Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
È in libreria in questi giorni un volumetto molto intrigante firmato da Sabino Cassese, dal titolo inconfondibile “Intellettuali”, per le edizioni de Il Mulino, nella collana “Parole controtempo”.
Il grande giurista e accademico si interroga su chi siano oggi gli intellettuali e su come sia cambiato il loro ruolo al tempo di internet. Secondo Cassese il populismo rifiuta il ruolo degli intellettuali e le forze politiche che lo sostengono, di fatto, dimostrano di poterne fare a meno, prefigurando una società fondata su un falso egualitarismo, che non contempla il ruolo delle élite del pensiero. Aprendo la strada al trionfo di chi non sa, al dilagare dell’epidemia dell’ignoranza, con effetti fortemente negativi sulla società e sulla democrazia. L’acuta disamina del professor Cassese conduce a ritenere gli intellettuali essenziali nel “mercato delle idee” anche se, oggi, essi devono reinventarsi un ruolo senza tradirsi o snaturarsi. Ecco che ritorna d’attualità la definizione fornita, addirittura negli anni Trenta del secolo scorso, dalla scrittrice Edith Stein, che considerava tale “chi mette al servizio degli altri le proprie doti umane e spirituali, in vista di un fine eminentemente educativo e formativo”. Perciò intellettuale “non è chi guarda il popolo con un misto di disprezzo e di estraneità, né chi pretende di guidarlo con senso di superiorità”.
Ecco che riesce difficile immaginare in questa società sempre più sclerotizzata dalla comunicazione digitalizzata, che comprime lo spazio dell’analisi e del ragionamento a vantaggio della sintesi apodittica, mentre l’aberrazione della “cancel culture” tende ad omologare verso il basso tutto il patrimonio della nostra storia e della nostra civiltà, imponendo falsi modelli e devianti valori culturali, azzerando la memoria e le grandi conquiste dell’intelletto umano.
E forse non è una caso se la grande crisi della politica, che si manifesta non solo con la disaffezione dei cittadini verso le vicende dei partiti, ma si appalesa soprattutto con la mancanza di grandi idee che possano affascinare e far sognare, principalmente i giovani, è direttamente collegato con il venir meno del ruolo dei “maestri del pensiero”, capaci di dare dimensione generale all’agire politico. Non penso solo alle stagioni dell’impegno degli intellettuali nella letteratura, nel cinema, nell’arte e quindi in politica, ma penso al grande scenario aperto dalle riflessioni corsare di Pier Paolo Pasolini o dalle provocazioni sul nostro costume degli aforismi di un grande intellettuale come Ennio Flaiano.
E il discorso non è lontano dal nostro orizzonte calabrese, dove ancora più pesante è il vuoto che la politica registra per la mancanza di riferimenti culturali da parte di un ceto intellettuale illuminato, disponibile a “mettere al servizio degli altri le proprie doti umane e spirituali”. Al contrario le esperienze che viviamo in Calabria, parlano di un ambiente intellettuale al servizio della politica e del potere, che semmai mette a disposizione di una parte della politica le proprie qualità culturali per la conquista del potere. L’infelice esperienza di un gruppo di intellettuali, che si è cimentato nel corso delle ultime elezioni regionali a supporto di un candidato, peraltro di importazione, alla carica di Presidente della Giunta regionale, conferma proprio l’assunto di Sabino Cassese, che l’intellettuale deve reinventarsi un ruolo per interpretare la società, non tradire la propria missione al servizio della verità e del cambiamento, per l’eliminazione delle disuguaglianze e l’affermazione della libertà e della giustizia. Una prateria sterminata di impegno, che non può essere mistificata con la favola della “rivoluzione”, che proprio in Calabria ha bisogno di leadership credibili e di parole d’ordine aderenti alla realtà. Ma soprattutto affermando che la vera rivoluzione deve riguardare il pensiero e i costumi, in modo trasversale e coinvolgente tutti gli strati sociali, dalla scuola alle università, al mondo del lavoro e delle professioni.
Il vero problema che si porta dietro il vuoto della politica in Calabria è che anche la nuova classe dirigente possa ritenere di poter fare a meno dell’apporto della cultura e dell’elaborazione di analisi appropriate e del pensiero di figure illuminate in grado di metterli a disposizione del cambiamento e della modernizzazione dell’apparato regionale.
Allora, forse, è arrivato il momento che gli intellettuali calabresi, di qualunque ispirazione ideologica o politica, ritrovino la voglia di rimettersi in gioco, mettendo al centro del loro impegno la Calabria e non le sorti del singolo soggetto politico, sfidando la mediocrità della televisione di stato, le oggettive carenze dei media, raccontando la vita dei calabresi e la loro aspirazione alla normalità dei diritti, indicando nuove tracce alla politica e scuotendo dal torpore e dalla polvere vecchi e nuovi santuari del potere.
Solo così gli intellettuali riscopriranno, anche in Calabria, la dignità di un ruolo e uno spazio per il futuro.
