La notte di Crotone. Un incontro onirico tra Eleonora Duse e Corrado Alvaro
Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...

Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...

“Vedere, osservare, contemplare/ preferisco il colore del mare/ a quanto vale soltanto guardare…”. Dino Campana si riferiva al sospiro della risacca, piuttosto che al chiacchiericcio della Aleramo, Sibilla che rendeva l’amore un viaggio.
Ardesia
Ernest Hemingway definiva la superficie della laguna veneta di color ardesia, una di quelle tonalità più suggestive di grigio che presenta riflessi tenuamente ed elegantemente tendenti a un azzurrognolo quasi cianotico. Ma, forse, questa suggestione, più che dalla visione del bacino costiero, gli proveniva dalla lettura di “The Open Boat and Other Tales of Adventure” (1898) di Stephen Crane.
Il termine ardesia deriva dalla regione delle Ardenne, divisa tra Francia, Belgio e Lussemburgo (in lussemburghese Ardennen, in vallone Ården, in francese Ardennes). La sua origine è legata a un minerale, scisto argilloso, che risente molto della composizione del terreno da cui s’estrae, andando man mano a schiarirsi. È un colore molto “materico”, quindi, concreto, e piuttosto ricco, quasi “grasso”. Questa pietra, detta anche di lavagna, per la frequente destinazione d’uso, risulta abbastanza poco porosa e facilmente lavorabile soprattutto in ambito edile, in specie per la realizzazione di ottimi tetti, dai quali respinge gli attacchi del gelo, mentre, di contro, la sua resistenza al calore la fa impiegare spesso nei piani cottura, o come rivestimento per i camini.
Ciano
Da un punto di vista simbolico, esprime la capacità di non esasperare i problemi che la vita naturalmente pone; ma, allo stesso tempo, pure quella facoltà adattativa, di saper cambiare quando è il momento. Per riprodurne la nuance, si fa ricorso a un miscuglio di colori primari, tra cui c’è pure del verde e un pizzico di rosso, di cui il ciano (da κύανος) è complementare.
Possedendo maggior capacità di penetrazione, il blu resiste più a lungo delle altre onde luminose all’assorbimento dell’acqua, che fa scomparire subito il rosso e il giallo della luce bianca, il che spiega l’effetto finale sulla colorazione delle onde, le quali riflettono le varie tonalità del cielo cangianti a seconda della diversa prevalenza e consistenza delle nuvole. Quando, al tramonto, i raggi del sole, ormai basso sull’orizzonte, devono attraversare una maggiore quantità d’atmosfera, s’inizia a disperdere pure la componente blu, cedendo spazio alla luce rossa, meno deviata nell’attraversamento dell’aria, la quale luce rossa, nel prendere il sopravvento, ai nostri occhi si mostra nelle diverse gradazioni dell’arancione.

Paleturquois e Centaurea
L’effetto complessivo dell’ardesia si mantiene vicino a un sottotono grigio dalle sfumature chiare, prossimo a un poco vivace turchese, quasi spento. Paleturquois è una gradazione molto più chiara, tipo pastello, intermedio tra la vividezza della cosiddetta “acqua” e la sbiaditezza della “polvere”. Zaffiro è senza dubbio più simile in quella profondità che ne distingue la sfumatura, vagamente grigiastra, dal violaceo pervinca delle Apocynaceae. E, infatti, dato che normalmente i fiori definiti blu sono in realtà lividi e spettrali, o tendenti al grigio, uno dei pochi da prendere in seria considerazione resta l’Asteracea “fiordaliso”, Centaurea cyanus.
Licenza poetica?
Gli antichi greci non avevano quei numerosi rimandi e legami impiegati attualmente per descrivere il colore del mare: avio, acciaio, notte, pavone, smalto… Cosicché, Omero, nella sua stravaganza lirica, appioppa all’acqua tinte a volte astruse, se non facessero probabilmente riferimento anche a valutazioni concettuali di ambivalenza, contrarietà o benevolenza, oscurità o limpidezza.
Nero perché sporco?
In sanscrito, per esempio, mala (da cui il greco melas, μέλᾱς) indica polvere, sporcizia, sudiciume; e soltanto il lituano mėlynas avrebbe cambiato il significato in “blu”, mentre, originariamente, sarebbe stato qualcosa d’indistinto, o di scuro, a volte così scuro, da mancare d’una precisa cromia.
Lo splendore della luce
Il protoindoeuropeo *lewk- (“luce”, da cui il latino lūx) è l’etimo di λευκός, che prim’ancora di chiaro, e bianco, vuol dire, quindi, luminoso, splendente, scintillante, o anche pallido, e persino gioioso.
Il chiaro di luna
Nel suo “Etymological Dictionary of Greek” (2009), Robert S. P. Beekes trova improbabile un’origine indoeuropea di γλαυκός, anche se Peter Barber (Sievers’ Law and the History of Semivowel Syllabicity in Indo-European and Ancient Greek, 2014) ne ha riscontrato la radice solo nel greco di Omero e di Eschilo. In antitesi con mélas (μέλας), kharopós (χαροπός), aigōpós (αἰγωπός), riguarda qualcosa di scintillante e luminoso, proprio come λευκός, oppure una nuance blu-verde, turchese, o blu-grigia, clair de lune, o ancora si traduce in qualcosa di indeterminatamente specifico per descrivere gli occhi e lo sguardo.
Il ribollir… dell’onde
Forse d’origine semitica, porphyreos, πορφύρεος, oppure dal verbo πορφύρω (ribollire, “salire -di onde-“), sarebbe stato successivamente associato in una terminologia popolare a un mare color vinaccia, mentre il latino purpureus rende di più il senso dello splendore. Ιοειδές è il viola, come μενεξές, un prestito dal turco ottomano menekşe, valido per il fiore.
Riflessi nel vino
Rossastro, come il pelago al tramonto, invece οἶνοψ, – da οἶνος (oînos, “vino”) e – ὄψ (óps, “occhio; faccia”), – che Karl Kerényi ricollegava all’uso rituale del contenitore rhytón (ῥυτόν) a forma di testa di toro, a sua volta presumibilmente derivato dal tracio corno da bere.
Classico epiteto omerico del mare o del bestiame, in “Synaesthesia and the Ancient Senses”, Shane Butler e Alex Purves, pensano si riferisca a un rosso molto intenso, come quello appunto della pelle lucida di certe razze di buoi. Eleanor Irwin (Colour terms in Greek poetry) suggerì che si trattasse della descrizione d’una superficie scura in grado di riflettere la luce così come il vino in un calice (ϰύλιξ), in un cratere (κρατήρ) o tazza opaca (φιάλη). Qualcun altro sostiene invece che del vino οἶνοψ avrebbe potuto evocare, non tanto, o solo, l’aspetto cromatico, bensì i suoi effetti emotivi su chi ne avesse abusato, tipo quando Achille sulla spiaggia si sente molto più “intossicato” dal dolore che da altri affetti.
Visione percezione denominazione
Il fenomeno visivo è certamente soprattutto biologico, ma si interseca con una questione percettiva che risente molto di influenze squisitamente culturali, per cui occorre sempre tenere ben presente quel divario differentemente offerto, in ogni epoca, società, e individuo, tra apparente obiettività d’una certa realtà descrittiva, la relatività della percezione e una denominazione, diciamo, “definitiva”, sia pure nel senso più prosaico di approssimativa definizione d’un colore.
Logica cromatica
Nell’antichità, la logica cromatica aveva, dunque, anche la funzione precipua d’evocare l’effetto passionale che un oggetto dello sguardo potesse provocare sulla psiche. La terminologia della gamma coloristica, quindi, s’indirizzava maggiormente sul versante affettivo di questa risonanza visiva, la quale dalla prima osservazione si riversava su valenze allusive e significati simbolici, tesi a oltrepassare le semplici apparenze.
Valenza emotiva – valore didascalico
Per gli autori classici allora aveva più valore riuscire a fornire quel senso del multiforme, cangiante, misterioso, o insidioso, che non a tratteggiare un ritratto didascalico del mare, il quale si manterrà a volte semplicemente kyàneos (κυάνεος), altre volte equivocamente “torbido”, kelainòs (κελαινός, dalla sillaba finale simile a περκνός, perknós, “scuro”, ed ἐρεμνός, eremnós, “nero”, e una sezione iniziale poco chiara, paragonabile a diversi termini, tipo κηλίς, kēlís, “macchia”, latino cālīgō, “nebbia”; e, forse, tutto sommato, parola pre-greca con una nasale palatalizzata).
Abbaglio argenteo
Gli aggettivi che rendono l’idea del brillare o del luccichio, come γλαυκός, rinviano indifferentemente allo scintillio e all’abbaglio argenteo d’una superficie ondosa, così come delle foglie d’olivo, o della pelle del serpente. Il lessicografo Esichio l’accosta a phoberós, φοβερός, terrificante (da φόβος, paura), per cui la glaucopide Atena (“Η γλαυκώπις Αθηνά”) sarà, convenzionalmente, la diva dagli “occhi di ghiaccio”, più che una ragazzotta dalle pupille azzurre.
Moto ondoso e iridescenza
Con οἶνοψ, probabilmente s’intende che il mare è in continuo movimento, con riflessi iridescenti come il vino in una coppa agitata dalla mano tremante d’un ubriaco che non riesce a stare ben saldo sulle gambe, perché la natura insidiosa di οἶνος, alla stregua dei marosi, fa barcollare chiunque non riesca a resisterle.
Simposiasti del mare
La valenza simbolica della navigazione nel classico simposio è relativa alla metafora della manìa (μανία) dionisiaca; ubriacarsi tanto da non tenersi in equilibrio su una barca travolta dalla tempesta.
Nella gioia del convivio, “nuotiamo verso una sponda ingannevole”, scriveva Pindaro (fr. 124 Maehler). Riferendosi alla terza libagione (σπονδή), che si faceva con vino non annacquato, come avveniva nelle precedenti σπονδές, Senarco faceva dire a un simposiasta (συμποσιαστής, derrivato da συμπόσιον): “Questa coppa mi ha annientato e, come un marinaio, mi ha buttato tra le onde (κατεποντισεν)” (fr. 2 Kassel-Austin). Dunque, “marinai del simposio e rematori delle coppe” (fr. 5 West), come diceva Dionisio Calco nel V sec. a. C.?
L’atarassia psicoterapeutica che l’Ercole beone promette ad Admeto, nell’Alcesti di Euripide (v. 798, “Gettati ai remi con la tua coppa e navigherai lontano dall’angoscia”) è proprio quella consueta dei simposiasti. Un’unione di piaceri afrodisiaci e di ebbrezza alcolica.
Afrodite e Dioniso condividono uno spazio simbolico dalle connotazioni marine. Se le due divinità sono propizie una tale navigazione elargisce entrambe le gioie raddoppiate. Conclude così Giorgio Ieranò il suo saggio “Il Mare d’Amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica” (Laterza, Roma 2019), dimostrando come il collegamento tra le acque oceaniche e i vini delle libagioni trovi radici profonde anche nei miti meno noti.
In un passo dell’Iliade (6, 135-7) si descrive un rituale di catapontismos (καταποντισμός), di cui è protagonista lo stesso Dioniso, inseguito dal re di Tracia Licurgo. Dopo l’audace tuffo, viene accolto, e “tranquillizzato”, tra le braccia della nereide Teti, la quale funge da tramite con il misterioso mondo degli abissi, ma pure dell’aldilà.

Il tema si ripropone infatti nella celeberrima Tomba tarquiniese che prende il suo nome distintivo dall’affresco sulla lastra di copertura: un giovane nudo, sospeso in aria, in procinto di entrare in seno ai flutti; mentre sulle altre lastre si ripetono le solite scene conviviali di aulètridi (αὐλητρῐ́δες, suonatori di αὐλός, aulós, flauto), giocatori di kottabos (κότταβος), su accoglienti klinai (κλίναι), e con l’immancabile capiente oinochoe (οἰνοχόη).
Spesso sugli orli dei kratères (κρατήρες) di ceramica, a due manici, venivano rappresentate delle navi o dei delfini, a volte cavalcati da altrettanti Eroti (Ἒρωτες) alati, in modo da sembrare quasi galleggiare sulla superficie dei liquidi (acqua e vino) in essi contenuti. Nella kylix (κύλιξ) di Exechias, il dio dell’ebbrezza compare sdraiato sul ponte d’un’imbarcazione, – forse la nave dei pirati che lo rapirono e poi vennero trasformati in odontoceti,- con la schiena appoggiata all’albero maestro su cui s’arrampica una vite.
Uno screziato cangiante
Nella dimensione poetica, πορφύρεος richiama la luminescenza, e il bagliore cangiante alla più lieve carezza, delle preziose stoffe fenicie colorate dalle secrezioni del murice spinoso, garusolo, o ragusa (Bolinus brandaris). Pertanto, chi ascoltava in silenzio la lettura o le declamazioni liriche con inserito quell’aggettivo, molto presumibilmente, coglieva i collegamenti col pelago ondoso, per noi invece improbabili, ma che ne rievocavano con vivace fantasia la “ribollente” vitalità. Esplicative, in proposito, nell’Agamennone di Eschilo, le considerazioni di Clitemnestra: “Esiste il mare, chi potrà mai asciugarlo? E nutre continuamente il succo inesausto, che sempre si rinnova, di porpora preziosa come argento” (vv. 958-60).
La sfera erotica
E tra le varie sfere a cui s’applica πορφύρεος non manca quella erotica. Per Ovidio “purpureus Amor”, per Anacreonte (frammento 14 Gentili) ancor più purpurea Afrodite (πορφυρέη τ’ Ἀφροδίτη): scarlatta, cremisi, ametista, viola? Soprattutto splendente, scintillante, luminosa, a motivo delle sue mitiche origini dalla schiuma (ἀφρός) dei flutti.

Barber P. Sievers’ Law and the History of Semivowel Syllabicity in Indo-European and Ancient Greek, Oxford University Press, Oxford 2014
Beekes R. S. P. Etymological Dictionary of Greek, Brill, Leiden 2009
Butler S. and Purves A. Synaesthesia and the Ancient Senses, Routledge, London 2014
Ieranò G. Il Mare d’Amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica, Laterza, Roma 2019
Irwin E. Colour terms in Greek poetry, Hakkert, Toronto 1974
Pastoureau M. Blu, storia d’un colore, Ponte alle grazie, Milano 2017
