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PILLOLA ANTIFASCISTA n. 1.26: da somministrare al bisogno.

Di Libero Giusti

Due ragazzini, a pochi passi da me, seduti con la madre, aspettano il loro turno. Sono tranquilli, annoiati, come tutti i bambini in attesa. Per passare il tempo guardano il cellulare, scorrono video, ridono, si mostrano lo schermo. A un certo punto parte una musica. Una voce canta “everybody, viva il duce”. Lo dice come fosse un tormentone qualsiasi, una frase leggera, una battuta, un gioco. Nessuno si agita, nessuno si scandalizza, nessuno si ferma. È solo un suono, è solo un video, è solo un meme, è solo un trend, è solo un algoritmo che fa il suo lavoro.

Appena possibile ho controllato direttamente. E lì il problema si ingrandisce. Questa canzone, creata con l’intelligenza artificiale, è stata per un periodo ai primi posti delle classifiche virali, alimentata dalle condivisioni sui social. Ma non è solo quella. C’è altro. Il brano più utilizzato è sempre lo stesso, “Faccetta nera”,  declinato in mille forme diverse: video in cui personaggi dell’infanzia, come Peppa Pig, dicono che è la loro canzone preferita; ragazzi che ballano su versioni remixate, alleggerite, trasformate in intrattenimento e gioco. Contenuti che circolano, si moltiplicano, si normalizzano.

E poi ci sono i commenti. Ed è lì che il quadro diventa davvero inquietante. Frasi come “ritorneremo”, “grande zio Benito”, “musica per le mie orecchie”, una sfilza di emoji con mani alzate a simulare saluti che non sono affatto ambigui. Non ironia. Non satira. Non gioco. Non provocazione. Ma consenso simbolico. Identificazione. Linguaggio che si legittima. Memoria che si svuota. Storia che si trasforma in folklore.

Per quei bambini non è storia, non è regime, non è dittatura, non è violenza, non è repressione, non sono le leggi razziali, non è il confino, non è la persecuzione, non è memoria. È un suono virale, una frase ripetuta, un gioco condiviso, un contenuto che passa. Ed è così che funziona la banalizzazione: non attraverso l’odio esplicito, ma attraverso la leggerezza; non attraverso la propaganda, ma attraverso l’ironia; non attraverso la violenza, ma attraverso il gioco. Il fascismo non viene presentato per quello che è stato, ma viene trasformato in linguaggio, in meme, in folklore, in suono, in intrattenimento.

E quando una cosa diventa intrattenimento smette di fare paura; quando smette di fare paura smette di essere rifiutata; quando smette di essere rifiutata smette di essere riconosciuta; e quando smette di essere riconosciuta, torna. Non come regime, ma come mentalità. Non come dittatura, ma come clima culturale. Non come violenza dichiarata, ma come normalità.

Questa pillola non serve per accusare quei bambini, non serve per colpevolizzare una madre, non serve per demonizzare un video. Serve per chiedere una cosa semplice, ma fondamentale: che gli adulti si fermino, ascoltino, guardino e spieghino. Che i genitori parlino con i figli, di ogni età, piccoli e grandi, e dicano con chiarezza che quello che stanno ascoltando non è un gioco, non è ironia, non è leggerezza, non è cultura pop. Che dietro quei suoni, quei meme, quei trend, c’è una storia reale fatta di violenza, repressione, persecuzione, esclusione, carcere.

Serve dire ai ragazzi una verità semplice e comprensibile: che la differenza tra democrazia e fascismo è questa — con la democrazia puoi dire la tua senza problemi, con il fascismo no. Chi non era d’accordo pagava con il carcere. La libertà veniva negata. Non era un’opinione diversa: era una colpa. Non era dissenso: era reato. Non era libertà: era repressione.

Serve spiegare che la libertà di parlare, di pensare, di dissentire, di criticare, di essere diversi non è naturale, non è automatica, non è garantita per sempre. È una conquista fragile. E si perde molto più facilmente di quanto si creda.

Questa pillola serve a questo: a creare coscienza, non paura. A costruire memoria, non odio. A formare anticorpi, non schieramenti. A proteggere i più giovani, non a giudicarli. A ricordare che la libertà non si eredita: si educa.

Questa è una cura.

E come ogni cura vera, non si somministra per abitudine, ma al bisogno.

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