IdeocoopSpazio Open
Reverendo Frank Reverendo Frank Corvo rosso Corvo rosso Occhio al Degrado Occhio al degrado
Giovani in biblioteca
Mediterranea

REGGIO CITTA’ CHE SPERA: HA INIZIO IL GIUBILEO

Le lancette dell’orologio Segnano le ore 16 e trentanove minuti: Fortunato Morrone, Arcivescovo Metropolita di Reggio Calabria – Bova, Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, è appena apparso sul sagrato della Chiesa di Sant’Agostino. Volto teso, sguardo rivolto verso il Cielo.

Sulla Basilica Cattedrale, che s’intravede tra i palazzi che si stagliano su via Gaspare Del Fosso, stazionano nubi di color rosso, tenue. Nella fetta di cielo, invece, che fa da cappello al mar tirreno, manco l’ombra di una minuscola nuvoletta: limpido azzurro cielo.

Ha così inizio il primo dei tre momenti che andranno a comporre la solenne Celebrazione d’apertura del Giubileo ordinario nell’Arcidiocesi Metropolitana reggina-bovese.

Piazza Sant’Agostino trabocca d’umanità, laica e consacrata.

C’è emozione, curiosità, entusiasmo, fiducia.

Tra i testi, approntanti dall’Ufficio Liturgico Diocesano diretto da don Nicola Casuscelli, vi son passi tratti dalla “Spes non confundit”, la Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025, che Papa Francesco pubblicò lo scorso maggio: lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri.

Alle ore 16 e cinquantaquattro minuti il diacono transeunte Pietro Casciano, con la formula Fratelli e sorelle, avviamoci nel nome di Cristo: via che conduce al Padre, verità che ci fa liberi, vita che ha sconfitto la morte, da’ avvio al primo pellegrinaggio giubilare.

Il cammino, si sa, è uno dei caratteri del Giubileo.

Ed è l’Arcivescovo Fortunato ad aprire il lungo, ordinato, ruscello umano. Mentre la schola cantorum intona le litanie dei santi.

Raggiunto, alle ore 17 e sei minuti, il sagrato della Basilica Cattedrale, al centro, fra i marmorei San Paolo e Santo Stefano, Monsignor Morrone riceve dal ministro la Croce Astile. Stretta tra le mani, issatala, l’indica qual vessillo del suo popolo, scudo contro ogni male, stella cometa per i cercatori e ancora di salvezza per gli sbandati.

Gli occhi della moltitudine s’appiccicano a quel trentatreenne lì inchiodato, consapevoli che la morte è solo un doloroso ma necessario passaggio, dalla vita alla Vita.

L’Arcivescovo attrversa, per primo, la porta centrale della Cattedrale, dirigendosi poi al Fonte Battesimale, luogo del secondo momento d’inizio Giubileo: la memoria del Battesimo e l’aspersione del popolo con l’acqua santa.

Lì, insieme al Presule, vi son pure gli Arcivescovi Emeriti, Vittorio Luigi Mondello, che nel 2000 guidò Reggio e Bova lungo i sentieri giubilari, e Giuseppe Fiorini Morosini, che nel dicembre del 2015 aprì la Porta Santa dell’Anno Santo Straordinario della Misericordia, voluto da Papa Francesco.

Il terzo momento è la Concelebrazione Eucaristica, secondo il formulario della Messa della Festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

All’omelia, che l’Arcivescovo offre sotto forma di dotta e pregnante istruzione sui pilastri che sorreggono l’esperienza giubilare, a un certo momento il popolo di Dio è scosso da concetti forti, decisivi specialmente per chi nasce alla vita e alla fede in Terra Calabra: in questi giorni la memoria del Natale del Dio Bambino ci mostra come il pellegrinaggio sia lo stile di Dio e pertanto sia inscritto nel dna della creatura umana. L’Emmanuele ci insegna a camminare insieme, e come Lui a renderci disponibili all’accoglienza e all’ascolto dei tanti che sono in cammino con noi, al desiderio di farci compagnia ma soprattutto il desiderio di vivere la chiamata alla comunione celebrata nell’Eucaristia, pane del cammino, nutrimento indispensabile per vivere come Gesù, condividendo con tutti quel poco che siamo nella speranza certa che il Signore saprà moltiplicare anche una briciola del nostro pane con chi non ha nulla.

Il Divin Sacrificio accade secondo consuetudine.

È ormai buio, da un po’, allorquando i vescovi e i preti raggiungono, una volta ricevuta la solenne e conclusiva benedizione, la cappella che custodisce le spoglie mortali del Venerabile Servo di Dio Mons. Giovanni Ferro. Lì, l’Arcivescovo Fortunato recita, insieme al popolo, la preghiera, da lui composta, che chiede al buon Dio la beatificazione e canonizzazione dell’Arcivescovo venuto, nel dicembre ’50, dal lontano Piemonte. In questo Anno Santo – sottolineava Mons. Morrone durante la predica – possiamo riconoscere con gioiosa gratitudine che “molteplici segni di speranza” hanno assunto il volto di uomini e di donne che “hanno testimoniato la presenza di Dio” nella nostra arcidiocesi ieri come anche oggi. Tra i tanti testimoni della speranza vogliamo segnalare l’Arcivescovo Mons. Giovanni Ferro: la sua mite e coraggiosa carità pastorale ha infuso consolante speranza in tutti coloro che lo hanno conosciuto e incontrato. La sua spirituale presenza è ancora viva e indelebile nel cuore dei fedeli. In quest’anno giubilare desideriamo chiedere al Signore la grazia e la gioia di vederlo annoverato nella moltitudine dei santi. Sarà premura dei parroci, al termine della Messa domenicale, innalzare al Signore con l’assemblea questa semplice richiesta con la preghiera stampata sull’immaginetta che al temine della celebrazione vi sarà consegnata.

E mentre il popolo santo di Dio faceva ritorno al domestico focolare, in Basilica Cattedrale, nella Cappella Paolina, ostrica che detiene quel pezzo di colonna che s’infiammò nel 61 d.C., allorquando Paolo, Apostolo delle genti, sul nostro lungomare cominciò ad annunziar la Buona Novella, restava ad ardere la lampada giubilare, voluta dal Vescovo, che resterà lì fino alla fine dell’Anno Santo.

Ed è lì, accanto a quella fiammella che Reggio e i reggini depongono presente e futuro, cantieri aperti e sogni in fase di progettazione. E chissà che coloro che stanno ancora sul dorso del cavallo – non in carne e ossa, bensì impastato con ipocrisie e furberie, sete di potere e nanismo amministrativo, megalomania e pressapochismo – non riescano a far la fine di quel Saulo che, folgorato sulla via di Damasco, cadde da cavallo… divenendo buon cristiano e onesto cittadino. Chissà…

 

Ricerca Avanzata

Cerca negli archivi per data, categoria e testo.

Torna in alto