Domenica, 14 Luglio 2024

                                                                                                                                                                             

 

                                                                                                                                                                                                          

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JOE & DONALD

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Nel dibattito di Atlanta (andato in onda sulla Cnn, giovedi 27 giugno) Joe Biden & Donald Trump, accompagnati (dietro le quinte) dalle consorti - Jill Tracy & Melania Knavs - non hanno dato il meglio. Cosa c’è in ballo? Qualcuno dice addirittura: «l’interesse del Pianeta». Gli USA, infatti, costituiscono il punto di riferimento economico (sia pure quasi allo stesso livello della Cina), morale e politico dell’interno globlo che abitiamo. Ma, in realtà, le elezioni presidenziali che si terranno tra quattro mesi rappresentano, prima di tutto, la soluzione ai problemi degli stessi Stati Uniti e, ancora, politicamente a quell’«autoritarismo» che si sta avvertendo montare in Europa e al di là dell’Atlantico. La crescita esponenziale dei movimenti e dei partiti politici che si rifanno a ideologie tradizionaliste e conservatrici (afferenti all’area che potremmo chiamare dell’«estrema destra») impone a questo punto una riflessione. E questa riflessione dovrà porla in atto, sicuramente e prima di tutti, il nuovo presidente degli Stati Uniti. Difficile sembra essere il risultato di una simile riflessione se portato in atto da Donald Trump, espressione controversa del Partito Repubblicano che ha disseminato la politica americana di fermenti autoreferenziali, egocentrici, e centrati su una «personalità» oscillante tra il culto di una politica intesa come reality-show e soluzioni protezionistiche (i dazi imposti alla Cina a ridosso dell’elezione di Trump nel 2017) che avrebbero dovuto «spezzare» la globalizzazione economica. I problemi sul tappeto non sono, purtroppo, solo questi: due guerre globali, il presente funestato da una crisi economica che sembra imminente, il cambiamento climatico e il relativo disastro ambientale, l’emergenza del terrorismo, la fine della «classe media» ormai del tutto erosa e proletarizzata, la fine dello «stato sociale» e le difficoltà di una sinistra incapace, quasi ovunque, di trovare un baricentro. Da questo punto di vista dichiarare che Joe Biden, nel corso del duello televisivo, è apparso robotizzato, afasico, incoerente, incapace di finire le frasi, col volto inespressivo e assente e che Donald Trump abbia raccontato delle bugie, col broncio da mastino da esporre in ogni occasione di difficoltà, che ironizza sui problemi dell’altro non vuol dire capire perfettamente quella che è la «posta del gioco». Non si tratta della scelta fra due candidati da effettuare in base alle variabili dell’età o della salute fisica. Si tratta della scelta fra due candidati in base alla competenza, agli argomenti, ai contenuti, alle proposte di soluzione rispetto ai problemi di cui si è detto, alla visione che ognuno di essi dovrebbe avere rispetto al futuro degli Stati Uniti. Ma se si parla di «contenuti» ecco che arrivano subito i «problemi» … la politica si è spettacolarizzata e personalizzata, conta più una giacca Armani che la proposta di restaurare almeno un pezzetto dello «Stato sociale», conta più un grugnito davanti alla risposta di un avversario che i termini di una «visione globale» rispetto alla soluzione dei problemi più stringenti di un Paese. Ecco allora che il nostro discorso si fa più ampio, si estende oltremisura; si amplifica. E diventa addirittura un discorso sulla Welthaanshaung che domina l’Occidente. Non è mia intenzione porre in atto un simile discorso; molto più modestamente dico: di fronte alle difficoltà di Biden e alla prosopopea di Trump, di fronte all’età (come tema da dibattere nei giornali, nelle televisioni e nell’arena politica) e alla strafottenza (stato d’animo più che «contenuto» politico) ci si accorge che queste elezioni presidenziali americane dismettendo gli «argomenti» e prediligendo la «forma» ci conducono a una considerazione da intessere sul rapporto tra il «misurato» e l’«eccedente». «Contenuto», infatti, vuole dire «racchiuso» e la «forma», non avendo appigli, è «sproporzionata». Dunque filosoficamente (ma anche politicamente) siamo qui alle prese con un affermarsi, oggi, dello «smisurato» - non ci hanno, forse, insegnato che questi sono gli anni della «società dell’immagine»? Dismettere i «contenuti» vuole immediatamente dire: qualcosa è «di troppo». La società è andata verso il «Villaggio globale» e allora la politica si è dovuta adeguare. Ma un voto americano basato sull’«eccedenza» vuole dire, immediatamente, dimenticare il garbo, la moderazione e la gentilezza. Per cui: questa campagna elettorale che vede impegnati Biden e Trump, dal punto di vista della cronaca giornalistica che la racconta, diventa lo scontro tra due candidati le cui proposte politiche non hanno più nulla a che vedere con il cuore della società del loro Paese - gli Stati Uniti non sono fatti di estremismi. Il cuore di qualsiasi Stato è sempre stata la borghesia (piccola o media). Che è sempre «misurata». Non privilegiando più i «contenuti» non si va incontro neanche più al proletariato e nemmeno più alla classe industriale. Non si va più incontro a nessuno. Ci si attorciglia su sé stessi tirando in ballo l’età o la tracotanza, le emozioni dell’uno e la vita da playboy dell’altro non capendo così facendo la politica stessa implode. Una volta diventata «facciata», infatti, la politica lascia il passo all’economia e i problemi dell’intero Pianeta vengono decisi dai Fondi Monetari o dalle Banche Centrali. La globalizzazione stessa, del resto, è prima di tutto un fatto economico. Ma in un simile mondo nel quale celebriamo la «fine della politica» (governo che non governano a causa della nascita di nuove entità transnazionali come Internet, ad esempio) e l’avvento dell’«economia totale» è il mondo che si prepara a un nuovo totalitarismo ed è un mondo nel quale è sparita la cultura, che per Marx fa parte della sovrastruttura e quindi non è economica. Un nuovo totalitarismo che fa della soddisfazione dei bisogni il suo mantra e del guadagno il suo imperativo. Il delirio di un Orwell che al posto del «Grande Fratello» mette la «Federal Reserve» o la «Banca Centrale Europea». 

 

 


 

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