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“SONO SOLO CANZONETTE!” AL PARI DI “ABRONZATISSIMA”, ANCHE “FACCETTA NERA È LEGATA AD UNA STAGIONE

Un paradosso italiano!” l’ha definito la scrittrice italiana, d’origine somala, Igiaba Scego, autrice de “La mia casa è dove sono” (2010) e “Cassandra a Mogadiscio” (2023).

Il paradosso

Il paradosso consisterebbe nel ricordare il regime fascista attraverso una canzone che quel regime non rivendicava, anzi detestava. Nonostante, in quegli anni si assistesse a un’accelerazione del progetto di conquista del “posto al sole”, il Duce in persona aveva persino provato a farla bandire, in quanto inneggiante all’amore interrazziale e al meticciamento che ne sarebbe derivato, in seno a una debole, ma arrogante, nazione coloniale che stava per autoproclamarsi Impero (9 maggio 1936); ciò pure in previsione, forse, delle imminenti, improvvide leggi razziali (1938), le quali avrebbero contrassegnato il tramonto di quello che, da allora in poi, divenne per molti il “deprecato ventennio”, per altri “Quando c’era lui…”.

L’ostracismo nei confronti della musica

Un ostracismo, questo, negli ultimi ottant’anni, riservato pure alla musichetta d’accompagnamento al canto goliardico d’addio agli universitari di Torino, composta da Giuseppe Blanc, nel 1909 allievo del Liceo musicale, col titolo di “Commiato”, e poi divenuta ufficialmente “Giovinezza” (era, per caso, fascista pure la ballata in ottonari di Lorenzo de’ Medici, “Canzona di Bacco”: “Quant’è bella …,/ che si fugge tuttavia!”?), oppure allo stesso Puccini dell’Inno a Roma che, nel 1918, riprende il Carmen saeculare di Orazio, nella libera traduzione di Fausto Salvatori: “Sole che sorgi libero e giocondo/ sul colle nostro i tuoi cavalli doma;/ tu non vedrai nessuna cosa al mondo/ maggior di Roma…”.

L’intervento del Min- Cul- Pop

Più volte, il Min- Cul- Pop (Ministero della Cultura Popolare) pretese di modificare il testo in vernacolo di “Faccetta nera”, non solo per eliminare tutte le parole e le inflessioni dialettali («Quanno saremo/ insieme a te/ noi te daremo/ ‘n’antra legge/ e ‘n’altro re»), ma soprattutto per renderlo meno tollerante e scherzoso, finendo così con l’alterarne notevolmente l’intenzione originale di significato.

I pregiudizi razziali dell’epoca

Il senso troppo spiritoso di alcune espressioni, e la definizione data a una ragazza etiope di “romana”, erano in evidente contrasto con i pregiudizi razziali dell’epoca, e poi sottintendevano un’acquisizione di “diritti di cittadinanza” che non si potevano riconoscere certo a chi ancora doveva essere “conquistato”.

Faccetta Bianca

Il fatto che un po’ tutti la cantassero, poi, perché orecchiabile, indusse, per contrasto, reazioni di forzoso “sbiancamento” sulle medesime note, con una nuova versione dalla stessa metrica: «Non voglio più cantar faccetta nera/ Non voglio più sentir bella abissina/ perché la donna nostra è più carina/ e piena di ogni pregio e qualitàFaccetta nera per carità!…/ solo la bianca è la regina di beltà».

Il Fascismo al tramonto

Sembra quasi un’anticipazione del lamentoso inno di Castellacci di quando, nel 1944, il Fascismo era ormai al tramonto: «Le donne non ci vogliono più bene/ perché portiamo la camicia nera./ Hanno detto che siamo da catene,/ hanno detto che siamo da galera./ L’amore coi fascisti non conviene… ».

I diritti delle donne

Forse, il vero problema è che, a quei tempi (“Quando c’era lui…”), di diritti ne avevano ben pochi anche le donne italiane, confinate al focolare domestico, quali mogli e madri, ed emarginate, quasi del tutto, dal mondo del lavoro regolarmente retribuito. Come meravigliarsi che le ancora potenziali “suddite africane” potessero correre il rischio sistematico di subire persino maggiori umilianti costrizioni?

Adua

Dato il successo della simpatica marcetta, Mussolini si sarebbe dovuto accontentare di censurarla solo in parte, per cui “Faccetta nera” non fu più «sorella a noi» né «bella italiana». Ma quel verso «vendicheremo noi sullo straniero/ i morti d’Adua e liberamo a te», non poteva assolutamente venire consentito, neppure profferito nel dialetto della capitale, perché rinvangava la terribile disfatta del 1896, ad Adua (in tigrino Adwa; da Adi Awa, ossia “Villaggio degli Awa“), da parte del negus neghesti (“re dei re”) Menelik II, duecentoventitreesimo discendente del figlio della Regina di Saba (almeno secondo il Kebra Nagast, o libro della ‘Gloria dei Re’).

Sulla strada da Gondar al Mar Rosso

Situata nella Zona di Mehakelegnaw, appartenente alla più settentrionale delle dieci regioni (kililoč) dell’Etiopia, o Tigrè, a occidente della regione degli Afar, come ebbe ad annotare l’esploratore scozzese James Bruce, occupa «un territorio piano attraverso il quale deve passare chiunque sia diretto da Gondar [antica capitale imperiale] verso il Mar Rosso» (“Travels to discover the source of the Nile”, 1790).

La pena subita dagli eritrei collaborazionisti catturati

Presso un grande albero ai margini della città, il vittorioso imperatore etiope giudicò gli eritrei catturati, suoi nemici perché facevano parte dell’esercito coloniale italiano, condannando i prigionieri all’amputazione della mano destra e del piede sinistro. La sconfitta ad Adua faceva seguito a quella nella battaglia dell’Amba Alagi dell’anno precedente e alla resa del presidio di Macallè.

Dogali

Anche nove anni prima, nel 1887, a Dogali, in Eritrea, erano state ingenti le perdite inflitte dagli abissini guidati da Ras Alula Engida, fedelissimo del predecessore di Menelik II, il Negus Yōhānnis IV.

Amba Aradam

In seguito, succederà di far assurgere a emblematico modo di dire la memoria d’una cruenta battaglia del 1936, in Etiopia, sull’altopiano dell’Amba Aradam, dove le truppe mercenarie locali passando più volte da una fazione all’altra, a seconda della cifra offerta, generarono tale confusione da farne divenire proverbiale la semplice citazione: «un Ambaradan».

Un trattato truffaldino

Pur conservando la colonia Eritrea, il Regno sabaudo dovette riconoscere la piena indipendenza dell’Etiopia, abrogando il trattato di Uccialli, in base al quale (ma solo nella versione in lingua italiana dell’articolo 17) il Negus delegava al governo di Roma tutte le sue attività in politica estera, rendendosi così di fatto un “protettorato” italiano.

La vita è comica presa sul serio

Musicata da Mario Ruccione, – che tredici anni dopo avrebbe composto “Vecchia Roma” (sotto la luna nun canti più…) -, orecchiando però il ritornello «La vita è comica presa sul serio, perciò prendiamola come la va…» dell’attore Gustavo Cacini, era stata scritta in romanesco da Renato Micheli allo scopo di partecipare a un festival locale del 1935: «Si mo’ dall’artipiano guardi er mare,/ moretta che sei schiava fra le schiave,/ vedrai come in un sogno tante nave/ e un tricolore sventolà pe’ te!».

Formale abolizione della schiavitù

Il testo originale è senz’altro impregnato di ipocrita propaganda di regime, relativa alla schiavitù, allora comune su buona parte della popolazione abissina, divulgata però con il recondito intento di giustificare l’intervento militare, in modo da assicurare quel tanto agognato “posto al sole” promesso e difficile da ottenere in altri territori, visto che, già nel 1878, le altre potenze occidentali europee, avevano rivendicato più della metà del territorio mondiale, giungendo nel 1914 a controllarne più dei tre quarti, sotto forma di colonie, protettorati, possedimenti, domini, oppure con la formula britannica del commonwealth. Era come se, alla fine del XIX secolo, quasi tutta l’Africa fosse stata spartita.

Una globalizzazione ante litteram

Questo imperialismo nasceva dalla necessità d’una sorta di globalizzazione ante litteram, grazie all’apertura di nuovi mercati per rafforzare l’industria e il commercio internazionale, ma anche allo scopo d’assicurarsi fonti di materie prime.

Una colonizzazione per gradi

L’inizio d’un “primocolonialismo italiano è molto precoce, poiché incomincia nel 1869, a pochi anni di distanza dalla controversa unità del Regno sotto la corona sabauda, e con un’operazione di copertura che, con l’acquisto della Baia di Assab, nel corno d’Africa, da parte della società Rubattino (sì, proprio quella dei piroscafi, Piemonte e Lombardo, partiti da Quarto alla volta di Marsala), nascondeva il sottaciuto incarico governativo d’accaparrarsi un punto strategico all’indomani dell’apertura del Canale di Suez (al-Suways). L’occupazione dell’Eritrea avvenne quasi vent’anni dopo, nel 1890; mentre la Somalia, dapprima protettorato dal 1889, divenne colonia solo nel 1905.

Secondo colonialismo italiano

La seconda fase del colonialismo italiano si ebbe in seguito alla guerra italo-turca (1911-1912), mediante la quale, oltre alle isole del Dodecanneso, vennero acquisiti i possedimenti ottomani della Tripolitania e della Cirenaica che costituivano lo scopo recondito del conflitto con un impero mediorientale in marcato disfacimento.

Un’ulteriore guerra di “liberazione”

L’impegno bellico in Etiopia, in preparazione già da qualche anno, non venne quasi mai presentato come “guerra di conquista”, semmai quale campagna di “liberazione” dalla schiavitù. Furono per questo mobilitati perfino i giornali satirici, come Il travaso delle idee, che si raffigurava  pieno di immagini di poveri etiopi in catene.

Una preda da fumetto

Molti hanno quindi stigmatizzato quella descrizione quasi “fumettistica” di africanelle e cioccolatine, che presenta la popolazione femminile dell’equatore quale ambita “preda” esotica, in un modo quasi surrettizio per instillare nell’immaginario collettivo italiano un’idea di disponibilità della donna di colore, anche se non esplicitamente offensiva verso i suoi tratti somatici.

Una tematica maschilista

Secondo questa lettura, allora, “Faccetta nera” va oltre il razzismo per proporsi soprattutto sessista, poiché, dietro la finzione della liberazione, nasconde il desiderio di vivere un’avventura sessuale. In tal modo, assume ben altro significato l’affermazione: “La legge nostra è schiavitù d’amore”, un tema però che si presta anche a un’interpretazione “romantica”, o meglio forse decadente, vista la diffusione in altri testi dell’epoca, come appunto Africanella o Pupetta mora (Africanina).

L’Aida

Ma, a questo punto, che dire dell’Aida di Verdi, che, sebbene più raffinata e colta, ripropone quella redenzione negata pure all’europea Traviata, e a chi si rende, o assurge, a una condizione di “oggetto di desiderio”?

Il chedivè Isma’il Pascià

L’opera ispirata da La Dame aux camélias tende a descrivere un ambiente sociale bigotto che ostenta gli atteggiamenti propri d’un ceto che vorrebbe elevarsi attraverso la corruzione, mentre quella voluta dal chedivè Isma’il Pascià e dal fondatore del Museo del Cairo, il francese Auguste F. Mariette, è un ambizioso progetto politico-ideologico “strictement égyptien”, edulcorato dalle intenzioni culturali, in cui la suggestione narrativa di Camille du Locle, il direttore dell’Opéra di Parigi, rimaneggiata da Antonio Ghislanzoni, il librettista di Verdi, può arrivare a imprimere imprevedibili o insperabili possibilità di senso ed energie di mutamento, presumibilmente sollecitate più dalle aspirazioni, individuali e collettive, (come quella alla modernizzazione d’un paese che vorrebbe rapportarsi direttamente all’Europa) che dal contesto, l’occasione cioè delle manifestazioni per l’inaugurazione del Canale di Suez.

Le aspirazioni di Raffaele Rubattino

Con l’apertura di questo tanto celebrato Canale, la linea quindicinale per Alessandria d’Egitto e Port Said della società di navigazione di Raffaele Rubattino, il quale poteva rivendicare il non trascurabile ruolo rivestito in passaggi fondamentali del Risorgimento, venne ulteriormente sovvenzionata dal governo italiano. Nella logica dello scambio politico, d’altronde, Rubattino s’era già reso passivo strumento della monarchia sabauda e, per continuare a tutelare i propri interessi presso i centri del potere politico, aprì un ufficio di rappresentanza accanto alla Camera dei deputati, dove peraltro fu eletto nel 1876.

Un compromesso di interessi

A permettergli di riprendersi alla grande dopo la disastrosa liquidazione della sua società, la cui amministrazione era finita in mano alla Banca Nazionale, sarebbero state proprio le ben note vicende unitarie, tra cui la sventurata impresa di Pisacane e la più fortunata spedizione in Sicilia. Facendo appello alle vecchie amicizie nel neonato Regno mediterraneo, si ritrovò a gestire un’elevata concentrazione di linee marittime, e non solo per la Sardegna e l’arcipelago toscano, ma anche per l’Egitto, le Indie occidentali e orientali (Batavia), fino a Singapore. Da qui la convenienza di possedere una base sicura lungo quel tragitto, per farne un deposito di carbone, e della disponibilità nei confronti della baia di Assab, di cui si sarebbe dovuto assumere, almeno ufficialmente, la proprietà.

Unità d’Italia: nascita di “due” colonie!

Ancora nessuna potenza europea aveva messo piede su quel litorale in mano a piccoli sultanati locali, solo formalmente dipendenti dal dominante Sultanato Anfari dell’Aussa, ovvero del popolo Afar, al quale gli altri governanti Afar, in apparenza, riconoscevano il primato sull’Abissinia orientale, fino all’area confinante con il Gibuti, estremità meridionale del Mar Rosso, presso lo stretto di Bab el-Mandeb. Nonostante fosse ritenuto il capo “nominale” di tutte le tribù Danakil della costa eritrea, geograficamente appartenente all’Abissinia, su quello stesso litorale, e fino al somalo Capo Guardafuii, avanzava pretese pure il Chedivè d’Egitto.

«A questo angolo di mondo, conteso tra quattro paesi e divenuto di colpo, con l’apertura del canale di Suez, uno degli scacchieri più delicati del globo, – scrive Angelo Del Boca, in Gli italiani in Africa orientale. Vol. 1: Dall’unità alla marcia su Roma, 1976 – p. 36) – si affaccia, il 15 novembre 1869 il professor Giuseppe Sapéto.  Non più in veste di diplomatico dilettante e sfortunato in cerca di miniere inesistenti o di un ladro di incunaboli, ma con l’incarico ufficiale (anche se ingenuamente mascherato) di acquisire all’Italia una testa di ponte in Africa, il suo primo lembo di colonia».

Missione segreta

Assieme al contrammiraglio Guglielmo Acton, passato alla Regia Marina italiana dopo la caduta di Napoli, il quale agiva in incognito, Sapéto partì per il Cairo, giusto in contemporanea ai festeggiamenti per l’inaugurazione del Canale, ma con il precipuo compito, e responsabilità, di “scegliere il luogo più conveniente, sotto l’aspetto militare e commerciale, a stabilimento di colonia”.

Giunti ad Aden, appresero la falsa notizia che la costa araba di al-Baḥr al-Aḥmar (Mar Rosso) se l’erano già accaparrata gli Inglesi, o almeno questo volevano loro che si intendesse, e scartarono anche l’ipotesi d’una occupazione del vicino litorale meridionale affacciato sull’oceano indiano, di cui invece s’era realmente impossessata una compagnia francese.

La scelta di Assab

A bordo d’un’imbarcazione a un solo albero con vela latina (saiah araba), si diressero allora verso la costa africana del Mar Rosso; ed evitando le isole Doumeira, a nord-est di Gibuti, per via dei fondali troppo bassi, presero maggiormente in considerazione la baia di Assab. Nel suo volume “Assab e i suoi crìtici” (1879), Sapéto avrebbe annotato che si tratta della parte dell’Abissinia “dove scorre miele e latte”.

La scelta di Assab veniva giustificata dalla sua vicinanza allo stretto di Bab el-Mandeb e dal facile approdo indicato dall’isola elevata di Sennabiar e da quei monti tagliati a sella che da lontano è come se additassero il capo Lumah; dalla possibilità inoltre di comunicare con gli empori di Mokha e di Hodeida, nello Jemen, nel corso dei due monsoni; e infine dalla “attitudine sua a diventare, come già fu nell’alta antichità, l’emporio dell’Arabia e dell’Abissinia, potendovi far capo le carovane che ora vengono a Massaua, Ras Bailul, Raheita, Tagerrah e a Zeila”.

La stagione dell’imperialismo europeo

Subito dopo il Congresso di Berlino del 1878, che aprì ufficialmente la stagione dell’imperialismo europeo, Rubattino finanziò il libro di Sapéto su quel territorio (Assab e i suoi critici, 1879), avviando una linea di collegamento con il Mar Rosso, anche per beneficiare dell’intenso traffico di pellegrini diretti alla Mecca.

Mezzo secolo dopo s’assiste all’accelerazione di quel medesimo progetto coloniale. E la smania del Duce che ambisce al suo posto al sole, per ottenerlo deve convincere i maschi  italiani a combattere per la causa dell’Impero, ricorrendo persino alle più subdole delle lusinghe.

Morettina ti porto in Italia

Così la rappresentazione estetica della “bella” etiope è presente anche in “Ti porto in Italia” (O Morettina) di Rastelli e Olivieri: «Ho trovato sul lago di Tana una bella moretta/ che Dede si chiama, che m’ama e m’adora:/ la porto in Italia, la porto in Italia!/ ora è povera e nuda ma quando sarà al mio paese/ la voglio vestire da bella signoraMorettina và nella capanna, và a dire alla mamma/ se vuole lasciarti venire in Italia… potrai assaggiare le pizze, le vongole ed il panetton!».

La funzione simbolica della canzone

Il passato intento coloniale fu talmente simbolico da venire subito  immortalato nella toponomastica con intestazioni di piazze, strade, corsi e vie a esso dedicate, e in particolare a Roma in un intero quartiere, non a caso, chiamato “africano”, o ancora da altre canzoni dell’epoca come quella intitolata a “Macallè” («Là nell’arsa terra del Tigré/ Nel tramonto del gran sole d’or,/ solitario, il forte Macallè/ pieno di ricordi sorge ancor!»), al Lago che ha per emissario il Nilo azzurro («Sul lago Tana/ quando la notte s’avvicina/ si fa il saluto alla romana/ per chi combatte e per chi muor./ Sul lago Tana/ nell’ombra dolce della sera/ senti cantar “Faccetta Nera”»), o al “Tigrai” («“Signore Tu,/ che vedi tutto di lassù,/ fa che doman/ finisca questa schiavitù”/ Vanno le Carovane del Tigrai …»).

Abolizione della schiavitù

L’abolizione della schiavitù fu, tuttavia, uno dei primi provvedimenti presi dal governo coloniale italiano in Etiopia (bando di Emilio De Bono del 14 ottobre 1935). Nonostante, infatti, tutti i regimi coloniali avessero praticamente imposto l’abolizione della schiavitù, nel continente africano quest’odioso commercio continuava, tuttavia, giusto in paesi come l’Etiopia, che lo proibì, almeno formalmente, solo nel 1932.

La rappresentanza emotiva della politica

Se, come sostiene lo storico Stefano Pivato, “il canto costituisce una delle forme più significative della rappresentanza emotiva e simbolica della politica” (“Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia”, 2005 – p. VII), i luoghi simbolo della campagna d’Etiopia, come l’Amba Alagi, il Lago Tana, o il Tigrè, si prestarono a offrire anche sul piano musicale un’azione di supporto all’iniziativa militare.

Radio e cinema, strumenti di propaganda

Del resto, il fascismo ha ben saputo utilizzare tutti i mass media allora a disposizione come strumenti di propaganda: la radio, lanciata appena due anni dopo la marcia su Roma (1924), il cinema, con il sostegno, a partire dal ’32, alla Mostra di Venezia (e poi con la nascita di Cinecittà, l’Hollywood sul Tevere, quattro anni dopo), e, appunto, la musica (Io ti saluto! Vado in Abissinia/ cara Virginia ma tornerò/ Appena giunto nell’accampamento/ dal reggimento ti scriverò…), han sostenuto con vigore le iniziative del governo Mussolini e pertanto anche la guerra in Africa Orientale.

Collodi nepote

Perfino il nipote del più famoso Carlo “Collodi”, ossia Paolo Lorenzini, provò a ingentilire le intenzioni della scura Milizia in una poetica visione della fascistissima,  virile e tanto esibita divisa: “O rondinella, camicina nera,/ che coi soldati stai spiegando l’ale/ e, come loro, canti questa sera/ nel tuo partir per l’Africa Orientale…”.

La missione civilizzatrice

Rispetto ad altre campagne militari intraprese dal regime, – per esempio, la guerra civile spagnola, a cui il repertorio di Ferdinando Crivelli dedica una sola scontata “¡Arriba España!” (contro: La canzone dell’Africa, Ti saluto, vado in Abissinia, Macallè, Topolino va in Abissinia, Adua, ecc.) -, questo gran numero di canzoni, scritte appositamente per l’impresa d’Etiopia, ne testimonia il fortissimo valore simbolico assunto nell’immaginario d’un popolo sino ad allora abituato a espatriare da emigrante e ora autopromossosi “civilizzatore” e “spartachista” liberatore di schiavi.

Anna Fougez

E, infatti, quando “Faccetta nera” viene proposta al cinema-teatro Quattro Fontane dalla compagnia di Anna Fougez, in scena si trova una negretta in catene che viene liberata, e ricoperta con una camicia nera, dall’attrice cantante pugliese, addobbata da personificazione dell’Italia.

L’esaltazione d’una tale missione “civilizzatrice”, avrebbe potuto, comunque, edulcorare la pratica del “madamato”, con cui le ragazze di colore, in realtà, venivano ridotte a concubine, se non proprio abusate sessualmente dai militari italiani?

L’erotizzazione dell’impresa

Sull’inconscio del maschio italiano s’andava insinuando una sorta d’«erotizzazione» di questa impresa colonizzatrice d’una terra “vergine”, e disponibile, da esplorare, e “penetrare”, letteralmente, e infine possedere attraverso una comunione, ambiguamente fraterna, e tuttavia “carnale”, con le donne del posto appena liberate e presumibilmente di questo affrancamento palesemente riconoscenti?

La gratitudine dei maschi liberati era probabilmente meno ambita da una compagine “virile” che voleva dimostrarsi altrettanto vittoriosa e competitiva sul campo di battaglia come in quello sessuale. Questa “disponibilità” la si traduceva quindi, spesso, nel possesso fisico delle donne, non necessariamente con  veri e propri stupri, bensì attraverso il concubinaggio, o matrimoni di comodo, già attestati in Europa, come la consolidata formula del matrimonium ad morganaticam – dall’antico gotico morgjan, limitare, oppure in riferimento al “dono del mattino”, il longobardo morgengabio (dal tedesco medievale Morgangeba), molto diffuso tra persone di diverso rango sociale, che impedisce il passaggio di titoli e privilegi al consorte di rango inferiore.

Nigra sum, sed formosa

Uno stereotipo maschilista di idealizzazione di figure erotiche iper-sessualizzate non era certo una novità, essendo di molto antecedente al regime, anzi si può dire che il mito della “Venere nera” sia talmente radicato nell’immaginario collettivo maschile da potersi ricollegare al verso biblico del Cantico dei cantici (1, 5), che scandisce tutta la sequenza delle popolari Madonne Nere: «μέλαινά εἰμι καὶ καλή θυγατέρες» (Nigra sum, sed formosa)”.

Femina somala… del Benadir

Il libro di Gino Mitrano Sani “Femina somala: Romanzo coloniale del Benadir” (1933), ambientato nella regione con capoluogo Mogadiscio, narra le vicende del capitano italiano Andriani diviso tra la “madama” Macaja (Elo) la Migiurtina (la Migiurtinia sta a Nord della regione) e la spia tedesca Meta Bauer, di cui poi si innamora. Due pesi due misure, perché “Elo non è un essere, è una cosa […] che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

La scura vestale tra i Lari tropicali

Pur se le sue parole sprezzanti volevano avere un senso quasi tranquillizzante, perché disimpegnato, il protagonista non mostra nessuna tenerezza verso la sua Elo, “la scura vestale tra i Lari tropicali del forte sorto in quel lembo dell’Africa italiana”. “Nessun tenerume molle, nessun pervertimento psichico, ché Ettore Andriani era un forte e sapeva comandare a se stesso”.

Un cane fedele

Elo, il viso nelle palme, faceva pensare a quei cani fedeli che muoiono sulla fossa del padrone”. E Andriani “non poteva, però, scacciare il senso penoso pel distacco dalla fanciulla, e non se ne vergognava. Era quello il senso triste che si ha quando si lasciano cose con cui s’è vissuto, il senso triste che non è solo per le persone ma anche per i luoghi e le cose. Purtuttavia sentiva che quella sensazione angosciosa era un qualcosa di diverso ed a cagione della sua piccola nera”.

In ossequio al giorno del loro incontro

Elo sembra quasi fuoriuscita dalla penna di Daniel Defoe (“The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe”, 1719), alla medesima stregua di Xury o Venerdì. Defoe, probabilmente per la necessità di pagare i debiti, si diede a sperimentare una forma di prosa (il romanzo moderno), in cui la figura d’uno o più personaggi, insieme con il loro destino, si situano al centro della narrazione, in cui si rispettano determinati criteri di coerenza e verosimiglianza, al fine di farla passare per storia vera, quasi si trattasse d’un memoriale o d’un’autobiografia, con l’intenzione però di renderla tanto più appetibile al lettore.

Un sensazionalismo non disgiunto all’attendibilità

Non sappiamo quali furono le effettive motivazioni di Gino Mitrano Sani, ma possiamo supporre che anch’egli disperdesse volutamente i propri propositi (poco) edificanti in quella miscela di realtà rafforzata da un sensazionalismo non disgiunto dall’attendibilità.

Il sovrasenso morale

In Teoria del romanzo (2011 – p. 203), Guido Mazzoni nota come a uno scrittore profondamente influenzato dal puritanesimo, quale era Defoe, il «sovrasenso morale non impedisce che il mondo rappresentato sia pieno di azioni sconvenienti. Fin dal Lazarillo de Tormes, il personaggio irregolare occupa il centro del testo e attrae il lettore: le prefazioni edificanti, la giustizia poetica e l’autocorrezione dell’eroe non cancellano il fascino del comportamento trasgressivo».

Alexander Selkirk e i bucanieri

Di sicuro, possiamo dire che la messa in scena di Defoe ebbe successo, nel mescolare alla finzione i “fatti veri” relativi alla vicenda dell’indisciplinato marinaio Alexander Selkirk, che, dapprima unitosi ai bucanieri agli ordini di William Dampier, fu lasciato su un’isola deserta dell’arcipelago Juan Fernández, e qui recuperato dal corsaro Woodes Rogers. A questa probabile ispirazione, quello che viene considerato il padre del romanzo inglese, verosimilmente, unì ulteriori, e generose, dosi di invenzione letteraria.

La missione Esotica degli scrittori fissata dal Duce

Nel caso di Gino Mitrano Sani, un “sovrasenso morale” lo si potrebbe ricondurre all’invito di Mussolini, firmato nel 1926 sulle pagine della rivista Esotica, con il titolo La missione degli scrittori fissata dal Duce: «Qual è dunque il vostro compito? Il compito di coloro che creano. Bisogna che tutti gli scrittori siano i portatori del nuovo tipo di civiltà italiano. Spetta agli scrittori di fare quello che si può chiamare “imperialismo spirituale”. Bisogna lavorare dentro di sé, rodersi dentro di sé, produrre qualche cosa di nuovo, perché abbia il sigillo del nostro tempo. Portare che cosa? La conoscenza del nuovo Stato italiano, come l’ha fatto la guerra e come lo sta facendo la rivoluzione fascista».

Gruppo d’azione per servire il Romanzo

Pur non appartenendo al «Gruppo d’azione per servire il Romanzo italiano in Italia ed all’estero» (1928) dei «Dieci romanzieri italiani et fascisti» di Filippo Tommaso Marinetti, Gino Mitrano Sani seguì le direttive esposte nel primo numero del periodico Esotica da Mario Dei Gaslini (Inizio e volontà dell’impero), con cui si    ribadiva di mantenere desta l’attenzione degli italiani sulle colonie e sui problemi a esse correlati.

Piccolo amore beduino

La storia semiautobiografica dello sfortunato amore tra una giovane beduina, Nica, e un ufficiale italiano in Tripolitania, nel tempo che precede la prima guerra mondiale, vinse il primo concorso per romanzo coloniale promosso dal governo fascista (1926). Fortemente segnato dal decadentismo di matrice dannunziana, s’intitolava Piccolo amore beduino, e il suo autore era, manco a dirlo, Mario Dei Gaslini.

Nello stesso periodo, comparivano, comunque, anche libri in parte estranei alla retorica fascista: nel 1928  Io, povero negro di Orio Vergani, nel 1934 Mal d’Africa di Riccardo Bacchelli, nel 1940 Vecchie storie d’oltremare di Guelfo Civinini.

Per inciso, alla pubblicazione di Femina somala, quella presenza di esplicite allusioni pruriginose contribuì a rendere molto popolare questa letteratura trasgressiva ed esotica, la quale, però, dopo la svolta razzista del 1938, che vietava le relazioni fra italiani e indigene, di colpo scomparve come nebbia al sole.

Già le tensioni con l’ambiente economico della comunità ebraica internazionale s’erano affacciate ai nazionalisti italiani all’epoca della guerra italo-turca, ma, con i Patti Lateranensi, stipulati nel quadro d’una conciliazione tra Stato e Chiesa, e perseguiti anche allo scopo di consolidare il consenso popolare al regime, si rimetteva in discussione la stessa posizione giuridica degli altri “culti ammessi”, seppur gerarchicamente inferiori. L’avvio poi d’una politica di tutela della razza, all’indomani delle conquiste coloniali, che mettevano a diretto contatto con la popolazione indigena, e il rischio d’una «contaminazione», sembrava quasi in contraddizione  con quella invece del potenziamento popolazionista. La concezione d’una superiorità della razza bianca su quella nera, tuttavia, non va attribuita tout court al fascismo, anche se in esso trovò terreno fertile per via delle smodate ambizioni coloniali in politica estera.

La piaga dell’emigrazione

Un primo periodo di espatrio da parte della popolazione italiana è immediatamente successivo all’Unità d’Italia. Tra il 1876 e il 1900 l’emigrazione interessò prevalentemente il settentrione; nei due decenni successivi il meridione, e non solo a causa della sovrappopolazione, e dell’insicurezza procurata dalla diffusa criminalità organizzata, bensì soprattutto della povertà, dovuta alla mancanza di terra da lavorare. In particolare, i contratti agricoli in uso non erano convenienti per gli agricoltori, spinti così alla ricerca di condizioni migliori altrove.

«I flussi migratori non seguono la bandiera, ma l’opportunità di lavoro e di miglioramento della propria condizione di vita. Gli emigranti italiani questa speranza la trovano nell’America del Nord e del Sud, in Francia. Anzi, paradossalmente preferirono emigrare nelle colonie africane delle altre potenze europee piuttosto che andare in quelle italiane».

Una “Völkerwanderung”

Una tale esperienza “oltremare” viene affrontata da Emanuele Ertola, con “In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero” (Laterza, Roma 2017), dove spiega quali erano i grandiosi piani del Duce per debellare la piaga dell’emigrazione italiana all’estero, inviando a popolare l’Etiopia quei milioni di fascisti che avrebbero dato vita a una società “ideale”, non solo dal punto di vista produttivo, ma forse anche in base alla “dottrina” della “purezza della razza”, quasi fosse una rinnovata e controllata “Völkerwanderung”.

Tra le varie forme ideologiche con cui è stato teorizzato e giustificato il razzismo, vi fu la nuova configurazione della razza su basi linguistiche, maturata allorché gli studi orientalistici portarono alla scoperta delle lingue del cosiddetto gruppo indogermanico e alla connessa ipotesi che alla loro origine fosse esistita un’unica popolazione ‘aria’ dalla quale sarebbero derivate, in combinazioni più o meno miste, le attuali popolazioni europee. A queste ipotesi etniche si ispiravano il francese Gobineau (Essai sur l’inégalité des races humaines, 1853-55) e H. S. Chamberlain, inglese germanizzato e genero di R. Wagner (Die Grundlagen des XIX. Jahrhunderts, 1899).

Il Progetto Lebensborn

All’uso arbitrario del concetto di selezione naturale, e a un’auto-valorizzazione della “propria” razza d’appartenenza, sono da connettere le prime proposte eugeniche, volte, al fine di mantenere incontaminate le caratteristiche superiori della razza, a sconsigliare una totale libertà di scelta sessuale. Per realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich sulla razza ariana, Heinrich Himmler avrebbe avviato il Progetto Lebensborn (Sorgente di Vita); ma non abbiamo prove d’un programma italiano che lo imitasse, a parte la benemerita Opera Nazionale Maternità e Infanzia.

La terza via

Sappiamo per certo che la propaganda del regime presentava il fascismo come “terza via” alternativa a capitalismo e comunismo, e pertanto propugnava la conformazione a ideali quali l’esaltazione della civiltà romana, l’eroismo, il patriottismo, il nazionalismo, il militarismo. Scopo principale era quello d’uniformare lo stile di vita degli italiani al modello sociale ed etico dettato dall’ideologia fascista, insistendo sulla necessità, come condizione necessaria per la realizzazione dell’Impero italiano, di formare un popolo numeroso e giovane. L’ideale di donna fascista pertanto doveva possedere una preparazione ginnica d’alto livello allo scopo d’offrire un fisico prestante e prolifico, in grado di mettere al mondo molti figli sani.

Il sottotesto nella musica

Escludendo in partenza «O russo e ‘a rossa» (1956), nel tornare alla rivendicazione “la donna nostra è più carina”, occorre soffermarsi sull’aleatorietà del titolo di “regina di beltà”?

E allora,/ con la bionda e con la nera,/ ogni sera, ogni sera/ me ne vado a passeggiar./ Alla faccia tua!” (L’hai voluto te, 1957).

E così continuare a porre anche altre domande.

Fino a che punto la musica può rappresentare un sottotesto intellegibile, volutamente intenzionale, e dichiaratamente schierato. Per anni, gli israeliani, presumibilmente non melomani, hanno bandito i brani di Wagner dalle loro sale da concerto; ed era forse questo a costituire la chiave del continuo successo di questo compositore romantico tra gli antisemiti di Bayreuth?

La funzione della musica come “sottotesto”, oltre che della tessitura contrappuntistica, del cromatismo, delle armonie, dell’orchestrazione, s’avvale della tecnica del leitmotiv, cioè dei temi ricorrenti, quale narrazione delle culture e dei luoghi, molto meno delle parole cantate che possono facilmente venire sostituite, a seconda dell’occasione.

I tormentoni

E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere/ Se poi è tanto difficile morire…” (Emozioni, 1970) costituisce istigazione al suicidio da parte di Mogol, autore del testo, o di Battisti che lo ha musicato, o viceversa, oppure di entrambi?

Nel 1954, la versione parodistica di Renato Carosone, con l’aggiunta del liberatorio “e a me che me ne importa?“, ripetuto alla fine d’ogni strofa di “…E la barca tornò sola”, serve a smorzare la tensione della retorica del tragico o è offensiva nei confronti del triste destino dei naufraghi?

Cosa ci dice dell’Italia degli anni ’60, o di quella di oggi, Abbronzatissima, oppure Sei diventata nera, se non che sono stati tra i primi “tormentoni” della storia e che ancora  sono riconoscibili come immediato simbolo della stagione estiva.

E che dire di “La chiamerò Cannella/ per il colore che ha…/ La pelle di Cannella/ impazzire mi fa… Ti metterò un guinzaglio” del 1967?

In tali casi il corpo è marrone scuro ed è al centro dell’interesse di chi canta e di chi ascolta. Se è anche bello, desiderato, ammiccante e inafferrabile, dà spettacolo di sé, ovunque si trovi e da qualunque angolatura lo si guardi. Chi vorrebbe soffermarsi, “ça va sans dire“, ad ammirare delle brutture, se non per soddisfare un’esigenza antiestetica di perversione dello spirito?

A che serve poi destrutturare un testo, nel momento in cui lo si può addirittura sostituire, sempre che gli accordi e gli arrangiamenti siano azzeccati?

Accanto a titoli colmi di retorica, in altri è possibile leggervi un certo qual tono quasi goliardico e magari un po’ scanzonato, del tutto privo d’un sottotesto volutamente denigratorio, ma probabilmente ricco di allusioni. La codifica, e decodifica, di quanto continuamente avviene nella finzione, come nella realtà, andrebbe correlata alla sua contestualizzazione, nel senso che si può, al di fuori dei lapsus freudiani, esprimere qualcosa che non si pensa o non si vuole dire, venendo per questo fraintesi, oppure non si riesce a farlo nel modo più adeguato ai tempi o alla cultura vigente.

L’omaggio di Edoardo Vianello e Carlo Rossi reso ai Tutsi (divenuti Watussi), “gli altissimi negri” (visti nei film degli anni ‘50 ispirati al romanzo “King Solomon’s Mines” di H. Rider Haggard del 1885) e, nel 1963, associati dalla rima (“Che ha inventato tanti balli…”) all’alligalli (italianizzazione di hully gully), era e resta  solo e semplicemente una melodia ben concepita, associata a facili e scherzosi giochi di parole assolutamente privi di retropensiero: “Ogni tre passi/ Facciamo sei metri… Noi siamo quelli che nell’equatore/ Vediamo per primi la luce del sole… Quando le donne stringiamo sul cuore/ Noi con le stelle parliamo d’amore… Alle giraffe guardiamo negli occhi/ Agli elefanti parliamo negli orecchi”.

Bongo bongo bongo” del 1947, appartenente al pop tradizionale americano (con il titolo “Civilization” è stata composta da Bob Hilliard e Carl Sigman), è una satira della società moderna cantata dal punto di vista d’un nativo congolese (per associare nella rima uno Stato dell’Africa centrale con lo strumento musicale a percussione), il quale riceve il pressante invito, da parte d’un saccente visitatore, a lasciare quel mondo selvaggio per trasferirsi da lui: “qui non state troppo bene/ molto meglio é la città”. Con educazione, ma seccamente, l’indigeno rifiuta, dicendo che ha già una vita piena, semplice ma piacevole, ed elenca i principali difetti di quella che viene prospettata come “civiltà”, a cominciare dal traffico rumoroso: “bingo bango bengo/ molte scuse ma non vengo/ io rimango qui/ no bono scarpe strette saponette/ treni e tassì/ ma con questa sveglia al collo/ star bene qui”.

È antisemitismo l’inserimento, ne “La classe degli asini” del 1949, del nome di battaglia dei ribelli Asmonei contro il seleucide Antioco IV Epìfane (“Signorina Maccabei/ venga fuori dica lei/ dove sono i Pirenei?”): “Professore io non lo so, lo dica lei”?

Mi permetto di concludere esprimendo una personale opinione circa la necessità di parlare di queste cose senza astio fondamentalista né pretendendo che tutto debba forzatamente risultare “politicamente corretto” ed educativo (e propedeutico a che cosa?) e, per restare strettamente collegato alla tematica musicale, lo faccio citando Edoardo Bennato: per dubbi e domande assillanti c’è sempre pronto qualcuno a disposizione e senza esitazione, invece “Io di risposte non ne ho…”.

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