Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
Quando nasciamo, ovvero veniamo espulsi dal benessere del liquido amniotico, e poi viviamo teneramente nel soffuso ambiente familiare, in realtà non lo facciamo completamente. Tutto ciò è un prolungamento di residenza nella sicurezza di una grande placenta. A volte ingannevole sicurezza. C’è un momento in cui, più avanti, dopo qualche anno, nasciamo una seconda volta. Ed è quando le informazioni ricevute in famiglia, l’imprinting, la nostra modellata personalità viene a contatto con la realtà dei fatti. Con le esperienze di relazione, come per esempio l’amicizia con i coetanei. O quelle più fugaci e transitorie, che servono uguale. La seconda nascita avviene quando le certezze rassicuranti del mondo ovattato cedono il passo alle turbe creative del mondo reale.
Ma non ci si ferma qui.
La vita è sostanzialmente una continua nascita. Veniamo alla mia seconda nascita, avvenuta all’età di dodici anni.
Pensai per anni che il fascismo fosse buono. Mi veniva rimandata una immagine elegante, di giovanotti che proteggevano tutti i cittadini dai disturbi di altri. Come se il mondo fosse diviso in gente che assale, e gente che difende. Le case potevano stare con le porte aperte. Se qualcuno si fosse introdotto per rubare, il manganello dei grigioneri era pronto a colpire. E poi il fascino della divisa. Quei colori eleganti, austeri, che davano a chi li indossava un aspetto serio, affidabile, rassicurante.
Poi accaddero due eventi, per molti lettori lontani nel tempo, tanto da non risultare sicuramente identificabili. Sicuramente il primo. Un po’ meno il secondo, visto che rimbalza nella annuale informazione, specie social, esattamente l’undicesimo giorno di settembre. Il primo evento è sfumato. Mi rimane dentro fortemente un nome pesante, metallico, come rumore di stivali militari sul marmo. Un ferroso clangore di consonanti doppie. Era il 1967, ed in Grecia avvenne il colpo di stato dei Colonnelli. Intendiamoci, non me ne resi conto subito. Nel 1967 avevo sei anni, e stavo per lasciare Palizzi marina e la “mia mai mia” vecchia casa con le palme e la bouganville. Ero abbastanza impegnato a lottare contro la nostalgia infantile, che è pressoché letale. Non si guarisce, rimane dentro. Compresi il Regime dei Colonnelli poco tempo dopo, e mi disturbò. La mia Grecia dell’Odissea che iniziavo a studiare alle scuole medie, un re che si chiamava Costantino prima contro poi con, confusione. Dittatura. Imposizione. Ma dov’era Ulisse, ed ancor più Penelope? Ma i Colonnelli erano i Proci?
Rimase dentro l’anima immatura un fisico senso di oppressione tra lo sterno e lo stomaco.
Ma fu il secondo episodio, avvenuto già nel tempo della consapevolezza, a marchiarmi ideologicamente l’anima.
E fu un uomo affacciato ad una finestra, o un balcone, in bianco e nero, con elmetto, occhiali e baffetti, che resisteva agli aerei che gli volavano sulla testa. Poche ore dopo quell’uomo veniva ucciso.
Avevo dodici anni, età con un piede nel letto di mamma ed uno con i monelli di strada.
Mi sconvolse questa morte. Mi sconvolse ciò che a breve sarebbe accaduto.
Repressioni, morti, mamme in piazza con la foto dei loro figli persi in carne e spirito.
Nel frattempo, crescevo con Guccini e De André. E li è esplosa l’idea, che ancora oggi, stabile ed ostinata, rimane dentro.
Come un bubbone escludente in un mondo che tende all’utile, ai vantaggi, all’omologazione.
Tanto, sono tutti uguali.
E no, amici cari, non sono tutti uguali.
Non sono uguali agli altri quelli che vi raccontano che i poveri vi rubano dal piatto, e vanno confinati. O che la gente che viene dal mare minaccia le nostre case o vuole islamizzare il pio occidente. O che esiste una lobby gay che si prende l’impegno di corrompere i giovani per portarli verso l’amore omosessuale.
Suvvia, pensiamoci un po’.
Ci sarebbe anche da ridere se non ci trovassimo dentro un enorme inganno che tende a instaurare una subdola distopia dove lo spazio verso l’altro cede al più esasperato ed egoistico individualismo.
Mi sono convinto che l’essere umano possa nascere più volte nel corso della propria esistenza.
Viene al mondo tutte le volte che pensa ed agisce superando l’ostacolo facile del pensiero di viscere.
Ma soprattutto nasce e rinasce tutte le volte che vede nell’altro un completamento di sé stesso, e non una minaccia.
Alla distopia preferiamoci l’empatia.
Fa bene, abbassa il colesterolo, e prevenire l’aridità delle coronarie.
Che sono le vie che portano al cuore.
