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Per una rivoluzione meridiana

«Pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al Sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompendo una lunga sequenza  in cui esso è stato pensato da altri» ha scritto il sociologo Franco Cassano, facendo riferimento al Sud Italia. Ovviamente, il discorso vale per tutti i Sud del mondo. Globalizzazione ha sempre voluto dire che al posto della partizione Est-Ovest (tipica della cosiddetta Guerra Fredda), adesso si è fatta avanti quella tra Nord e Sud. Insomma, da una suddivisione orizzontale si è passati a una verticale! Ma se l’Occidente, oggi, non sta bene, paradossalmente, nella loro precaria situazione, adesso tutti i Sud del mondo vogliono dire la loro. A Tianjin si sono, infatti, incontrati Valdimir Vladamirovič Putin, Xi Jinping, Marendra Modi e altri capi di stato e di governo dei 10 stati membri e dei 16 «osservatori», durante il vertice della Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Una vera e propria Rivoluzione meridiana, insomma! Restituire ai Sud del mondo «l’antica dignità di soggetto». Dentro la globalizzazione tutto era uguale a tutto; qualsiasi soggetto era uguale a qualsiasi altro soggetto. Se privilegi il globale: il particolare va a farsi benedire. Il divario, non solo digitale, tra il Nord e il Sud del mondo era soprattutto economico. E, conseguentemente: culturale, di mentalità, di tradizioni, di scopi e interessi nella vita. Adesso, il leader nordcoreano Kim Jong-un arriva in trenino e i perdenti del nuovo villaggio globale (come diceva Jean Baudrillard: «Quelli che nel piatto della bilancia mettono il peso più grande: la loro stessa vita»; la loro stessa esistenza) rivendicano l’apertura di uno spazio «altro» rispetto all’Occidente, ma non in termini di un rinnovato bipolarismo. Quello, notorio, Usa-Urss non è più, infatti, fabbricabile. Invece si intravede uno spazio nuovo in termini di un multilateralismo; di un sistema multipolare all’interno del quale non solo l’Occidente possa pensarsi come soggetto ma anche tutti i Sud del mondo. L’idea è quella di una via d’uscita dalle secche del pensiero unico e del Whasington consensus, attraverso la messa in opera di una griglia (o di una rete) fatta di tanti poli/nodi. Una vera e propria ragnatela geopolitica. All’interno di essa, ogni soggetto, quasi come una monade leibniziana, diverrebbe  non solo in grado di pensarsi in quanto soggetto, ma anche di governarsi. Evidentemente: le relazione internazionali, gli accordi bilaterali eccetera, continuerebbero a esistere. Una rete pluralista, insomma, e complessa, come complessi sono i tempi che stiamo vivendo. La questione che rimane aperta è se questa Rivoluzione meridiana è o non è la risposta giusta alla guerra Russia-Ucraina, alla guerra Israele-Hamas, alla crisi economica, alle diseguaglianze, alla grande crisi culturale che attraversa il Pianeta? Tornare al passato, lo abbiamo detto, non si può. Se un nuovo Congresso di Vienna ristabilisse i confini e le governance che c’erano prima del 1989, tutto ciò durerebbe poco. Al 1815 è seguito il 1848, e quindi la nascita del problema sociale e lo sviluppo degli Stati-Nazione. Dunque occorre fabbricare il futuro. Attraverso una scacchiera nella quale i quadrati bianchi e neri abbiano tutti la stessa importanza. Uscire dalla verticalità con una nuova orizzontalità, non più bipolare ma molteplice. Un rapporto paritario tra soggetti in grado di pensarsi liberi e indipendenti. Solo la storia ci dirà se questo progetto andrà in porto e che valore, effettivamente, esso possa avere. L’Occidente era tramontato già nel 1918, secondo Oswald Spengler. I paesi poveri non hanno la forza di resistere e, a quanto pare, neanche quella di esistere. Il cambiamento più rilevante da quando si sono imposte le riforme liberiste di Ronald Reagan e Margaret Thatcher è stato «Tutto alle imprese, niente allo Stato» e, come ha affermato una volta la Thatcher stessa: «La società non esiste». Per cui, questa, per ora provvisoria e frammentata proposta dei paesi dello Sco, vorrebbe insidiare quel primato dell’economia che ha reso gli Stati soltanto dei  notai che attestano qualsiasi movimento di Borsa e delle agenzie di rating. Dunque, non solo un momento nel quale il soggetto (emarginato) è  capace di pensarsi, ma un momento nel quale tutti i Sud del mondo propongono una specie di New Economy, dei poveri, appunto. Se un ritorno all’economia centralmente pianificata dall’alto, dell’Urss, appare improbabile, è anche vero che questa nuova economia (diciamo così: proletaria) appare quasi come autarchica, almeno nelle intenzioni. Centrare l’attenzione su soggetto, farlo capace di governarsi, di legiferare e di sviluppare una propria economia… E questo in un contesto multipolare: ogni altro soggetto, insomma, è capace di fare la stessa cosa … Isole! Come il trenino di Kim Jong-sun, anche queste isole hanno, però, bisogno di uno scopo. Di un fine. Andare verso dove? Probabilmente quella che, in questo progetto di Putin, Xi e Modi, diventerebbe un’idea tutta da capire e verificare, sarebbe quella di progresso. Mancherebbe, forse, un obiettivo comune. Tante isole possono fare un arcipelago ma non fanno un continente.

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