Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
Con la decadenza dell’Impero Romano, ben tredici secoli separano le regioni meridionali, d’influenza bizantina, dalle altre divenute territorio longobardo, almeno fino alla formale riunificazione dell’intera penisola, se non oltre. Anche se, a voler approfondire, già prima la diversificazione delle realtà era sufficientemente evidente, tenendo conto del retaggio culturale megalo-elladico, e più genericamente orientale, tant’è che gli stessi principati longobardi che si andarono formando nel meridione ne risentirono fortemente, fino a recepire un po’ tutte le suggestioni costantinopolitane.
La circoscrizione suburbicaria e lo ‘scambio ineguale’
L’istituzione della circoscrizione suburbicaria, esente dall’onere del frumentum annonarium, aveva avuto una certa rilevanza politico-amministrativa, ma la differenziazione s’accentuò molto di più in seguito, con i Normanni e il regime feudale. Mentre al Nord si sperimentava la riformulazione delle Poleis greche nel modello dei Comuni, le divergenti economie produssero quello “scambio ineguale” che, rendendo subalterno il meridione, lo costrinse anche a una dipendenza culturale ed etico-sociale.
Latinizzazione e concordato
Il processo di latinizzazione ecclesiastica s’impose con l’avvento del millennio e un primo concordato fra Chiesa di Roma e Regnum Siciliae (1050-1140). In seguito ai Vespri del 1282, le posizioni ecclesiastiche nella vita civile si rafforzarono ulteriormente.
La presenza della Chiesa greco-ortodossa, i legami con l’Oriente cristiano, la rivalità delle fedi musulmana ed ebraica tenevano in scacco la preminenza cattolico-romana.
La cultura ebraica
Comunità israelite erano distribuite nei centri commerciali più rinomati, soprattutto per incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta; e, solo con gli Angioini, nella seconda metà del XIII secolo, gli ebrei incontrarono delle difficoltà sempre maggiori sino all’espulsione.
Scambi culturali negli studi biblici si possono dedurre da quell’edizione a stampa, da parte di Abraham ben Gaston, a Reggio Calabria, del Commentarius in Pentateuchum di Rabbi Salomon Jarco, in caratteri israelitici, appena un quarto di secolo dopo lo stesso Gutenberg. Tre anni più tardi un suo correligionario, Salomone di Manfredonia, impiantava un’altra tipografia a Cosenza.
L’ortodossia orientale
Circa i rapporti con l’ortodossia orientale, basta ricordare come i successori di Gregorio Magno (ca. 540-604) si siano mantenuti su posizioni diplomatiche difensive del loro Patrimonium Petri. Nelle contese teologiche, riusciva a prendere il sopravvento Bisanzio, con l’esplicito invito all’emancipazione da Roma e alla pratica dell’autocefalia ecclesiastica. E, in proposito, va rilevato come il rito greco, per esempio nel monastero di San Bartolomeo di Trigona (Sant’ Eufemia d’ Aspromonte), venne accantonato solo nel 1748, ben oltre la data del 1573, quella cioè della definitiva latinizzazione dell’ultima diocesi ufficialmente rimasta fedele al patriarca di Costantinopoli.
L’Iconoclastia
Durante il periodo dell’Iconoclastia, molti meridionali “greci” affrontarono il martirio a motivo della loro resistenza. Sotto Costantino Copronimo (741-775), in Sicilia il Patrizio Antioco (766) e il Vescovo di Catania Giacomo, proprio per la permanenza nella fede iconofila, subirono la morte per fame e per sete; al tempo di Michele Traulo (820-829), il siracusano Metodio rimase rinchiuso per sei anni interi in un ipogeo, accanto ai cadaveri ivi sepolti. Con il perpetuarsi di quelle terribili persecuzioni, nel X secolo, finì per rimanere un solo “Vescovo di Sicilia”, Leone (925), da che erano quattordici, e, dopo circa 43 anni, Ippolito (968), al posto dei due metropoliti, quello di Catania e di Siracusa.
Papi meridionali
In seguito alla deportazione di papa Martino I (649-653) nel Chersoneso, tra la fine del secolo VII e la metà dell’VIII, s’ebbe una ripresa del papato e molti sommi pontefici provennero dal meridione, da S. Agatone di Palermo (678-682) a S. Leone II (682-683), proveniente dalla Vallis Salinarum (odierna Piana di Gioia Tauro), da Giovanni VII di Rossano (705-707) a S. Zaccaria di Santa Severina (741-752), a Stefano III, o IV (secondo la diversa numerazione) da Siracusa (768-771).
“Filioque”
Questa ripresa culminò con l’introduzione del “Filioque” nella configurazione della Trinità.
Se lo Spirito Santo non procedeva soltanto dal Padre, figura originaria della divinità, come voleva la Chiesa orientale, ma anche dal Figlio, messo sullo stesso piano del Padre nella struttura trinitaria, l’atteggiamento assunto a partire dall’867 dal patriarca di Costantinopoli contro il Filioque non poteva che essere considerato intollerabile, per cui, alla fine, papa Benedetto VIII acconsentì nel 1012 alla definitiva introduzione di quella clausola nella dottrina romana, che divenne così il preludio al risolutivo scisma del 1054.
“Nuovo” condizionamento “grecizzante”
La conquista franca dell’Italia longobarda, con la proclamazione di Carlo magno a sovrano d’un restaurato Impero Romano d’Occidente aveva consolidato le basi di quello che si poteva ormai definire lo Stato pontificio (680-825).
Tra il secolo IX e il X, il legame del meridione con Roma si affievolì per un ritorno in forza dei bizantini e un conseguente, relativo, nuovo condizionamento “grecizzante”, tanto da far ritenere che proprio alla metà del secolo XI, l’ellenismo religioso avesse potuto raggiungere la sua più vasta estensione sulla penisola. Ma, tra la riforma gregoriana e la diffusione dei grandi, nuovi ordini religiosi nel secolo XII-XIII, la Chiesa latina riprese il controllo della vita morale nel Mezzogiorno. Comunque, la professione di fede e gli intrinseci valori religiosi ed etici non avrebbero rappresentato un blocco monolitico di quanto veramente sentito e vissuto, lasciando spazio a varietà di forme e di comportamenti, spesso indomabili.
Influenze straniere
Profondamente alterato dalla progressiva integrazione e assimilazione della popolazione servile della più varia origine, il precedente fondo etnico finì col costituire un corpo unico profondamente latinizzato. I successivi afflussi di elementi orientali e longobardi non avrebbero apportato modifiche “razziali” se non locali, delimitate, marginali, così come sarebbe avvenuto in seguito alle migrazioni di popolazioni balcaniche (quasi esclusivamente albanesi e greci), dinanzi alla conquista ottomana dei loro territori d’origine, nei secoli XIV-XVI. Pertanto, dal secolo VI, se ne risentirono i riflessi su costumi e aspetti culturali maggiormente che su gli usi onomastici, toponomastici, o genericamente linguistici [tipo i longobardismi (‘scirpiti’ cianfrusaglie, ‘faddali’ grembiule, ‘schina’ schiena), gli arabismi (‘gèbbia’ cisterna, ‘sciarra’ zuffa, ‘margiu’ terreno non zappato, terreno da pascolo), o gli elementi galloromanzi (tra i quali risultano poco distinguibili i primitivi normannismi da più tarde componenti angioine: ‘spìngula’ spilla, ‘trùscia’ fardello, ‘fumèri’ letame)].
Monachesimo basiliano
Considerevole la diffusione del monachesimo basiliano, e principalmente di tutta una serie di tradizioni e leggende, devozioni e culti (di “santi taumaturghi” – Antonio Abate, Ciro, Cosma e Damiano – le Madonne nere o diversamente appellate: Acheropita, Odegitria, Theotokos, ecc.) direttamente e storicamente derivati dall’Oriente cristiano, a cominciare dal trasporto degli stessi corpi dei patroni (Andrea ad Amalfi, Nicola a Bari, Matteo a Salerno) alle traslazioni di quadri, statue, reliquie.
La conoscenza del greco continuò a lungo ininterrotta, facilitando l’importazione di tesi teologiche e di temi spirituali più familiari al cristianesimo orientale. Si ricordino le dispute con S. Gregorio Palamas (1296-1359) di Bernardo Massari (1290-1348), detto anche Barlaam di Seminara (formatosi nel Monastero di S. Elia de Capasino, a Galatro), il dotto insegnante di greco di Petrarca e Boccaccio. Ciò fu di straordinaria importanza agli albori dell’Umanesimo, anche con l’acquisto di manoscritti di provenienza orientale, dall’Asclepio ai 17 logoi del Corpus Hermeticum, o Pimandro.
Iconografia della santità
Oltre al celibato, gli usi liturgici, gli strumenti cultuali, come i messali, l’abito e l’acconciatura, con la tipica barba, hanno reso familiare l’iconografia orientale riconsegnata ai mosaici e altre immagini, quali icone votive perenni. Caratteristiche formali che non si persero del tutto, persistendo insistentemente, a volte anche in maniera latente, ma contribuendo a dettare con determinazione quelle direzioni principali lungo le quali si va sviluppando la costruzione medesima della figura del santo, dal valenziano Vicent Ferrer (1350-1419), divenuto nel Quartiere Sanità, a Napoli, “ò Munacone”, a Francesco di Paola (1416-1507), fino a Padre Pio da Pietrelcina (1887-1968).
La trama episcopale del territorio
Alcuni dei tratti più singolari riguardarono le sedi metropolitane già istituite o di nuova istituzione; come per molti monasteri, conventi e abbazie, numerose furono dichiarate “immediate subiectae” a Roma, e quindi, in certo qual modo, avulse dalla trama episcopale del territorio; altri vescovadi divennero di presentazione, perché in pratica di nomina regia, con una commistione di poteri, civile ed ecclesiastico, fonte di varie implicazioni, ma soprattutto complicazioni. Tali differenze d’importanza arrivò a individuarle tra le mete meno ambite nelle carriere episcopali. E spesso fu necessario ricorrere a monaci per tale bisogna o chiamare da fuori gli aspiranti vescovi. Il cardinale Andrea Della Valle (1463-1534), per esempio, prima di ricevere la porpora (1517) da Leone X, tenne la diocesi di Crotone (1496), poi quella di Mileto (1508).
Diritto di patronato su chiese private
Altra specificità, riferibile anch’essa alla diaconia bizantina, fu una particolare diffusione di chiese private che svolse un ruolo primario in quella che divenne la ricostituzione sul territorio d’un tessuto ecclesiastico altrimenti distante, se non assente. La vecchia chiesa privata andò evolvendo verso il modello retto da un diritto di patronato, mentre Roma assunse il monopolio delle decisioni nell’istituzione delle strutture ecclesiastiche nel territorio, dando origine a una vera e propria rete di parrocchie.
L’influenza cluniacense
Alla latinizzazione s’affiancò l’influenza cluniacense sui monasteri. Brunone di Colonia (1030-1101), rifiutata la nomina episcopale, fonda la certosa di S. Stefano del Bosco, l’abate Gioacchino da Celico (ca. 1130-1202), “di spirito profetico dotato”, l’ordine Florense, a San Giovanni in Fiore, Guglielmo da Vercelli (1085-1142) il cenobio benedettino di Montevergine, Giovanni da Matera (ca. 1070-1139) l’eremo di Pulsano, presso Monte Sant’Angelo.
Il culto micaelico
L’agiografia ne avrebbe risentito, illanguidendosi nel tessuto latino, seppur rispettando quei rari luoghi prestigiosi di pellegrinaggio.
La “Via Sacra Langobardorum” fu così una variante della “Francigena”, il cui etimo proviene dal termine “franco”, cioè “libero”, aggettivo attribuito alle divinità della natura come Adone, Attis, Dionisio etc., con riferimento alla primavera; nella grotta di San Michele, sul Gargano, i Longobardi avrebbero riconosciuto il dio pagano Wodan-Odino, nelle fattezze dell’orientale Mitra, conservando però i caratteri prettamente occidentali nella diffusione del culto micaelico sui monti dedicati all’arcangelo e posti sulla stessa direttrice che collega a Gerusalemme. [Da nord: Skellig Michael o Great Skellig, al largo delle coste del Kerry, nell’Irlanda sud-occidentale; St. Michael’s Mount (Karrek Loos y’n Koos), in Cornovaglia (Inghilterra sud-occidentale); Mont Saint Michel, tra Normandia e Bretagna (nella Francia di nord-est), o “Mons Sancti Michaeli in periculo mari”, in quanto, come il precedente, isole tidali entrambe, formate dalla marea e collegate al continente da un tombolo, o cordone di sabbia; nei pressi di Puy-en-Velay, all’incrocio con il Camino di Santiago, Aiguilhe con il Rocher e relativa Chapelle, in cui l’arcangelo avrebbe sostituito il celtico Belanos; Sacra di San Michele sul monte Pirchiriano, all’imboccatura della Val di Susa; Eremo di Coli, o grotta di san Colombano (nei pressi di Bobbio). E, verso sud, il Monastero dell’Isola di Simi (nel Dodecaneso meridionale) e Monte Carmelo].
“Scostantinopolizzazione”
Mentre il Mezzogiorno s’inseriva, o reinseriva, nel contesto latino, questo era, a sua volta, agitato da profondi fermenti religiosi di rinnovamento. La partecipazione meridionale a questi fermenti appare modesta e, a parte sparute eccezioni, più forzatamente sollecitata che spontanea. “Latinizzazione” non equivale affatto a evangelizzazione, bensì a ricondurre da un certo modello cristiano, bizantino, a un altro, quello “romano cattolico”, entrambi non riducibili a una versione semplificabile né a una tipologia unica.
Eresie
Scarsa la diffusione delle grandi inquietudini ereticali del secolo XII e XIII, nel cui orizzonte non sembrano facilmente inquadrabili le spinte escatologiche del gioachimismo, benché facciano indubbiamente parte dei movimenti religiosi in cui anche le eresie rientrano. L’atteggiamento di ispirazione e di finalità venne addirittura strumentalizzato dalla Chiesa, e lo stesso Gioacchino da Fiore combatté le residuali sopravvivenze catare in Calabria, già avanzi del passato, di una fase ormai superata, nel mentre nuove eresie non riuscivano ad attecchirvi.
Il francescanesimo
Nel caso dei grandi Ordini mendicanti del secolo XIII, che realizzavano un tipo di insediamento religioso fortemente urbano, la risposta meridionale fu larga, innanzitutto per Francescani e Domenicani, che vi si diffusero rapidamente, grazie al fattore politico. Fortissimo fu infatti il legame che intrattenne la dinastia angioina con il francescanesimo. Decisive comunque sembrano essere state le profonde corrispondenze e marcate consonanze con aspettative, atteggiamenti e tendenze proprie della realtà morale meridionale, tanto che nel secolo XV, si giunse ad affermare: “omnes fratres minores volunt facere miracula” (!).
La spiccata predilezione per simboli e allegorie da parte di Gioacchino da Fiore non faceva che accentuare una predisposizione, tutta medievale e meridionale a un tempo, verso le corrispondenze magiche. La sua critica alla Chiesa storica non lede minimamente l’ossequio all’istituzione e alla comunità cristiana, un tratto questo ripreso dalla disciplina francescana, investendo le vicende interne dell’ordine sin dagli inizi.
Predicazione itinerante
Nel XV secolo, la prassi della predicazione itinerante degli Osservanti, come Roberto Caracciolo da Lecce (ca. 1425-1495), avrebbe ricevuto enorme accoglienza di massa, forse proprio per il ricorso a moduli comunicativi di tipo istrionico, con richiami all’esaudimento di profezie, mediante quella grande semplicità espressiva dalla particolare efficacia rappresentativa, e descrittiva.
I Minimi di Francesco da Paola
Dall’ambiente francescano proviene però pure l’esperienza di S. Francesco di Paola, a partenza da propensioni e atteggiamenti eremitici, tradotti successivamente nella pratica del cenobio dall’evidente semplicità ideologico-dottrinale. Il forte accento posto sulla carità cristiana, l’immaginoso tono della predicazione, assieme alle connotazioni penitenziali, che lo legano strettamente alla condizione etica e storica del Meridione, ottengono subito (1474) il riconoscimento di papa Sisto IV della Rovere (1414-1484) per la comunità da lui costituita. Diciannove anni più tardi, Alessandro VI Borgia (1431-1503) approva la prima Regola dell’ordine dei Minimi, seguendo il modello dei Frati Minori, eppur distaccandosene. Su questa base si sarebbe continuato a esprimere l’incontro francescanesimo religiosità popolare fino al più recente esempio di Padre Pio.
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