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RICORDO DI LEO MORABITO, U BIFARU, CITTADINO DI AFRICO

«Coordinata era anche Leo Morabito u Bifaru, conosciuto nei saloni della Federazione reggina del PCI (quattro fratelli emigrati a Cantù assieme alle loro consorti, esempi di coerenza politica e di onesto lavoro, accanto a cui si è agglomerato un polo di attrazione per tanti africesi e calabresi della diaspora) e tutti i giovani della sua e della mia generazione che sono transitati in un batter d’occhio dalla lotta politica all’emigrazione definitiva, intervallata da ritorni nella madre-terra per motivi feriali, sponsali o funerari»

(AFRICO, tra anime rosse e anime nere, «Zoomsud» 27 settembre 2014 09:52).

Così scrivevamo tempo fa di Leo Morabito, u Bifaru per amici e compagni e per distinguerlo dai molti omonimi che hanno riempito le pagine di cronaca nera, non solo calabrese, degli ultimi cinquant’anni. 

In realtà la cronaca nera lo aveva sfiorato una sola volta nella sua vita; si era ad Africo, ad inizio degli anni Settanta del secolo scorso, nel corso di un conflitto tra i giovani di sinistra e l’establishment mafioso della cittadina jonica.

E a Leo, che viveva trasportando i forestali da Africo alla montagna e che era di sinistra, bruciarono il furgone Volkswagen.

Da lì nacque la decisione dell’emigrazione a Milano e poi a Cantù di tutta la famiglia: quattro fratelli, i genitori e pure la famiglia di Francesca Marte, la consorte di Leo, che venne seguita dai due fratelli di lei Peppe, anche lui comunista di lungo corso, e Salvatore.

Leo, oltre a fare il portalettere, aiutava il fratello Mario, che aveva aperto una officina meccanica per mezzi pesanti nella frazione Vighizzolo di Cantù dove la famiglia si era accasata; e nel tempo libero accudiva, in una cascina presa in affitto, un piccolo gregge di capre e di pecore, lo aiutava il padre Francesco ormai pensionato. Era un modo per sentirsi ancora legati alle origini pastorali della famiglia e del paese. E quando, dopo la caduta del cosiddetto «Muro» numerosi furono i pastori che vennero in Italia da Romania ed Albania, Leo ne aiutò non pochi alloggiandoli nella cascina e facendo loro coltivare l’orto e badare al bestiame.

A Cantù Leo e i suoi familiari ripresero a fare politica prima dentro il PCI, riuscivano sempre a fare eleggere uno di loro in consiglio comunale, e poi nel PDS e da ultimo nel PD.

Infatti, nonostante Leo fosse fondamentalmente un ribelle, ebbe sempre presente quella che nel Pci si chiamava «unità del Partito» e per questo non si fece incantare, come purtroppo chi scrive, dalle sirene che cantavano all’estrema sinistra; e un esponente del PD ha fatto l’orazione ufficiale nella cerimonia laica, così lui aveva raccomandato, che ha chiuso la sua vita terrena lunedì 4 ottobre nel cimitero di Vighizzolo di Cantù.

Leo era sempre in prima fila alle feste de «l’Unità» e a Cantù era stato il promotore della sottoscrizione con i cui venne acquistato un ampio locale che fu sede del PCI e della CGIL e che, ancora oggi, è il punto fermo dei militanti della sinistra canturina.

Quando poi le feste de «l’Unità» cominciarono a diradarsi, l’anima popolare di Leo si volse all’organizzazione dell’associazione «Afrikoti in festa»: per tre anni consecutivi gli africoti della Lombardia e del Norditalia sono convenuti a Cantù dove li attendeva una organizzazione puntualissima per le centinaia di persone che vi convenivano: alloggi, stand gastronomici con piatti di castrato e pecora al sugo, affettati e formaggio dalla madre terra e l’immancabile «sonu a ballu» con organetto e tamburelli.

In tutte e tre le edizioni di “Afrikoti in festa” (era anche il nome dell’associazione fondata appositamente) (2010-2011-2012) agli emigrati si è aggiunto un autobus carico di africoti residenti in paese che attraversava due volte la penisola nello spazio di un paio di giorni per assicurare i legami di sangue e di idee tra gli uomini di buona volontà provenienti da quella terra: africoti di lotta e di governo.

E Leo era «u mastru d’a festa»: si veda su You tube il video Africoti in festa 3° che  inizia con un suo discorso maturo, essenziale, preciso come solo un compagno di grande esperienza e di vecchia data come lui poteva farlo: «Africoti in festa non vuole essere solamente un momento di incontro all’insegna della musica, del folclore e della gastronomia, ma anche e soprattutto un momento di riflessione e un giusto tributo a quanti, lontani dalla nostra propria terra d’origine, continuano a portarla nel cuore riproponendo le proprie usanze e le proprie tradizioni».

Quelle immagini, riviste oggi, ci hanno profondamente commosso e ci hanno riportato alla mente le tante accoglienze nella casa popolare di Cantù (con Francesca generosa padrona di casa e cuoca instancabile); e i figli di Leo tutti felicemente sposati, e i numerosi nipoti.

E chiudiamo con la riflessione di Filomena su Leo: «Era un uomo che per la sua generosità avrebbe meritato di essere immortale!»

Vale, cumpagnu Leo!

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