IdeocoopSpazio Open
Reverendo Frank Reverendo Frank Corvo rosso Corvo rosso Occhio al Degrado Occhio al degrado
Giovani in biblioteca
Mediterranea

TAURIANOVA SPAZZA VIA I PREGIUDIZI SULLA CALABRIA

È magica l’atmosfera che si respira a Taurianova, sul far della sera di un diciotto di dicembre, nell’anno del Signore 2024.

La cittadina, quinto comune della reggina Città Metropolitana per numero d’abitanti, è stata eletta, proprio in questo ventiquattresimo anno del terzo millennio, Capitale italiana del Libro.

La Biblioteca Comunale “Antonio Renda” è gremita: il cartellone prevede la presentazione del libro, edito da Città del Sole nel giugno ’24, Della Calabria e dei pregiudizi. Appunti per una discussione.

Roy Biasi, sindaco, forzista, dall’ottobre 2020, fa gli onori di casa; insieme a lui l’assessore alla Cultura Maria Fedele.

Attorno al tavolo dei relatori prendono posto: Filippo Veltri, giornalista e curatore del libro, Massimo Razzi, direttore del Quotidiano del Sud, Katia Colica, scrittrice e drammaturga, Laura Cirella, operatrice sociale. In prima fila, ma solo per ragioni di spazio, s’accomodano Franco Arcidiaco, giornalista ed editore del libro, Giuseppe Smorto, giornalista, Tonino Perna, economista, Domenico Talia, docente UNICAL, Franco Ambrogio, politico.

Ad alzare il sipario è Biasi: è un libro che ben si cala nella nostra realtà. Vuole, il libro, ragionare attorno ai pregiudizi, dando l’opportunità di una narrazione nuova di questa nostra Terra. Anche noi, qui, cittadini della Capitale italiana del Libro, stiamo lavorando affinché Taurianova appaia finalmente per quel che è. Stiamo cambiando la storia? Di certo ci stiamo impegnando, con serietà. Basti pensare ai tanti che in questi mesi raggiungono Taurianova, la vivono e si confrontano, in tanti eventi che stimolano le nostre coscienze civili, su svariate culturali tematiche, divenendo, poi, in giro per l’Italia, ambasciatori della nuova, vera, Taurianova.

Filippo Veltri, invece, attacca svelando la genesi del libro: scrissi, tempo fa, rifacendomi ad un articolo di Corrado Alvaro, pubblicato da L’Espresso il 2 ottobre 1955, un pezzo sul Quotidiano del Sud. Scatenai una vortice di riflessioni e d’articoli. Massimo Razzi, che da un anno è a capo del Quotidiano, colse la bontà di quel che stava accadendo, ospitando una miriade d’interventi. Molti di questi, poi, grazie alla disponibilità degli editori Franco Arcidiaco e Antonella Cuzzocrea, confluirono nel libro che stasera presentiamo.

Un volumetto, continua Veltri, che intreccia pregiudizio e realtà. Ed ecco l’inghippo: la Calabria è pregiudizio o realtà? A noi, che con le parole lavoriamo, il compito di andare oltre i pregiudizi, senza però mai nascondere la vera realtà. Nel bene e nel male. E questo è anche quel che sta facendo il direttore Razzi, col Quotidiano.

Ed è proprio Razzi a prender la parola, raccontando quel che gli è accaduto nella mia Genova, allorquando si seppe che sarei sceso in Calabria, a dirigere il Quotidiano. Ma, mi chiesero, vai in Calabria? Ne sei sicuro? C’è la ‘ndrangheta… Ecco il pregiudizio: nessuno ha osato dirmi che vado in un posto bello, soleggiato, ricco di storia, d’arte. Badate, però, che il pregiudizio sta nella Calabria, negli stessi calabresi. Sta a voi, cioè, a noi estirparlo. Altro esempio: i nostri giovani fuggono, realizzando i propri talenti in altre terre. Quei talenti, però, sono nati qui, sono stati allevati dai nostri docenti; l’UNICAL è un’eccellenza in campo nazionale, perché non dirlo mai? E ancora: perché quei talenti possono positivamente esplodere solo fuori regione? Forse, è più facile andar via, piuttosto che sudare un po’ di più qui, per realizzarci  e creare cose nuove, o ristrutturare quel che già esiste. Tanti vanno a studiare altrove: e le nostre università? Cosenza è più distante di Bologna, Pisa, Milano? E dinanzi a tutto ciò, cosa fa la società calabrese? Non sto percependo, al momento, una spinta dal basso, un movimento orgoglioso desideroso di capovolgere le sorti di una regione che deve imparare anche a dire dei NO, come ad esempio sta facendo all’interno del dibattito sull’autonomia differenziata. Si parla – chiosa Razzi – di ‘ndrangheta: riusciamo a far capire ai nostri giovani che se, tutti insieme, creiamo le condizioni, ci sarà possibilità per tutti di vivere dignitosamente, lavorando onestamente, sognando e realizzando cose, senza dover chiedere sostegno a chicchessia, se non a coloro che devono, da un punto di vista burocratico, consentire la nascita di svariate opportunità.

Katia Colica mette, invece, l’accento sulla funzione salvifica di una Cultura capace di creare delle maestranze, ovvero, di dar lavoro. Dobbiamo innestare in noi la cultura della Cultura che da’ dignità umana, professionale, economica. Oggi, in Calabria, la ‘ndrangheta è colei che ti consente di attingere ad un fondo economico, come dire, certo, garantito. Sta a noi, che operiamo nel mondo delle Arti, instradare i giovani al Teatro, piuttosto che alla Musica, facendo loro intuire che, accanto all’attore e al cantante, c’è il costumista, lo scenografico, il tecnico. Ognuna di queste figure è… uno stipendio, dunque è una fuga dalla strada, dall’incertezza, dalla paura, dall’abbandono. Il fascino della Cultura che salva va diffuso, urgentemente.

Franco Ambrogio, storico esponente del PCI cosentino, rammenta che quel che a noi fa comodo è l’assistenzialismo. Ci hanno convinti che non potremo svilupparci, come dalle altre parti, e ci hanno comunicato che ci avrebbero dato dei soldi per sopravvivere. Siamo subalterni. E forse non ce ne rendiamo conto. Oggi, invece, servono forze sociali, politiche, sindacali, culturali, disposte a confrontarsi e a scontrarsi, s’è del caso. Dobbiamo offrire una alternativa alla negatività, ai tanti pregiudizi che ci stritolano. Senza tacere la verità, leggendo oggettivamente la nostra realtà, umana e storica e geografica.

L’intervento di Giuseppe Smorto è telegrafico, e pungolante assai: se sui giornali una buona fetta di pagine, articoli e commenti è legata alla ‘ndrangheta, il motivo è soltanto uno: si è pigri, e ci si adagia sulla tematica che, per curiosità e abitudine, fa vendere apparentemente qualche copia in più.

Tonino Perna richiama eventi, a Reggio pensati e realizzati, nati per sfatare i tabù. E cita il Festival del Mediterraneo che creammo nel 1987, per rompere quella cappa, di sangue e di morte, che aleggiava sulla Reggio messa a soqquadro dalla guerra di mafia. Fu una iniziativa grossa, che coinvolse una miriade di relatori ed artisti. Ricevemmo dalla regione un contributo enorme e ci prendemmo il lusso di far le manchette sulle prime pagine di Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa. Ci aspettavamo un gran clamore, ma non accadde nulla. Fino al terzo giorno: a sera ci fu il concerto di un gruppo di Zagabria, che a un certo punto intonò Bandiera Rossa in maniera sarcastica. Il maresciallo Crucitti, presente all’evento, interruppe musica e musicanti, sostenendo che nella Reggio afflitta da tante vittime non si canta Bandiera Rossa. L’ambasciatore della Jugoslavia, anche lui presente al concerto, scrisse alla Farnesina un telegramma di protesta: fu quel che ci fece finire sui giornali nazionali, come l’Eco di Bergamo. Non la bontà dell’iniziativa, il piccolo scandalo…

Laura Cirella è un fiume in piena: raccontare è generare la realtà. La parola ha il potere creativo. E siccome noi siamo i luoghi che scegliamo – e ve lo dico io, nata in Sicilia da papà siciliano e mamma abruzzese – dobbiamo esser consapevoli che ogni luogo, ogni terra è principalmente fatta da coloro che la attraversano, la vivono, la custodiscono. Siamo nati per esser visionari, avanguardisti. Impariamo a generare visioni. Un esempio? Il ponte sullo stretto è una fesseria planetaria: siamo capaci di raccontar bene il fascino della costa che verrebbe sfigurata, demolita, imbruttita?

Domenico Talia esorta a passare da relazioni viziose a relazioni virtuose. E sapete perché? Perché in Calabria ci son diversi che nel pregiudizio ci sguazzano. C’è una Calabria da dimenticare, resa viva dagli stessi calabresi, che, pur non essendo ‘ndranghetista, ci guadagna con la malavita. Estirpiamo il cancro della comodità personale, disonesta e a discapito del popolo e di quanti forse vorrebbe una Calabria vera, bella, all’avanguardia.

Franco Arcidiaco, infine, scuote l’uditorio: smettiamola, noi giornalisti, di enfatizzare titoli roboanti per osannare inchieste giudiziarie megagalattiche; che poi si risolvono in tante bolle di sapone, che però scivolano via, senza far sapere che quel tizio, molto tempo prima processato dentro e fuori l’aula, è risultato magari completamente estraneo al fatto… Iniziai a lavorare nella redazione calabrese di Paese Sera, un giornale dove la notizia, il cronista, la costruiva sul campo, osservando, ascoltando, indagando. Non si usavano le veline o i mattinali. Oggi, invece, assistiamo al costante copia e incolla. Chiediamoci: chi si sta interrogando su quel che sta accadendo a Roccella? C’è stato l’ennesimo attentato incendiario, lì, nella cittadina simbolo della rinascita turistica, culturale… Eppure, si tace, si accenna, mica si indaga e si denuncia…

L’ultima parola spetta all’assessore Fedele, contenta per aver partecipato ad un incontro finalmente concreto, che lascia in ognuno di noi dubbi e voglia d’impegno, su piste accennate ma già concrete.

Le tenebre hanno avvolto Taurianova tutta. È tempo di tornare a casa. È tempo, anche in casa, di cominciare a rimboccarsi le maniche: le sorti della Calabria, e d’ogni sua città, m’appartengono e ci riguardano. Se tutto va a scatafascio non è sol colpa degli altri. È mia, è tua, è nostra la colpa.  

Ricerca Avanzata

Cerca negli archivi per data, categoria e testo.

Torna in alto