contributo che può spingersi fino al salvarci da un destino infausto.
Poi ci sono le Amate parole:
Leggere e rileggere con la penna in mano. Jimmy, quando rileggendo, si rendeva conto che non provava alcuna emozione, allora era il momento di cercare una casa editrice. Jimmy aveva incontrato il direttore di una casa editrice torinese, che, poi morto, lo aveva lasciato orfano. Jimmy non si era perso d’animo e, nonostante le tante case editrici contattate, un giorno, che stava per arrendersi, si fermò su una mail pronta per essere cancellata, in cui gli si diceva che il suo testo sembrava degno di pubblicazione. Jimmy fu invitato a tante presentazioni e vinse pure un premio letterario. Ma un giorno in un autogrill il suo sguardo cadde su un grande cesto che conteneva un ammasso di libri, fra i quali scorse anche il suo. Fu colto da un gemito nel vedere le sue parole partorite, coltivate, custodite, pensate e amate, buttate in un cesto. Le parole che custodiamo e poi da scrittori trasferiamo nero su bianco sono nostre, sono partorite come figlie e una volta cresciute e svezzate viaggiano da sole, raggiungono le menti dei lettori. Quelle parole sono legate alla storia della nostra vita, sono la metafora di noi stessi, di quello che siamo stati e di quello che auspichiamo di diventare. Come accettare che le nostre parole siano finite in un cestino?
Le parole tradite:
Il dottor Keihne scrive come uno zampillo le parole che vengono fuori dalla sua mente e per scrivere necessita di determinate condizioni atmosferiche. Keihne agganciava le parole l’una all’altra. Per scrivere bene bisogna farlo ogni giorno senza paura solo scrivendo si impara a scrivere e si trovano le forme e le idee giuste. Gli era stato commissionato un romanzo da un editore che gli aveva offerto un anticipo, tuttavia le parole smisero di attraversare la sua mente: le parole giuste non si facevano più trovare. Le parole si erano offese perché erano state vendute. Le parole più belle sono quelle libere, intrise di sostanza, fantasia e creatività. Quando si perde la spontaneità le parole stentano a venir fuori.
Ci sono le parole dimenticate, quelle che più si cerca di ricordare più restano celate nella mente. Solo a volte quando nemmeno ce lo aspettiamo ecco che esse riemergono nitide dagli abissi della memoria.
Parole al macero:
Il protagonista è un amante delle parole: collezionava giornali e riviste dopo averli accuratamente scelti e selezionati. È un’operazione difficile dover effettuare una cernita tra avvenimenti da trattenere e altri da mandare al macero. Il tentativo di fare pulizie lo preoccupava perché si trattava di scegliere quale porzione di cronaca, nel frattempo diventata storia, dovesse finire nel cestino. Ci sono avvenimenti collegati alla nostra vita e l’articolo che li contiene ci riporta a quel preciso giorno che fa ormai parte del nostro passato. Questo racconto mi rimanda la memoria a “Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal: Hant lavora ad una pressa compattatrice di carta e svolgendo il suo lavoro si imbatte quotidianamente in libri mandati al macero per essere distrutti. Hant li salva dalla triste fine che li attende e li conserva nella propria piccola abitazione affinché gli facciano compagnia.
Segue un racconto che si sofferma sull’afasia che si impossessa del cervello e impedisce di scegliere le parole giuste e metterle al posto giusto. Così Giannina dopo tre ictus le parole le aveva ancora dentro ma non riusciva a pronunciarle e confessò, conscia del suo stato, che “quando si perdono le parole è come non aver mai vissuto”. Il vissuto è fatto di parole attraverso le quali ci raccontiamo.
Concludo la disamina con la storia di Fatima, una donna marocchina arrivata un giorno al mercato di Roccacarbone. Fatima trova il suo spazio, apparecchia la merce mentre sul braccio sinistro tiene in mano il bambino di pochi mesi. Tre comari si accorgono di Fatima, Fatima non capisce cosa vogliano ma non le ritiene animate da cattive intenzioni. Passa loro il bambino, le tre donne tentano di spiegare che intendono portare il piccolo a casa con loro per accudirlo e lo avrebbero ricondotto a lei dopo qualche ora. L’eloquenza è affidata alla gestualità. Le donne avrebbero voluto dirle di stare tranquilla ma i loro occhi scintillanti di gioia hanno già detto tutto. Fatima si è fidata.
La forza dell’empatia talvolta supera quella delle parole. Basta uno sguardo e un certo sesto senso per rendersi conto se ci si può fidare. Fatima applica quel principio generale di incondizionata fiducia verso il prossimo, conscia che il bene è più semplice del male e che nei rapporti umani atteggiarsi all’incontro anziché allo scontro è la soluzione preferibile. Fare il bene è più facile che ordire il male.
P.S.: In ultimo aggiungo uno spunto balenato nel corso della lettura del libro. Mi riferisco alle parole che stravolgono la mente degli schizofrenici. Sono parole “frammentate” che danno vita a dei metasignificati. Parole che costruiscono altri mondi, altre realtà, altri luoghi inesplorabili alle menti sane. Il linguaggio viene parcellizzato e ad assumere valore sono le lettere e non più le parole. Ogni lettera assume un significato oggettivamente incomprensibile agli altri. Questo linguaggio autoriferito assedia il cervello mandandolo in corto circuito. Ogni parola pronunciata diventa foriera di molteplici significati: dall’estremamente positivo all’estremamente negativo. Talvolta il senso delle parole, così come frazionato, pone in uno stato di angoscia perché, dovendo discernere fra i vari significati nidificati nella psiche, si viene a creare uno stato confusionale che necessita di molte energie per essere tenuto a freno e i tentativi compiuti di mantenersi all’interno della semantica tradizionale risultano dei tristi fallimenti.
