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PROVIAMO A FARE RUMORE

Non è semplice rispondere a giovani donne, possono anche essere le nostre figlie, quando ci chiedono perché la giustizia non sia cambiata con leggi più adeguate, o addirittura perché “non si getti la chiave” nei casi di stupro o, peggio, di femminicidio. Non basta rispondere che gettare la chiave è linguaggio aggressivo e violento di certi maschi e certa politica, che si fa forte con i deboli, come i migranti e debole con i potenti. Per chi ha vissuto la stagione della lotta per i diritti civili, come il divorzio, la legge 194, il femminismo, è sempre più difficile spiegare alle ragazze e alle donne di oggi, perché la legge del taglione non è giusta. Bisogna fare un passaggio complicato. Una narrazione complessa. Spiegare le influenze dei media sul nostro modo di pensare, comunicare e agire. A partire dalla tv commerciale, davanti a cui, nostro malgrado, è cresciuta la generazione odierna, a pane e veline, senza percepire il rischio di far diventare giovani corpi, oggetti di possesso e consumo. Non abbiamo colto la gravità di introiettare un messaggio, non abbiamo sollevato la voce abbastanza forte. Non per un giudizio moralista, ma per quella profezia annunciata da Pasolini, che la televisione ci avrebbe cambiati in merce. Negli ultimi decenni, i mutamenti della realtà sono soggetti alla legge della “rapidità”. A differenza della velocità, che avverti e puoi controllare, parte da un punto e sai dove arriva, la rapidità dei cambiamenti ci “rapisce, ci trascina, e ci travolge…” e non puoi controllarla, non ne hai consapevolezza, capacità e forza. Soprattutto se sei giovane. L’avvento dei social e l’intelligenza artificiale incontrollati, sono stati il colpo di grazia. Insieme al Covid. Chiudi in casa dei ragazzi davanti ad uno schermo per un anno e plasmi le coscienze. Cambiano le capacità di relazione, la percezione di se stessi. Il modo di pensare. Le ragazzine cercano la perfezione del corpo, labbra, seno, fisionomia nuova. Cosa c’entra con il femminicidio? Se non si capisce questo passaggio epocale, se non entriamo nella narrazione della rapidità che ci porta via l’umanità, non si prende consapevolezza. Non puoi spiegare la donna oggetto e altre cose, come la possessività di certe madri che preferiscono non vedere, mentre monta l’odio e il senso di fallimento di certi figli. C’è un termine usato nella serie “Adolescent”: incel, giovani maschi rifiutati dalle coetanee, che si trasformano in odiatori. Vorremmo rispondere che viviamo in uno stato di Diritto, in una società civile, non si può frustare o tagliare le mani nella pubblica piazza chi ruba, chi stupra, perché la vendetta è delle autocrazie repressive dove le donne sono coperte dalla testa ai piedi e non possono nemmeno studiare. Figurarsi se vengono tutelate. Non esce nemmeno sul giornale la notizia, non c’è, perché è tutto sotto controllo della società patriarcale.

Eppure qualcosa anche da noi non funziona. “Come è possibile che 75 colpi di coltello su Giulia Cecchettin siano motivate dall’inesperienza dell’assassino e non da crudeltà efferata?” ti chiedono, perché fanno uscire Parolisi, dopo 12 anni in permesso premio?”. A questa scia di sangue non si può parlare della rieducazione del reo, la cui figlia ha cancellato dal cognome per sempre quello paterno. Soprattutto, perché non si fa nulla per una efficace risposta a questa violenza senza fine, mentre un miope ministro cerca le cause nelle etnie diverse dalla nostra. Dategli in mano la lista delle donne che subiscono violenza, di cui  nella maggior parte dei casi, sono responsabili giovani italiani che non sopportano gli si dica no. Non sono pazzi. Sono persone reputate normali, magari un po’ chiusi, un tantino ombrosi, si però, ottime persone, come sia stato possibile maneggiare un coltello da cucina, ancora la mamma gli tagliava la bistecca?  Ecco, appunto, ancora le madri. Chiamate sul luogo della mattanza, invece di chiamare la polizia, puliscono il sangue e lo accompagnano lontano dal luogo del delitto. Hanno iniziato, minimizzando, tacendo su comportamenti incongrui, girandosi dall’altra parte perché nulla trapeli. Tutto sotto il tappeto. Anche ad alti livelli. Certi mostri, infatti, partecipano a festini allegri e violentano la malcapitata. Vengono condannati solo per diffusione di ameni filmati, i revenge porn, ma non per stupro. Quella ragazza faceva uso di sostanze, non è attendibile. Perché i ragazzi non sniffavano, mentre si divertivano? Anche lì, le famiglie fanno finta. Difendono l’indifendibile, e se possono, cercano di influenzare la giustizia. La stessa giustizia che diventa nemica appena colpisce qualcuno della loro parte. Allora chiamasi giustizia ad orologeria. Alle ragazze giovani non occorre spiegare che la situazione è davvero complessa, che i tre poteri dello Stato, esecutivo, legislativo, giudiziario si muovono in acque molto agitate, soprattutto il primo, quello nelle mani del governo, che vorrebbe con la riforma della giustizia e del premierato, trasformare il nostro paese in uno di quelli che oggi vanno per la maggiore, le autocrazie, dove di certo le donne e le minoranze verrebbero garantite molto meno. Già in America lo vediamo. Una situazione complessa, che sfugge di mano, ma ciascuno, può e deve muoversi nel suo piccolo, o fare finta di niente. Fare rumore, come le ragazze di Messina scese in strada per l’uccisione della collega e amica, mentre un’altra ragazza veniva scoperta in un dirupo, dentro una valigia. Facciamo rumore, dunque, torniamo a stare insieme, facciamo rete, che sia aggregazione sociale, culturale, politica. Soprattutto parliamo nelle scuole, già alle elementari. Si incomincia dai bambini, dai nipoti, dai figli. Ad allontanarli dal linguaggio e dalle immagini violente. Diventare gruppo di pressione. Ripensare il linguaggio. Che un uomo non usi con tono violento:  È mio. Tu stai zitta. Sei pazza. Non devi uscire. Dammi il cellulare. Sono già persone disturbate, vanno curate. Denunciarli subito? Avvertire la famiglia, parlare alle madri, prima che diventino complici? Non è semplice, tutte le Giulie, Ilarie, Sare non hanno denunciato perchè non si aspettavano la mano armata di coltello. E allora, tutti gli ex diventano pericolosi? Queste giovani donne devono vivere in un clima di sospetto, paura e inquietudine? No, infatti, continuano a rivendicare la loro libertà. A non stare zitte. Che diciamo alle nostre figlie, quando chiedono quando finirà questo odio e le incongruenze delle istituzioni? Forse in questo spazio vacante possiamo incominciare dalle parole violente, partire da li. Da ciascuna di noi, proviamo a disinnescarle. E a fare rumore. Il presidente del Consiglio è la prima donna ad aver rotto il tetto di cristallo, pur non condividendo le sue idee politiche, che provi a romperlo anche per le altre. Anche lei ha una figlia. La Meloni non mi leggerà mai, se avessi visibilità, vorrei dirle: Forse tra qualche anno, sua figlia le rivolgerà la domanda: mamma, perché gli uomini sono violenti contro le donne? Tu, eri al potere, cosa hai fatto per cambiare le cose? Ci pensi anche lei che risposta dare.

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