GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Canto per Antonio Calabrò
Non riesco ad ottenere nessuna soddisfazione. I Can’t Get No, Satisfaction! In questa impossibilità, la città di Reggio Calabria forse si avvolge e ci avvolge. E Toni dei Rolling Stones ne è (a questo punto) il suo profeta; lo Zarhatustra nicciano. Nessuna gratificazione perché, come scrive lo stesso Antonio Calabro’ in questo suo magnifico C’era una volta a Reggio (Laruffa, 2025): «questa città si incapriccia di petti villosi, si invaghisce delle menti brutali, si entusiasma per gli alberi genealogici, e sbanda a favore dei vincenti, per quanto perfidi e carogne siano. Non vuole onestà, né intellettuale e neanche morale». Ma allora che cos’è questo libro – se anch’esso, scritto da un reggino e pubblicato a Reggio Calabria non può offrirci alcuna Satisfaction? Semplicemente, questo libro si apparenta ai mirabili volumi di Alberto Arbasino e a quelli nei quali Carlo Emilio Gadda parlava (male) della sua Brianza. Certo, Arbasino percorreva la stessa strada di Calabrò ma con mezzi diametralmente diversi. Milano non è Reggio Calabria. Lo scrittore di Voghera (compaesano della nota Casalinga) lo faceva attraversando libri letti, scrittori incontrati, vernissage cui aveva assistito, «romanzi di formazione» all’estero, dialoghi con i più noti industriali del tempo, editori, politici … Calabrò lo fa egualmente, ma con quello che ha! Lo fa con una città ossimorica. A un certo punto del suo volume, Antonio Calabrò dice che Reggio è «un deposito di bellezze del tutto inutile», di cui non sai che fartene. Un deposito di bellezze delle quali i reggini non sanno che farsene. L’unico che, forse, sapeva che cosa farne era quel tipo che si era costruito il rifugio di Diabolik nel suo sotterraneo. Ecco, io sono convinto che quel tipo fosse davvero Diabolik e che Reggio Calabria sia sempre stata Clerville. Calabrò ci parla anche di coppie che fanno l’amore ai Tre Ponti (vicino Ravagnese) o ai Fortini di Pentimele, «super organizzate con tanto fi giornali da attaccare ai vetri dell’auto». Calabrò ci parla del bene e del male – siamo pur sempre dentro un ossimoro in questa Clerville. Diabolik ha fatto la pensata giusta, si è «rifugiato» per non finire come quelli che Francesco Guccini definiva «gli andati, i soddisfatti, i rassegnati». Clerville non ha metalli preziosi o ville prestigiose da depredare. Se dovessi indicare il limite di questo libro io penserei che, in una città aporetica come la Reggio Descritta da Calabrò, c’è il bene ma c’è pochissimo il male. Calabrò sorvola, probabilmente in maniera premeditata, sul perché Reggio è costantemente ultima in tutte le classifiche nazionali, qualità della vita eccetera. E fa male. Lo so che il suo non vuole essere un resoconto globale del bene e del male della città; eppure se Calabrò avesse un po’ moderato il suo innamoramento e il suo essere affascinato da Reggio, C’era una volta a Reggio ne avrebbe beneficiato. Ma come recitava lo slogan della campagna elettorale di Bill Clinton nel 1992, «It’s the economy, stupid!»; «E’ l’economia, bellezza!»; il libro è questo, è tant’è! Nella capitale mondiale del caffè pagato qualcuno lancia ombrelli per aria e noi reggini ci sentiamo e siamo, sempre, come il Gatto di Schrödinger: mezzi vivi e mezzi morti (personalmente, mezzo morto!). Ma, dire città ossimorica, non vuole dire città contraddittoria. Seguendo il dettato platonico: vuol dire aperta. I dialoghi che vedono per protagonista Socrate non ci lasciano mai, alla fine, con una verità definitiva. Come ci ha insegnato Umberto Eco, la semiosi non è illimitata ma è vastissima. E oggi? In questa immutata Banana repubblic dai tempi in cui Dalla e De Gregori tennero un concerto memorabile nello stadio comunale di Reggio, nulla pare essere cambiato. Certo, c’è Giorgia Meloni al governo. Certo, ci sono gli influencer al posto degli intellettuali … Già, gli intellettuali … In questo circo calabroiano e post-arbasiniano di luoghi, più o meno, privati e comuni nessuna Satisfaction ancora, nella città che rinviene, spesso, la Casalinga di Voghera e pochissimo la Kultur nel senso di civilizzazione? Calabrò stesso è la dimostrazione che gli intellettuali ci sono; esistono, insistono e persistono – e, forse, resistono. E se il fine di Alberto Arbasino non era, affatto, quello di raccontare un’epoca attraverso i suoi simboli trash, quello di Calabrò è, ancora una volta, eguale a quello dello stesso di Arbasino: farsi testimone. E in questo ci riesce. Trova la sua Satisfacion.
