GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
«Non può essere accidentale che certe tracce quali i trionfi dei Tarocchi, i trovatori e l’eresia albigese esplosero tutti da radici provenzali, dove si dice che Maria Maddalena avesse trovato rifugio dalla persecuzione del 42 d. C.» – Margaret Starbird: The Tarot Trumps and the Holy Grail: Great Secrets of the Middle Ages (Wovenword 2000).
La prima vera e propria persecuzione (diógmos, διωγμὸς) contro i discepoli di Gesù ebbe luogo a Gerusalemme, almeno stando a quanto testimoniato dall’autore degli “Atti degli Apostoli” (Luca?), nel cap. 5 (17- 18: «Ἀναστὰς δὲ ὁ ἀρχιερεὺς καὶ πάντες οἱ σὺν αὐτῷ, ἡ οὖσα αἵρεσις τῶν Σαδδουκαίων, ἐπλήσθησαν ζήλου καὶ ἐπέβαλον τὰς ⸀χεῖρας ἐπὶ τοὺς ἀποστόλους καὶ ἔθεντο αὐτοὺς ἐν τηρήσει δημοσίᾳ.. ..» – Quando si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica…).
Il discorso tenuto nel Tempio da Pietro, che annunciava al popolo la resurrezione dei morti, irritò a tal punto i sacerdoti del Sinedrio, i sadducei e il prefetto, da ordinare di prenderlo e rinchiuderlo, intimandogli di non predicare più. Ma, mentre il Sinedrio processava gli apostoli, intervenne un misterioso personaggio, il cui nome ricollega queste vicende alla città di Gamala, citata pure da Barbusse (Les Judas de Jésus, 1927) e Bulgakov (Master i Margarita, 1966).
In loro favore, Gamaliele (il cui nome può indicare un senso di “ricompensa” da parte di El, come pure di sua provenienza dalla principale città del Golan) ricorda l’esempio “precedente” del ribelle messianico Teuda, ai tempi del procuratore romano Cuspio Fado, e pertanto ne perora la scarcerazione.
Dallo scarno racconto degli Atti non sembra che il fariseo appoggiasse la loro dottrina; piuttosto, ritenne che non costituissero un pericolo immediato: «…Se infatti questa teoria o questa attività è d’origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (Atti 5, 38-39).
Questo passo contiene un grossolano errore storico, che dà molto da pensare, in quanto Giuseppe Flavio data la rivolta di Teuda mezzo secolo dopo quella di Giuda il Galileo (o meglio il Gaulonita) insorta «al tempo del censimento», cioè, all’epoca della nascita del Cristo.
A Gamaliele viene poi attribuito, pseudo-epigraficamente, un apocrifo scritto in copto, come il Vangelo di Nicodemo o gli Atti di Pilato, fortemente antigiudaico.
Le prime persecuzioni
Un altro episodio ben più grave riguardava uno dei Sette “diaconi” (da διακονεῖν, “servire”, sottintendendo nelle veci dei Dodici, οἱ δώδεκα), Stefano, accusato d’esprimersi in senso contrario alla Legge ebraica e d’inveire nei confronti del Tempio; difatti, questo “servitore”, sostituto degli Apostoli, non venne semplicemente imprigionato e minacciato, bensì messo subito a morte mediante lapidazione, dopodiché “… In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria, tranne gli apostoli…” (cf. Atti 6, 8; 7, 54- 60; 8,1: « Ἐγένετο δὲ ἐν ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ διωγμὸς μέγας ἐπὶ τὴν ἐκκλησίαν τὴν ἐν Ἱεροσολύμοις· πάντες δὲ διεσπάρησαν κατὰ τὰς χώρας τῆς Ἰουδαίας καὶ Σαμαρείας πλὴν τῶν ἀποστόλων…»). Perché quel “πλὴν” (e non) gli apostoli?
La Samaria, situata tra la Galilea a nord e la Giudea a sud, s’estendeva per la sua maggior parte nel nord dell’odierna Cisgiordania; occupava cioè pressappoco il centro della Syria Iudaea (Giovanni 4: 4), prefettura della provincia romana di Siria creata nel 6 d. C. sul territorio del regno di Erode Archelao.
Alla morte di Erode il Grande, il suo regno era stato suddiviso tra Archelao (Giudea, Idumea e Samaria), Antipa (Galilea e Perea), mentre a Filippo (II) andarono Batanea, Traconitide, Auranitide e Gaulanitide e, infine, a Salome, sorella d’Erode, alcune delle città israelite (Jabneh, Azotas, Phaesalis e Askalon).
Sempre a Gerusalemme, nel 42 d. C., – poco prima dell’insurrezione di Teuda, all’epoca del procuratore Cuspio Fado -, fu poi la volta di Giacomo (il fratello di Giovanni, dunque figlio di Zebedeo e Salome, uno dei Boanerghes, Βοανηργές, Figli del tuono, detto il Maggiore, per distinguerlo dal figlio d’Alfeo), giustiziato per ordine d’Erode Agrippa, re di Giudea dal 39, nipote d’Erode il Grande, detto l’Ascalonita (Atti 12, 1-23: «Κατ’ἐκεῖνον δὲ τὸν καιρὸν ἐπέβαλεν Ἡρῴδης ὁ βασιλεὺς τὰς χεῖρας κακῶσαί τινας τῶν ἀπὸ τῆς ἐκκλησίας. ἀνεῖλεν δὲ Ἰάκωβον τὸν ἀδελφὸν Ἰωάννου μαχαίρῃ…» – In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni…).
Origine dei nomi
L’appellativo del personaggio di Maria Maddalena (Μαρία ἡ Μαγδαληνή, Maria di Magdala), in Luca (8, 2), letteralmente: “Μαρία ἡ καλουμένη Μαγδαληνή” (Maria “quella chiamata” Maddalena), serviva a distinguerla tra le tante “Marie” (di Nazareth, di Cleofa, la madre di Giacomo il Minore e Giuseppe, Salome moglie di Zebedeo e madre di Giacomo il Maggiore e Giovanni, ecc.- Di “Marie” Anna Katharina Emmerick ne nomina ben diciassette!); ma era effettivamente collegato alla sua provenienza (come nel caso di Maria di Nazareth – o di Gamala?), invece che al coniuge (di Cleofa), al padre (di Alfeo), o alla discendenza (di Giacomo e Giovanni), e non ancora ad attribuzione patrizia di dominio su determinate proprietà di famiglia?
Dopo la morte dei nobili genitori, a questa Maria non potrebbe essere stata assegnata la roccaforte di Magdala, sulle sponde del lago di Tiberiade, come alla sorella la Betania, e al fratello Lazzaro un’altra proprietà, o “feudo” (un quartiere o una borgata) della periferia di Gerusalemme?
La Betania della sorella della Maddalena non andrebbe confusa con quella “oltre il Giordano”, dove predicava il Battista (Giovanni 1, 28). In ebraico, il prefisso “Beth-” significa “casa” e la parte restante potrebbe ricondursi a un nome di persona, Ananiah, o all’abbreviazione Anaiah, quindi una delle città della tribù di Beniamino; oppure tradursi tout court come “casa dei poveri”. Nei Vangeli viene citata perché vi abitava Lazzaro “il risorto” (Giovanni 11, 1- 46), e in almeno due altre occasioni (Matteo 26, 6- 13; Matteo 21, 17; Marco 14, 3- 9; Luca 10, 38- 42; Giovanni 12, 1- 8); e per Luca, (24, 50- 53) sarebbe il luogo dell’Ascensione di Gesù, avvenuta al termine dei 40 giorni dopo la Crocifissione (Atti degli Apostoli 1, 3- 11).
I tre fratelli (non da soli), in seguito agli avvenimenti del 42 d. C. (esecuzione di Giacomo e rivolta di Teuda), vennero espulsi dalla Palestina, e, secondo la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, “posti su di una nave e spinti in mare senza nocchiero perché vi perissero; ma per volere divino giunsero a Marsiglia”, più precisamente, presso la foce del Rodano.
Questa località della Camargue è oggi designata Saintes-Maries-de-la-Mer proprio in onore delle (tre?) “donne” che si ritiene vi fossero approdate: oltre la Maddalena, Maria Jacobé (Jacoba) o Iosè (ovvero Maria di Giacomo il minore e di Giuseppe-Ioses?) e Maria Salome, o meglio le (tre?) pie testimoni, presenti, con la madre del suppliziato Gesù, alla crocifissione. Secondo la tradizione popolare, erano con loro anche Santa Sarah, o Sara-la-Kali (la Nera, venerata dalla comunità rom dei Manouches, Coradores, e Sinti), Marta di Betania, Lazzaro, Massimino, e altri seguaci del Nazareno (quindi, non solo i “tradizionali” Sette dell’Ave Maria!).
Gamala
Molti nomi ricorrenti nelle sacre scritture potrebbero essere equivalenti, come pure designare identità differenti: Alfeo, per esempio, potrebbe anche essere il padre di Levi Matteo, esattore delle tasse, e/o di Giacomo; il Cleofa, marito o padre d’una Maria, potrebbe coincidere con quello di Emmaus e/o con lo zio paterno di Gesù; Maria di Cleofa, figlia di Anna, pur se non di Gioacchino, sarebbe “sorellastra” della madre del Cristo, mentre Maria Jacobé, in quanto “cugina della madre di Gesù”, potrebbe essere sorella di santa Elisabetta, madre di Giovanni Battista, ecc.
Ed è l’incredula levatrice che pretese di verificare di persona la verginità della Madonna (invece della benevola Zelomi, che non esitò a credere), la moglie di Zebedeo (Matteo 20, 20; 27, 56), madre di Giacomo il Maggiore e Giovanni, e suocera di Simon Pietro, Maria Salome ad aver richiesto che i suoi figli, nel Regno dei Cieli, sedessero uno alla destra e l’altro alla sinistra del Trono del Signore (Matteo 20, 20-24), e da ciò forse, un’ulteriore motivo per quell’appellativo di Boanerghes?
Un poema gnostico in lingua copta (ma originariamente composto in lingua greca ben prima del 350), scoperto all’interno della collezione dei Codici di Nag Hammadi, s’intitola “Tuono – Intelletto perfetto” (tebrontē: nous n̄teleios), e in esso a elencare le proprie virtù sono divinità femminili simili (Iside e Sophia). Si parla del divino in termini paradossali, sia come onorato che come maledetto, come causa di pace e di guerra, vita e morte. Gli enigmi contenutivi presuppongono un classico mito gnostico, come quello che si trova nell’Ipostasi degli arconti, nell’Apocrifo di Giovanni, o ne i cosiddetti Salmi di Tommaso. Ma vi si riscontrano parallelismi tra antitesi e paradossi, pure con il “Libro di Dinanukht” (Mandean Ginza) di certi Sabei mandei, detti anche Cristiani di San Giovanni, i quali potrebbero derivare dalla setta degli Esseni che si suddivisero in Ossaeni e Nazorei, Nazarei, o Nazareni (da nazar, separare, poiché scismatici); divenuti poi osservanti del Vangelo secondo Matteo, perché il primo a essere composto in ebraico, «detto degli Ebrei», o degli ebioniti, rifiutavano l’ispirazione divina dell’apostolato di Paolo di Tarso.
Se “In quei giorni Maria [di Nazareth?] si mise in viaggio verso la montagna (ὀρεινὴν) e raggiunse in fretta la città di Giuda (εἰς πόλιν Ἰούδα)” (Luca 1: 39), quella Nazareth dei Vangeli, a quei tempi non ancora esistente come città, per giunta situata sopra una montagna (le alture del Golan), e patria di Gesù, è molto probabile che fosse invece la Gamala di quel Giuda il Galileo che rivendicava una discendenza dalla dinastia degli Asmonei, e quindi luogo di nascita di Giovanni, Simone, Giacomo, Giuda e Giuseppe, “fratelli” di Gesù e, forse, tutti figli dello stesso Giuda il Galileo, se non del di lui figlio Giovanni?
Gamala, o Gamla, deriva dall’ebraico gamal, “cammello”, dato che è situata su un’alta collina a forma di gobba di dromedario, o cammello arabo. Giuseppe Flavio ne descrisse l’aspetto orografico e la conquista, durante la rivolta giudaica contro Roma [Antichità giudaiche 13: 394], attuata nell’anno 67 dal futuro imperatore Vespasiano a capo della legione X Fretensis.
Per Giuda di Gamala, figlio di Ezechia patriota di Trachonitis (Galilea orientale), l’appellativo di Galileo era sinonimo di zelota; mentre la qualifica “Nazareno” non aiuta a distinguere il personaggio “storico” di Gesù (evangelico Ἰησοῦ greco, yēšū́a ebraico, yēšū́ aramaico, o Ioses/ Giuseppe?), né la sua città paterna, forse volutamente, proprio allo scopo di non farlo identificare con Giovanni il Galileo, figlio del rivoluzionario Giuda, né con nessuno della sua prole: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda; Giuseppe Flavio riporta che due di essi, Giacomo e Simone, vennero crocifissi dal Procurator Augusti Tiberio Giulio Alessandro, sotto l’imperatore Claudio, all’incirca nel 46.
Nazareno
A capo della guerra del 66, era un nipote di Giuda di Gamala, Menahem, e di quest’ultimo era cugino di Eleazar Ben Yair (Lazzaro), capo della setta estremista dei Sicari.
Il titolo di Nazareno serve soprattutto a censurare l’infamia d’essere, piuttosto, “Nazireo”, o Nazoreo, solitamente riferito ai capi Esseno-Zeloti, come appunto Giovanni, figlio di Giuda il Galileo.
Si pervenne così alla forzatura linguistica d’attribuire una denominazione da abitante d’un’allora inesistente Nazareth, in quanto Nazar-qualcosa. Mentre invece il cosiddetto Nazireato era la “consacrazione” (Nazir) a Dio, con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita (non tagliarsi i capelli, non toccare cadaveri e carcasse animali, quindi non partecipare a funerali, astenersi dalle carni, dall’uva e suoi derivati…); un capo d’una setta di integralisti zeloti doveva quindi necessariamente essere anche un Nazireo, ma se Gesù fosse stato riconosciuto tale sarebbe anche stato proprio “ciò” di cui lo accusavano, un capopopolo e leader nazionalista, non più innocente.
Inoltre, a causa del voto fatto a Dio di non poter bere bevande inebrianti, non avrebbe più potuto neanche praticare il culto dell’Eucarestia durante l’ultima cena, o compiere quel controverso miracolo alle sue stesse nozze, celebrate a Cana (Giovanni: 2,1- 11). Né avrebbe potuto compiere i miracoli di rianimare defunti: Lazzaro (Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. – Giovanni, 11, 1- 44), il figlio della vedova a Nain (Νεανίσκε, σοὶ λέγω, ἐγέρθητι. – Luca, 7, 11- 17), o la figlia di Giairo (Marco, 5, 21- 43), per la quale ricorre alla formula: «Talità kum» (Ταλιθὰ, κοῦμι, ἡ παῖς, εγείρου), ripresa per ben due volte da Dostoevskij, sia ne I fratelli Karamazov, che ne L’idiota.
In Giovanni (18: 5 e 7) viene ancora esplicitamente definito un Ναζωραίον (Nazoràion), “Nazoreo”, soltanto in latino falsamente tradotto “Nazaraénum”, laddove invece in greco sarebbe dovuto essere tutt’al più Ναζαρηνός (Nazarenòs).
Né vale storpiare il termine in “Nazarettano” (da Nazareth), poiché a quell’epoca a non esistere erano proprio gli abitanti d’una città che sarebbe sorta quasi tre secoli dopo.
Gesù/ Giuseppe e Maddalena/ Aseneth
Secondo l’ipotesi di James D. Tabor (The Jesus Dynasty: A New Historical Investigation of Jesus, His Royal Family, and the Birth of Christianity, Simon & Schuster, New York 2006), Gesù si sarebbe un giorno recato segretamente a trovare il presunto padre, o i suoi parenti del ramo paterno, in Fenicia: «Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.» (Marco, 7, 24).
Sostiene, inoltre, Tabor che, essendo considerato dai rabbini figlio illegittimo, Gesù poté sposare, secondo la legge mosaica, solo una donna straniera, Maria Maddalena, anch’essa d’origine fenicia, oltre a essere pagana, seguace del culto efesino d’Artemide, legato alla presenza di api sacre. E ciò troverebbe riscontro tra alcuni apocrifi: Vangelo della moglie di Gesù, Vangelo di Maria Maddalena, Vangelo di Tommaso, Vangelo di Filippo, Libro di Giuseppe e Aseneth.
Nel decodificare quest’ultimo manoscritto siriaco, Simcha Jacobovici e Barrie Wilson (The Lost Gospel, Pegasus, New York 2014), vi leggono il racconto d’un matrimonio durato “sette” giorni, benedetto dal “faraone d’Egitto” con la formula rivolta ad Aseneth, figlia di Pentephres: “Beati voi dal Signore Dio di Giuseppe, perché egli è il primogenito di Dio, e sarai chiamata la Figlia di Dio Altissimo e la sposa di Giuseppe ora e per sempre”. Da quell’unione sarebbero nati Manasseh ed Ephraim.
Sembra che questo matrimonio fosse osteggiato dal figlio del faraone innamorato di Aseneth, il quale avrebbe pianificato di uccidere Giuseppe e i loro figli, venendone comunque impedito dai fratelli di Giuseppe. L’attentatore sarebbe stato figlio adottivo dell’imperatore Tiberio, e militare allora di stanza in Galilea.
Nella sua Alethès Lógos («Αληθής Λόγος», “La Vera Dottrina”) Celso, che scriveva in greco, ai tempi della co-reggenza di Marc’Aurelio e Commodo (tra il 175 e il 180), sostenne appunto che il padre di Gesù di Nazaraeth (o di Gamala) era un legionario chiamato appunto Tiberius Iulius Abdes Panthera.
«Di esser nato da una vergine, te lo sei inventato tu [Gesù]. Tu sei nato in un villaggio della Giudea da una donna del posto, una povera filatrice a giornata. Questa fu scacciata dal marito, di professione carpentiere, per comprovato adulterio. Ripudiata dal marito e ridotta a un ignominioso vagabondaggio, clandestinamente ti partorì. A causa della tua povertà, hai lavorato come salariato in Egitto, dove sei diventato esperto in taluni poteri, di cui vanno fieri gli Egiziani. Poi sei tornato, e insuperbito per questi poteri, proprio grazie a essi ti sei proclamato figlio di Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l’aveva chiesta in moglie, perché ritenuta adultera e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera [il Tiberius Iulius Abdes Panthera di James D. Tabor?]. Ma l’invenzione della nascita da una vergine è simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope.» (Celso: Discorso veritiero, «Il giudeo»: capitolo I, 28).
Col trascorrere del tempo, e il progressivo aumento d’importanza della nuova dottrina teologica, questa insinuazione venne censurata nel modo più drastico, tanto che la crociata contro gli albigesi del meridione della Francia, avrebbe avuto proprio questo scopo, perseguito fino al 22 luglio del 1209, con il massacro di Béziers. E, il 14 settembre 1307, Filippo IV, detto il Bello, decise di sopprimere i templari, sia per rimpinguare le casse vuote dello stato, sia per impedire che venissero divulgate le congetture circa la morte di Cristo.
Applicando censure e divieti non si fa altro però che stimolare la ricerca del proibito e incrementare la curiosità verso il segreto.
Le “Maire” du Palais?
Come collegare la stirpe degli Asmonei di Galilea al Clodio padre di Marcomero o al Clodione, padre di Meroveo?
Occorre dapprima sfatare il pregiudizio voluto e sostenuto dai pipinidi (poi carolingi) che i Merovingi fossero inadeguati, poiché invece sembra che si dimostrassero dei sovrani “spirituali”, e per la storia medievale una dinastia elevata e rilevante che avviò il popolo franco sulla via della civilizzazione.
I tanti interrogativi storici che li riguardano sarebbero stati ingarbugliati di proposito allo scopo di sminuirli. Secondo vari documenti, infatti, i re Merovingi esercitavano, per discendenza (che si pretende derivi da Maria Maddalena e da Gesù), una sorta di “sacerdozio regale”, quindi contemporaneamente il potere temporale, pur svolgendo compiti di natura spirituale.
Alcuni casati principeschi europei hanno l’ambizione di discendere dai cosiddetti re ‘lungochiomati‘ (come i Nazirei!), a cominciare da Massimiliano I d’Asburgo; altri loro presunti discendenti moderni sarebbero i Borbone-Orléans, i Borbone di Parma-Nassau-Weilburg (Granduchi del Lussemburgo), gli Stuart, il Clan Sinclair delle Highland scozzesi, e poche altre famiglie aristocratiche.
A una frase cifrata (A Dagobert II Roi Et A Sion Est Ce Tresor Et Il Est Là Mort) si deve il mistero che aleggia su Rennes le Chateau. Ma la decodifica dell’enigma di Dagoberto II Roi risulta molto difficile da dipanare. C’è però da soffermarsi sul fatto storico che, quando nacque, suo padre aveva, da pochi anni, adottato Childeberto, figlio di Grimoaldo, suo maggiordomo di palazzo [“Maire” du Palais]. Alla morte di Sigeberto III, Grimoaldo avrebbe approfittato della tenera età di Dagoberto (appena quattro anni), per farlo rapire e “tonsurare”, al fine di renderlo inabile a regnare, cosicché il maggiordomo di palazzo [“Maire” du Palais] , figlio di Pipino di Landen, riuscì a far riconoscere re d’Austrasia il proprio figlio Childeberto, detto l’Adottato.
Ciò indurrebbe a leggere in tal senso la XVI lama dei Tarocchi marsigliesi: la rovina della casata (Maison de Dieu) della Maddalena (Marie) è stata determinata dal suo “Maire” (du Palais).
Se non si riesce, infatti, ad anagrammare per intero la frase cifrata rintracciata a Rennes le Chateau, è più facile riconoscere in “Maire”, Marie (Madeleine).
Magdala
Pronunciato ‘Magdălá‘ in aramaico targumico o ‘Magdála‘ in aramaico siriaco, Magdala era la denominazione d’una località ebraica, situata sulla sponda occidentale del Lago di Tiberiade, che fiorì soprattutto a partire dal II secolo a. C. fino, forse, al IV secolo della nostra era. Ma, molto probabilmente, nel mondo greco-latino, questa borgata era meglio conosciuta come Tarichea (Ταριχαία in greco, Tarichaea in latino).
La toponomastica del I secolo è di difficile interpretazione, visto che la stessa identificazione del sito è resa molto problematica dalla presenza di più zone, genericamente, denominate Magdala (Μάγδαλα, torre), per via della presenza d’una costruzione a forma di faro o mastio, ma pure considerando l’assenza, nei testi evangelici, di riferimenti precisi che consentano d’individuarne l’esatta collocazione.
Il nome aramaico, Magdălá, dovuto presumibilmente alla grande costruzione ellenistica, le cui fondamenta gli archeologi hanno effettivamente rinvenuto nel porto, è quindi piuttosto generico, soprattutto se privo di maggiore specificazione.
Sembrerebbe che gli scritti rabbinici lo menzionino indifferentemente Migdal Nunayya, oppure Migdal Ṣabʿayya, ovverossia la prima denominazione “Torre dei Pesci” e la seconda “Torre dei Tintori”.
Forse, però, il complemento “dei Pesci” o “dei Tintori” fu aggiunto per distinguere questa Magdala da altre cittadine con lo stesso appellativo, indicando che questa, in particolare, era nota per la pesca o la tintoria, e non tanto perché fosse la torre ad avere necessariamente a che fare con qualcuna di queste attività così differenti.
Inoltre, non v’è alcuna menzione in letteratura, né si trovano testimonianze archeologiche, d’una specifica connessione con una sorta d’industria del lavaggio o della coloritura dei tessuti.
Nel Talmud, alla fine del periodo ellenistico, è citata una località dal nome aramaico “Magdala Nunayya“, ma, secondo la traduzione greca dell’epoca, dall’estensiva manifattura del pesce conservato sotto sale, le venne attribuito il più caratteristico toponimo “Tarichaia”.
Tarichaia
Nei primi secoli dell’era volgare, molti luoghi lungo la costa egiziana avevano una tale designazione, Tarichéai (in greco: Ταριχέαι), essendo questa una parola presa in prestito dalla koinè ellenistica (κοινὴ διάλεκτος, lingua comune), derivata dall’impiego delle persone nella conservazione del pesce, o ciò che alcuni chiamavano più propriamente: ταρίχη, che indica il “pesce in salamoia”.
Fu questa qualifica espressamente attribuita a un sito lungo la costa del lago di Tiberiade (o “Mar di Galilea”, Yam Kinneret, Chinneret, dall’ebraico kinnor, arpa o lira; nei testi greci Γεννησάρ, Γεννησαρέτ, Gennesaret), dove si pensa che gli abitanti s’occupassero proprio d’un tale commercio connesso alla pesca; e Svetonio (Tib. 4. 3) menziona Tarichaea e Gamala addirittura come “potenti città della Giudea” (in latino: “urbes Iudaeae validissimae”).
Un’altra menzione d’un tale casale, borgo, o villaggio (κώμη potrebbe anche indicare un quartiere cittadino) sul lago, senza fornirne un nome ebraico, è quella che ne dà Giuseppe Flavio; ma, per lui, si tratta d’una ricca città distrutta dai Romani durante la Guerra Giudaica tra il 66 e il 73 d. C., il cui nome greco è dovuto alla sua prospera attività di pesca.
Tarichæa Giuseppe Flavio la colloca lungo le rive del Lago di Gennesaret, a 30 stadi da Tiberiade, mentre Gamala starebbe “di fronte a Tarichæa, ma dall’altra parte del lago“[De Bello Judaico: IV, I, § 1]. Aggiunge, poi, che mentre Gamala apparteneva alla Bassa Gaulonitis, Tarichæa alla Bassa Galilea. Altra caratteristica geografica, secondo lo storico ebreo naturalizzato romano, sarebbe stato il suo collocamento ai piedi d’una montagna, dinanzi alla quale s’estendeva la pianura.
Anche Cicerone e Plinio il Vecchio parlano d’una città, chiamata in greco Tarichea (Ταριχαία), a sei chilometri da Tiberiade, famosa per la produzione del pesce salato, da cui deriva il nome che denoterebbe questa attività industriale di conservazione. E la maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere Tarichea nient’altro se non il corrispondente nome greco dell’aramaico Magdala.
Plinio dice però che Tarichea era situata a sud del lago, mentre Tiberiade è a ovest; e, per questo motivo, alcuni propongono che Tarichea possa essere una città diversa situata tra Tiberiade e Senabris (Sefforis o Autocratis)?
Migdal Ṣabʿayya
Il Talmud palestinese dà per scontato che Migdal Ṣabʿayya fosse a meno d’un giorno di viaggio da Gerusalemme, e quindi alcuni hanno contestato che non possa essere identificata con la Magdala/ Tarichea del Largo di Tiberiade. Tuttavia, siccome lo stesso Talmud colloca Sepphoris e Lydda a una distanza simile, è evidente che si tratti o d’un’inesattezza o d’un’iperbole priva di plausibili giustificazioni.
Secondo una tradizione ebraica che risale almeno all’epoca rabbinica, Giobbe si trovava in questa Migdal Ṣabʿayya quando gli fu notificata l’imminenza delle sue successive disgrazie; e forse la consuetudine araba che, nella vicina Tabgha, chiama una delle fontane Ein Eyov (fontana di Giobbe) rifletterebbe questa circostanza.
Sempre secondo un’altra leggenda d’epoca rabbinica, da Migdal Ṣabʿayya proveniva il legno d’acacia con cui Mosè fece costruire l’Arca dell’Alleanza. Giacobbe e i suoi figli l’avrebbero tagliato e portato in Egitto e i loro discendenti l’avrebbero successivamente consegnato a Mosè al momento opportuno. E, per questo motivo, in segno di rispetto verso l’Arca dell’Alleanza, gli alberi di acacia della suddetta Magdala, in epoca rabbinica, non potevano essere usati come qualsiasi altro comune legname.
Sebbene le fonti letterarie non parlino dettagliatamente della fondazione della cittadina, è l’archeologia a dimostrare che sorse a metà del II secolo a. C., data coincidente con la conquista della Galilea da parte degli Asmonei, i quali si stavano giovando della rapida dissoluzione del regno dei seleucidi di Siria.
Alcune edizioni critiche del Nuovo Testamento danno la loro preferenza a una variante del termine ‘Magdălá’, o ‘Magdála’, che si trova nei tre manoscritti più antichi e in versioni latine, cioè Μαγαδάν (Magadan), comunque probabile errore d’un copista. Alcuni codici di Marco (8, 10) e Matteo (15, 39) riportano, poi, la denominazione del luogo come Δαλμανουθά (Dalmanuta), che appare un’antica corruzione ellenica dell’aramaico Magdal Nunayya. Ma, al di fuori di questi testi, né Magadan né Dalmanuta compaiono in tutto il resto della letteratura esistente.
Neppure appare chiaro come si sia potuto pervenire alla confusione con il nome del frutto del mandorlo (αμύγδαλα), senza un’evidente estensione iconologica in verticale dalla figura orizzontale stilizzata del pesce ἰχθύς (ma non con la sigma finale “lunata”, per sottolineare espressamente l’ultima lettera dell’acronimo, iniziale di Σωτήρ), dalla forma ogivale ottenuta dai due cerchi dello stesso raggio, intersecantisi in modo tale che il centro di ognuno di loro si trovi sulla circonferenza dell’altro, definita, appunto, vesica piscis, o mandorla.
Come la Visica Piscis (oppure il pesce stilizzato, o la coppa delle carte da gioco), anche la mandorla richiama la simbologia sessuale della vulva d’una Grande Dea Madre, alla stregua della Cibele venerata in Anatolia, riconducibile sempre al concetto di fecondità. E, nel Medioevo, il frutto del mandorlo rientrava tra gli ingredienti usati per tanti fantomatici filtri d’amore e pozioni afrodisiache; s’era, inoltre, soliti ridurlo in poltiglia, e sotto forma di “pasta”, scioglierlo in acqua, quale bibita rinfrescante, sotto forma d’olio, farlo rientrare nella composizione dei cosmetici ancora in uso, oppure, mescolato ad altri olii profumati, utilizzarli quale base per creme da applicare sul corpo di giovani fanciulle in età da marito. E proprio per questa sua particolare caratteristica, rientrava nel corredo augurale dei novelli sposi, dichiarando un’inequivocabile auspicio alla prosperità della coppia, ancora rinnovato dai confetti distribuiti nel corso delle cerimonie di matrimonio.
Il Tetramorfo di Jouarre
Ne “I Tarocchi – il vangelo segreto” (Mediterranee, Roma 2024), Carlo Bozzelli concentra la sua indagine sul basso-rilievo della tomba di Agilberto (o di Teodechilde?), che, come nei primissimi esempi di miniature carolingie dell’VIII secolo, e poi ottoniane (del X), raffigura un “Cristo” imberbe (la Maddalena?) all’interno di due archi di cerchio che stanno a simboleggiare una sua duplice natura.
Due cerchi, come la rappresentazione dei due mondi su cui si baserebbe la creazione dell’Universo, ovvero il Divino e l’Umano, tra loro differenti, ma pur sempre legati a doppio filo l’uno all’altro (un Androgino?).
L’unione indissolubile tra ciò che è puro spirito, essenza vitale del mondo, energia interiore e ciò che invece è terreno, materiale e carnale, paradossalmente rappresenta l’equilibrio tra due entità dapprima inconciliabili tra loro, quali possono essere la luce e l’ombra, il bene e il male.
La raffigurazione che unisce la duplice natura di tutto il creato, nel superare ogni eccessivo egocentrismo dell’una o dell’altra forza, al contempo le riequilibra. L’esempio cardine, dato dall’intersezione di questi due mondi, secondo la tradizione cristiana, è proprio “il figlio di Dio” fattosi uomo, il Verbo divino disceso in Terra (“ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο”, κατά Ιωάννην 1, 14).
Per attinenza, simbolicamente, la mandorla rappresenta anche i genitali femminili della Vergine, in quanto, così come dal guscio del frutto viene fuori il seme vero e proprio, allo stesso modo da Maria (quale?) nasce la nuova speranza (il figlio di Dio o il figlio del figlio?) che porterà la Luce nel Mondo per l’intera umanità?
Lo schema compositivo, che spesso si ripete di rappresentazione in rappresentazione, vede il soggetto in Maestà (o in trono) racchiuso nel tipico guscio-vulva della Mandorla Mistica, accerchiato dai simboli dei Quattro Evangelisti (o dai cosiddetti “viventi” in un’astrologica croce dei segni cosiddetti “fissi”), come appunto sul bassorilievo della tomba di Agilberto (o di sua sorella Teodechilde), altre volte dai Dodici Apostoli (simboli dei segni zodiacali, riuniti ai suoi lati o ai piedi); il tutto corredato da statue di Santi, in certi casi da episodi biblici, o neotestamentari, come l’Apocalisse. E in tal senso molto riccamente decorati appaiono i maestosi portali tardo-romanici e gotici francesi: dell’Église Saint-Trophime ad Arles, o della facciata occidentale (portail royal) della Cathédrale Notre-Dame di Chartres.
Dalle lunette dei portali gotici s’esprime chiaramente la simbologia della Mandorla mistica o Visica Piscis, riprodotta in forma ogivale, dalla sovrapposizione di due cerchi del medesimo raggio che, nell’intersecarsi al centro, formano due archetti speculari, ma il simbolo lo si può riconoscere, ancor prima del XII-XIII secolo, nelle basiliche paleocristiane, posteriori al IV sec. e persino nelle catacombe (per esempio: San Callisto), che precedono quel periodo, e nelle quali, venendo più spesso disposto in senso orizzontale con, da uno dei lati delle intersezioni, i prolungamenti evidenti delle curve, a mo’ di coda, finiva per riprodurre la stilizzazione del pesce ichthýs (ἰχθύς), e anagramma di ‘«Ιησοῦς Χριστὸς Θεoῦ Yἱὸς Σωτήρ» (Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).
Dagli Asmonei agli Erodiani
Che i sovrani della dinastia fondata da Simone Maccabeo avessero interesse per un sito sul Lago di Tiberiade sarebbe dimostrato dalla presenza d’un quadriportico, o palestra, alcune terme, e soprattutto da bellissimi edifici portuali, che comprendevano quella grande “torre”, che quasi sicuramente diede origine alla denominazione aramaica.
Il porto potrebbe esser servito allo scopo di facilitare il trasporto delle merci tra la strada reale, che andava dall’Arabia (dal Golfo di Aqaba, nel Mar Rosso), passando per la Petra dei Nabatei, verso Damasco, o il porto di Acri sul Mediterraneo. O forse, più semplicemente, era un fiorente mercato del pesce a permettere ai cittadini d’abbellirlo in questo modo. In quel periodo, a Magdal Nunnaya, risiedeva pure uno dei 24 ordini sacerdotali della Galilea.
A metà del I secolo a. C., con l’inizio dell’epoca romana, la città s’espanse verso nord. In quella parte di nuova costruzione compaiono edifici molto ben fabbricati, con pietre bugnate e pavimenti in basalto scolpito. In un paio di case ci sono fino a quattro bagni rituali (miqwè) che venivano riempiti mediante filtrazione dal terreno stesso. Poco più a settentrione venne eretta una sinagoga, anche se, probabilmente, ebbe significato religioso soltanto nel corso del tempo. Pure il porto verrà ampliato e, davanti alla torre, adattata per una maggiore funzionalità, sarà creata una piattaforma tale che la banchina s’estenderà per più di cento metri.
A quest’epoca romana risalgono le prime menzioni in letteratura classica d’una tale Magdala. Flavio Giuseppe racconta che, dopo la sconfitta di Crasso per mano dei Parti, a Tarichea si trovava Gaio Cassio Longino, il quale attaccò la città, passando a fil di spada Pitolao e facendo prigionieri più di 30.000 ebrei. Poiché Giuseppe Flavio riferisce che fu Antipatro (figlio di Antipa, principale consigliere e ministro di Giovanni Ircano II) a istigare Cassio, in quanto Pitolao era legato ad Aristobulo II, rivale del fratello, si può supporre che a Tarichea si fosse radunato un gruppo ribelle contrario a Ircano II, e, di conseguenza, i romani, che ne sostenevano il potere, dovettero intervenire finendo per avvantaggiare di conseguenza l’opportunista capostipite della dinastia erodiana.
La città era già ampiamente conosciuta come Tarichea, poiché il 7 marzo 43 a. C., mentre Gaio Cassio Longino radunava alcune legioni per affrontare Ottavio Cesare Augusto e Marco Antonio, Cicerone ebbe modo di scrivere una lettera proprio “dall’accampamento di Tarichaea (ex castris Tarichaeis)”.
Le Mirofore
Nella prima metà del secolo successivo (il I dell’era attuale), Magdala compare nei vangeli, poiché vi si reca Gesù, dopo la prima moltiplicazione dei pani (Matteo 15, 39). – Molti manoscritti antichi leggono “Magadan” ed è lo stesso luogo a cui allude Marco come «la regione di Dalmanuta» (8, 10)?
La più celebre discepola di Gesù, Maria Maddalena, sembra essere una donna benestante di questa prospera borgata, poiché, assieme ad altre donne, si prodiga ad aiutare Gesù «con i suoi beni» (Luca 8, 3); e, forse, era questo un modo per dimostrare la sua gratitudine a colui che l’aveva liberata dai sette demoni (Lc 8, 2)?
Questa “settenarietà”, però, allude piuttosto a un’integrazione iniziatica dei Sette raggi, il cui aspetto qualitativo inferiore la Maddalena venne aiutata a trascendere grazie all’intervento provvidenziale del suo Maestro spirituale. Dei sette angeli dei Tarocchi, 4 sono espliciti: Lamoreux, Temperance, Le Iugement, Le Monde; e altri tre presenti in quest’ultima carta, quali “viventi” alati (Aquila, Leone, Toro). E un ettagono è anche la Gerusalemme celeste raffigurata dall’Asso di Coppe, simbolo sessuale femminile (almeno quanto maschile lo è il Bastone, bâton), che ricompare palesemente raddoppiato nel XIIII e XVII trionfo.
Per René Guénon, il doppio senso del Santo Graal fa corrispondere lo stato primordiale del grasale (vaso, coppa, calice o anfora che sia), destinato a contenere il sangue di Cristo, alla pienezza della tradizione d’un Libro segreto: gradale, o graduale. I due significati sono addirittura strettamente accostati nel momento in cui il libro diventa un’arcana iscrizione da decriptare.
Nel XXI capitolo dell’Apocalisse, composta da XXII (come il numero dei Trionfi dei Tarocchi, che, nell’insieme, ne potrebbero costituire una sorta di continuazione in parallelo) sta scritto: «Poi venne uno dei Sette angeli che avevano Sette coppe piene delle ultime Sette piaghe, e parlò con me, dicendo: “Vieni, ti mostrerò la Sposa, la moglie dell’Agnello”… » (21, 9).
Maria di Magdala sarà la prima tra i discepoli di Gesù a visitarne la tomba vuota e lui risorto: «Risuscitato all’alba del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette demoni», scrisse Marco (16, 9).
Secondo tutti e quattro i vangeli canonici, la Maddalena avrebbe peregrinato, insieme con Gesù, come una delle sue seguaci più fedeli, ma soprattutto fu testimone della sua crocifissione e conseguente resurrezione. Viene menzionata per nome per ben dodici volte, più della maggior parte degli apostoli e più di qualsiasi altra donna citata nei medesimi vangeli canonici, a parte la ristretta (?) cerchia della sacra famiglia.
I familiari
Tuttavia, quest’epiteto di Maddalena, che la dovrebbe distinguere dalle altre Marie, potrebbe davvero essere un cognome toponomastico, per via della provenienza dalla, e/o predominio su Magdala, una città o borgata di pescatori sulla sponda occidentale del Mar di Galilea, nella Giudea romana, e non piuttosto un titolo attribuitole alla medesima stregua della parola aramaica Boanerghes (Βοανηργές in caratteri greci), che significa “Figli del tuono“, assegnato da Gesù a «Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo…» (Marco 3: 17)?
Quest’ultima espressione non ricompare in altri versetti biblici, potendo tuttavia trovare riscontro in Luca (9: 51- 56- ἰδόντες δὲ οἱ ⸀μαθηταὶ Ἰάκωβος καὶ Ἰωάννης εἶπαν· Κύριε, θέλεις εἴπωμεν πῦρ καταβῆναι ἀπὸ τοῦ οὐρανοῦ καὶ ἀναλῶσαι ⸀αὐτούς; – Due discepoli, Giacomo e Giovanni, se ne accorsero e dissero a Gesù: «Signore, vuoi che diciamo al fuoco di scendere dal cielo [regesh] e di distruggerli?»).
Un tale soprannome, inteso quale titolo onorifico, – sebbene non perpetuato come quello di Pietro (Kefa), dato a Simone (Šim’ôn, “colui che ascolta”) di Betsaida (Bēṯ Ṣayḏā, casa della pesca, nella Gaulanitide) e genero di Salome e Zebedeo -, sarebbe dunque stato giustificato dall’impetuosità e dallo zelo (tipico dei “zeloti”!) che caratterizzarono le vicende di entrambi i fratelli, anche se soprattutto dalla possibilità di distinguerli dagli omonimi.
Oltre all’invocazione del fuoco a discendere dal cielo per punire l’inospitale villaggio samaritano, di cui in Luca (Lc 9: 54), pronunciata da entrambi i figli di Zebedeo e Salome, successivamente, Giacomo divenne martire precoce (Atti 12: 2) della persecuzione del 42 d. C e Giovanni si sarebbe distinto in quanto autore (?) dell’Apocalisse (ed evangelista?), nonché sedicente “discepolo più amato” (?) del Maestro, di cui, in qualche modo, era forse soprattutto primo cugino, poiché figlio d’una sorella della madre.
Quando si accenna alla questione della parentela di Gesù, compresi i cosiddetti “fratelli” (Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda) e le (per lo più anonime, ma anche citate variamente come: Maria, Anna, Salome, o Ester, Marta, Tamar…) “sorelle”, occorre tener conto della fortemente versatile polisemia dei termini impiegati nelle lingue semitiche per definire i legami d’una famiglia, che, per di più, oggi definiremmo allargata.
Per fratelli si può così intendere dei fratellastri, figli d’un matrimonio precedente, nel caso di Gesù, di Giuseppe (ed è nella tradizione ortodossa); fratelli di sangue, figli di Maria e di Giuseppe (tradizione protestante); cugini di Gesù (tradizione cattolica e dei primi riformatori).
“Adelphoi”
Il termine ebraico e aramaico (‘ah), che sta per “fratello” (ἀδελφός), in Levitico (10, 4: «…καὶ ἐκάλεσεν Μωυσῆς τὸν Μισαδαι καὶ τὸν Ελισαφαν υἱοὺς Οζιηλ υἱοὺς τοῦ ἀδελφοῦ τοῦ πατρὸς Ααρων καὶ εἶπεν αὐτοῖς προσέλθατε καὶ ἄρατε τοὺς ἀδελφοὺς ὑμῶν ἐκ προσώπου τῶν ἁγίων ἔξω τῆς παρεμβολῆς» – Mosè chiamò Misadai ed Elisafan, figli di Uziel, figlio del fratello del padre di Aronne, e disse loro: Avvicinatevi, portate via questi vostri fratelli [congiunti] dal santuario, fuori dell’accampamento.), indica i figli del fratello del padre, cioè i cugini di primo grado e perfino i figli del cugino di primo grado: dei “congiunti” in genere; ma potrebbe valere anche per nipote, come nel caso di Abramo che così chiamava Lot, figlio del fratello Aran (Gen 11, 27; 13, 8; 14, 14.16 ), o di Labano nei confronti del nipote Giacobbe (Gen 29,15 ), figlio di sua sorella Rebecca (24,29). Estensivamente vale anche per i membri della stessa tribù, o perfino i colleghi di pari grado.
Nel greco neotestamentario, un parente, ossia della stessa stirpe, è detto genericamente συγγεννής, singhenès, letteralmente ‘con-nato’ (che in italiano diventa cognato). Mentre ανεψιός (anepsiós), solitamente tradotto “cugino”, sarebbe indicativo d’una parentela non chiaramente definita, ma più o meno remota.
La questione, dunque, non sembra trovare una soluzione certa, tale da dirimere gli equivoci. Ed Eusebio, per esempio, in cerca di chiarezza, indica Giacomo quale “figlio di Giuseppe”, riprendendo l’interpretazione dei fratellastri, precisando “detto (λεγόμενον, legòmenon) fratello, ritenuto (ὠνόμαστο, onòmasto) figlio di Giuseppe”. Si trattava dello stesso Giacomo, fratello di Simone, o d’un cugino paterno, con lo stesso nome, o ancora d’un altro omonimo?
Giacomo il Giusto “fratello del Signore” (Αδελφόθεος), per Giuseppe Flavio, fatto lapidare da Anania nel 62, in quanto “successore” di Gesù, viene distinto da Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo e Salome, che fu fatto uccidere da Erode Agrippa vent’anni prima (Atti 12, 2) e, forse, pure dal “Minore”, secondo l’autore di “Die Brüder und Schwestern Jesu” (Stuttgarter Bibelstudien 21, Stuttgart 1967), Josef Blinzler, professore di esegesi neotestamentaria alla Scuola Superiore di Filosofia e Teologia di Passau.
Come “vescovo” di Gerusalemme, a quel Giacomo succedette proprio Simone, cugino (fratello o fratellastro?) di Gesù, e a questi un certo Giuda, figlio del “Giusto” (?). Di Giacomo, quindi, se ne potrebbero contare almeno cinque: il Giusto, il Maggiore, il Minore, il figlio di Alfeo e “il servo di Dio”, autore della “Lettera”, che, se autentica, è posteriore di quasi vent’anni rispetto all’esecuzione del “fratello del Signore”. Di Simone ne conteremmo almeno quattro: un “fratello” di Gesù (Mc 6, 3- 4 ; Mt 13, 55- 56), l’apostolo cananeo e zelota, il fratello di Andrea, detto Pietro, e il (“secondo”?) cugino di Gesù, detto Simeone, successore di Giacomo il Giusto. Così, di Giuda ne avremmo altri quattro: quello detto “fratello del Signore secondo la carne”, l’iscariota, l’apostolo detto Taddeo, fratello di Giacomo, nonché il figlio e successore di quest’ultimo.
Galileo o Nazoreo?
Ma c’è anche chi (Giuseppe Flavio G. I. VI, V, 2) pone la questione della sovrapposizione, o, al contrario, la discriminazione tra un Galileo evangelico (Gesù “nazareno”) e uno storico (Giuda, o Giovanni “nazireo”). In quanto, se la causa principale della guerra giudaica andava ricondotta alla profezia di Genesi (3: 15 o, più appropriatamente 49: 10?), che i «messianici» di Giudea avevano applicato al Giuda Galileo, sarebbero stati gli stessi «messianici» di Giudea, trasferiti nei territori della diaspora col nome di «Galilei» (e più tardi chiamati alla greca «cristiani»), ad applicare la medesima profezia a un altro Galileo (cfr. Eusebio, Libro I, Capo III, 3). Giuseppe Flavio scrive che il Galileo storico fu arrestato e morì perché «sovvertiva la nazione vietando di dare il censo a Cesare», che è sostanzialmente la stessa accusa rivolta al Galileo evangelico (in Luca XXIII, 2).
L’invito assertorio: «Rendete a Cesare quel ch’è di Cesare» (Ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ; oppure: Réddite quae sunt Caésaris Caésari et quae sunt Dei Deo, presente persino nel Papiro Egerton 2, noto anche come Vangelo sconosciuto) sarebbe in apparente contraddizione con quanto s’evince dall’Epistola di Paolo ai Romani (al Capo XIII, versetti 1-8), che, nel ribadire di riconoscere l’autorità dei magistrati, ancora esorta i componenti delle prime comunità (non del tutto cristiane?) di Roma (Giudei e Greci colà residenti, secondo Rom. I, 16) a pagare il tributo a chi di dovere.
Del resto, l’Apostolo dei Gentili, nel suo impegno a convertire a un “cristianesimo antiocheno” sia gli ebioniti di Giudea che i galilei della diaspora, aveva dovuto fare i conti con le varie fasi del messianismo, tout court, di Giuda Galileo. Essendo stata la tradizione evangelica completata dopo anni dalla morte di Paolo, e cioè soltanto dopo l’anno 70, c’è da sospettare che sia il linguaggio d’amore e di fratellanza, insito nel «discorso della montagna» (Matteo 5, 1- 7, 29), come anche il detto «Rendete a Cesare…» sia da attribuire proprio a lui. Il «vangelo» predicato da Paolo, ricevuto per «rivelazione», ma non dall’Uomo-Dio, che non conobbe, fu quindi una creazione delle sue molte visioni, a cominciare da quella damascena. E persino il termine «vangelo» (ευαγγελιον, euanghelion) , ripreso dall’Antico Testamento, sarebbe stato, se non escogitato da Paolo, da lui riscoperto ad Antiochia, dove “per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”. E’ da Antiochia che Paolo e Barnaba partiranno per la loro missione, dapprima in Grecia, divulgando la parola che ne sintetizza l’esigenza.
Una predica ai già credenti
Minacciato di morte da un tumulto popolare ispirato dai capi giudei, Paolo di Tarso si difende ricordando d’essere cresciuto a Gerusalemme e d’essere stato allievo della scuola di Gamaliele (Atti 22, 3). E da dove proviene questo rabbino se non da Gamala, la città di Giuda il Galileo, situata sopra una montagna, con cui forse si confonde la Nazareth dei Vangeli, inesistente prima del III sec. d. C., patria di Gesù, e città natale di Giovanni, Simone, Giacomo, Giuda e Giuseppe, fratelli di Gesù e tutti figli di Giuda il Galileo?
Per quanto siano datati comunemente al II secolo, anche il Vangelo di Tommaso, e l’apocrifo greco degli Egiziani, in parte, contengono dei discorsi e detti (λόγια) appartenenti a una tradizione indipendente alla quale hanno attinto i medesimi scritti canonici. Questo λόγιον, proveniente dall’ambiente dei predicatori itineranti ebrei (ancora pre-cristiani?), o di “scrittori di villaggio” poveri (ebioniti, da evionim “poveri”?) di Galilea e dintorni, viene riconosciuto quale Logienquelle Q di Matteo e Luca.
Secondo questa teoria delle due fonti [relative ai due documenti originali A (“Urmarkus”) e K (“Logienquelle”)], che assegna la primogenitura a Marco, la prima fonte è costituita proprio dal suo Vangelo, mentre una seconda fonte sarebbe una raccolta di detti (λόγια) ricostruiti da Matteo e Luca, cioè la Logienquelle Q; ed è il motivo per cui capita che uno stesso episodio venga tramandato in modi diversi.
Lo strato più antico, chiamato Q1, sarebbe costituito da sei discorsi sapienziali e altri detti (λόγια), attribuiti a Gesù e rivolti direttamente ai suoi ascoltatori, ed esprime un’«etica radicale». Quindi, le lezioni più importanti sono: vivere in povertà, dare senza aspettarsi nulla in cambio, amare i propri nemici, non giudicare e non preoccuparsi, perché Dio darà ciò che è necessario. Nel livello successivo, Q2, con l’introduzione della figura di Giovanni, sia pur non ancora caratterizzato come “Battista”, ricorre del materiale profetico-apocalittico su temi escatologici come il giudizio alla fine dei tempi, nonché si rivolge attenzione ad altri gruppi, come farisei e scribi, per criticarli. La parte finale, Q3, si sospetta sia invece una delle tante possibili “aggiunte” posteriori alla guerra romano-giudaica del 66-73 d. C.
Partendo dal prologo di Luca (Lc 1, 1- 4), Heinrich Holtzmann (Die synoptischen Evangelien. Ihr Ursprung und ihr geschichtlicher Charakter, 1863) ha ipotizzato, per tale modello lucano, l’esistenza di fonti scritte diverse. Tra gli originali incluse i Vangeli di Marco e Matteo, che, a suo avviso, erano noti a Luca, ma da questi non utilizzati, o se lo furono, soltanto in misura molto limitata.
Ricorse Luca alla paradosis (dal greco antico παράδοσις, tradizione) dei testimoni oculari (ἀρχῆς αὐτόπται), come i suoi predecessori, divenuti “ministri della Parola” (ὑπηρέται γενόμενοι τοῦ λόγου)?
Lo scrittore, a cui vengono attribuiti pure gli Atti degli Apostoli, dice d’aver deciso di fare di persona delle ricerche accurate su ogni circostanza, al fine d’elaborarne un resoconto ordinato per un suo illustre destinatario: Teòfilo (da θεός e φιλος, amante). E questo passaggio Sant’Ambrogio l’ha commentato dicendo che il Vangelo è scritto per colui che ama Dio: “Se ami Dio, allora è scritto per te”!
Insomma, una predica appassionata rivolta a chi è già credente entusiasta.
