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TERROR MUNDI, ROBERTO IL GUISCARDO UN EROE DIMENTICATO DI SAVERIO BIANCO

“Terror mundi”, o il primo “brigante” di Calabria?

Del padre di Roberto “il furfante”, Tancredi d’Altavilla (Hauteville), signore della penisola del Cotentin (Normandia dell’ovest o Bassa Normandia, ai confini con la Bretagna), si conosce davvero troppo poco, se si considera che in molti si sono dati da fare a trovargli natali illustri, che forse non poteva vantare. Cosicché il monaco normanno Geoffroi Malaterra, dell’abbazia di Saint-Évroult, la stessa forse del cronachista inglese Orderic Vitalis, nel “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius”, dà per scontato che appartenesse a una famiglia molto importante, senza sbilanciarsi oltre; ed essendo divenuto lo storico di corte di Ruggero I di Sicilia, non poteva comportarsi altrimenti.

Un’oscura genealogia

Nell’Historia Ecclesiastica Ptolomœi Lucensis, del 1327, se ne fa genericamente un discendente del capo vichingo Rollon, o Hrôlfr, cristianizzato in Roberto, primo duca di Normandia, citando però altri: «…Scribit Martinus, quod postquam Normanni quieverunt in terra Francorum, primus ipsorum Dux fuit Robertus (Rollon). Hic autem genuit Guillelmum: Guillelmus vero Richardum, hic autem secundum Richardum et Robertum Guiscardi qui Apuliam, et Calabriam devicit ac Siciliæ Insulam…».

Jean-Baptiste Mailly sostiene che il padre fosse proprio Rollon (Esprit des Croysades II 268), mentre, per lo storico tedesco Johann Christoph Gatterer, discendeva da un suo parente prossimo (Allgemaine Welthistoire, Halle 4°, XXXII, 78). Per lo studioso siciliano Rocco Pirri (Chronologia 3), si sarebbe trattato più precisamente d’uno dei figli del duca Richard II di Normandia, oppure del fratellastro Guillaume de Brionne, conte di Hiesmes (Hiémois) e poi di Eu. Buonfiglio Costanzo (Historia siciliana) propende per Guillaume II; il teologo danese Erik Pontoppidan ne attribuisce invece la paternità a Richard III (Gesta et vestigia Danorum extra Dania I, 121).

Odon Delarc (Les Normands en Italie) tutte queste contraddittorie affermazioni le ritiene infondate e prevalentemente frutto della fantasia dei loro autori, ovvero dell’ossessione genealogica dei parvenus divenuti aristocratici da poco e dal nulla (poiché la nascita in una stalla viene tuttora concordemente ritenuta irripetibile).

Rollone il Camminatore

Nel X secolo, in base al patto di Saint-Clair-sur-Epte, del 911, allo scopo di proteggere il proprio regno da future invasioni di popoli del Nord (da nord e mann, uomo = Normand), il re di stirpe carolingia (dapprima di Francia e poi di Lotaringia, ossia con l’esclusione di Borgogna, Provenza e Bretagna) Carlo il semplice, nell’affidare direttamente al lupo le sue pecore, concesse il vasto dominio territoriale allora parte della Neustria, poi denominato Normandia, giusto al condottiero vichingo Rollone (Hrôlfr, Göngu-Hrólfr, o Rolf Ganger, da cristiano battezzato Roberto), detto il Camminatore, figlio dello Jarl (equiparabile a conte) di Møre e, per un breve periodo, anche conte delle Orcadi, Ragnvald Eysteinsson (figlio di Eystein), a sua volta unico figlio dello Jarl della zona di Upplands (l’attuale zona di Oppland, a nord di Oslo), Eystein Ivarsson, detto Glumra o Clattere.

Matrimonio pagano, handfasting, o informale concubinato?

“Secondo le usanze norrene” (more danico), Rollone aveva contratto un primo sposalizio pagano con una donna di probabili origini celtiche, che gli aveva dato due figlie femmine; da Poppa di Bayeux, rapita in seguito all’assassinio del di lei padre Berengario (raptus in parentes, senza il loro consenso) erano nati Guglielmo Lungaspada (Guillaume “Longue-Épée”, o Viljâlmr Langaspjôt nelle saghe scandinave) e Gerloc, ribattezzata Adele, futura moglie di Guglielmo III, conte di Poitiers e duca d’Aquitania. L’unione cristiana con Gisela, figlia di Carlo il Semplice, fu invece sterile. Per cui a potersi definire davvero discendenti per linea diretta da Rollone, conte dei Normanni, conte di Rouen, e capostipite della Casata di Normandia, ci sarebbero soltanto Guglielmo I il Conquistatore e i successivi re Normanni d’Inghilterra (Guglielmo II, Enrico I e Stefano); mentre i Plantageneti (da Enrico II a Riccardo III) lo sono soltanto per parte materna, attraverso Matilda, figlia di Enrico I; e già con i Tudor il rapporto genealogico è piuttosto discutibile.

Hauteville

Non certo suo discendente diretto fu, allora, Tancredi d’Altavilla, che divenne guardia del corpo del Duca Riccardo I di Rouen e infine capostipite del casato degli Altavilla. Il padre di Roberto “il furfante” era quindi un piccolo signorotto normanno della regione di Coutances, nella parte occidentale del Ducato di Normandia, tradizionalmente abitata da una popolazione d’origine celtica (Unelles, con propria capitale nel centro di Cosedia, rinominata successivamente Constantia, in onore di Costanzo Cloro), e ad Hauteville possedeva un minuscolo feudo che poteva fare affidamento su una decina di cavalieri, sempre in base alla testimonianza di Malaterra (I, 40).

Dei vari comuni della Manica che portano il nome Hauteville, però, nessuno storico è mai stato formalmente in grado di identificare quale abbia in effetti dato il nome alla tenuta o al possedimento di Tancredi, anche se poi la consuetudine ha indicato e ammesso come riconosciuto dalla tradizione proprio Hauteville-la-Guichard (sempre Malaterra I, 3), che fino al 1982 veniva designato ufficialmente con due “tt”: Hautteville.

Hialttvilla da Hialtt?

Forse perché questo villaggio, originariamente Hialttvilla, era stato fondato da un vichingo proveniente dall’odierna Norvegia, di nome Hialtt; secondo François de Beaurepaire (Les noms des communes et anciennes paroisses de la Manche, 1986), si ritrova attestato, nella forma latinizzata che conosciamo, Altavilla, solo dalla fine dell’XI secolo, “Altavilla la Guischart” nel 1236, e nella forma romanica “Auteville la Guichart” intorno al 1280.

Altavilla: haute ville?

Si tratta dunque più probabilmente d’una formazione toponomastica medievale con desinenza in –ville,  nell’antico significato di “dominio rurale”, o anche di “villaggio”, mentre, sempre secondo la formulazione tradizionale, il primo elemento Haute- rappresenterebbe l’antico aggettivo, al femminile alte, per “alta”, da cui il significato complessivo di “dominio rurale a una certa altezza”, o di “villaggio in altura”?

Corrisponde effettivamente alla realtà delle cose, nei fatti verificabile sul campo, perché, se si conquistano certe posizioni, la vista è in grado di spaziare e abbracciare una notevole estensione di paesaggio.

Hôtel

Molte altre frazioni riportano il nome di hôtel,hôtel d’hôte”, “abitazione d’un ospite”, in quanto, nel medioevo, questo termine veniva impiegato per designare un contadino libero che coltivava un appezzamento per il quale doveva affitti e corvées: Hôtel-ès-Bruns (in lingua normanna, “ès” equivale ad “aux”), Hôtel-au-Noir, Hotel au Roux, ecc. Altre hanno assunto il suffisso -ière, “luogo di, dimora di“: La Mottinière (da Mottin), La Formière, La Jaminière, oppure La Verdurerie, La Pâquerie, la Landrurie, ecc. Altre ancora fanno derivare il proprio nome o dalla topografia o dal terreno: la Rivière, le Mont, la Vallée, la Fosse, la Bûcherie, e così via.

Héauville

Eppure, leggenda vuole che Hauteville, nel X secolo, venisse fondata, con la primitiva denominazione (non attestata) di Hialttvilla, proprio perché Hialtt era il nome del vichingo norvegese appena stabilitosi da queste parti, dopo aver ricevuto dei terreni da quella divisione della Normandia operata da Rollo in seguito alla stipula del patto di Saint-Clair-sur-Epte, nel 911. E un secolo e mezzo dopo, intorno al 1081, nella zona della Manica (La Manche) continuava a esistere infatti un Héauville (Heltvilla).

Helte

In questo caso, il primo elemento potrebbe essere spiegato dall’antroponimo anglo-scandinavo Helte, variante dell’appellativo norreno Hjalti/Hialti, ovverossia uomo proveniente da Hjaltland, il nome dato dai vichinghi all’arcipelago scozzese delle isole Shetland, derivandolo dall’antico termine (hjalt) usato per indicare l’elsa della spada. Nella forma latinizzata Helti (genitivo di Heltus) risulta documentato come nome proprio nel Cartulario di Saint-Lô del XII secolo (“elemosina Helti de Melpha”).

Non lontano da Héauville ci sono altre due Hauteville (sempre nel dipartimento della Manica: a 15 km Surtainville e a 20 km Tollevast) che potrebbero candidarsi a sede degli Altavilla con altrettanti diritti di Hauteville-la-Guichard.

“la-Guichard”

Come abbiamo detto, la complementare determinante “la-Guichard” compare solo intorno al XIII secolo, e secondo le antiche formulazioni disponibili (vuoi Guischart, vuoi Guichart), per René Lepelley (Dictionnaire étymologique des noms de communes de Normandie, 1996), si riferirebbe proprio al “Guiscard” Robert, uno dei figli di Tancredi, nato in un luogo chiamato la Cave nel 1015. Dimodoché sancirebbe quella tradizionale consuetudine di considerare appunto Hauteville-la-Guichard come “il” luogo d’origine di Roberto il Guiscardo. Tuttavia, esistendo altre località denominate Hauteville nella diocesi di Coutances, nel Cotentin, mancherebbero delle vere prove conclusive.

Anche nella più grande delle isole greche dell’arcipelago ionio, per ricordarne la morte avvenuta nel 1085, durante l’occupazione del territorio bizantino, un villaggio situato a nord di Cefalonia, nel punto più vicino a Itaca, ha assunto il nome di Fiskardo (Φισκάρδο Κεφαλονιάς), non prevedendo l’alfabeto greco il suono della bilabiale germanica “w”, reso in latino con il fonema “gu”.

Guichard de Montfort

La qualificazione di “la-Guichard”, secondo Léonor de Mons (Les grands lignages seigneuriaux dans le bailliage de Cotentin au Moyen-Age et à l’Epoque moderne, 2013) si potrebbe riferire pure a un certo Guichard de Montfort, appartenente forse a una famiglia d’origine bretone (Montfort-sur-Meu, capoluogo del cantone Ille-et-Vilaine), stabilitasi nella signoria della piccola roccaforte di Montfort a Heugueville-sur-Sienne, il cui toponimo sarà trapiantato a Remilly-sur-Lozon dalla famiglia Le Marquetel. Sarebbero, comunque, molti altri i personaggi del Cotentin a venire designati con  il soprannome di Guischart (cart. Mbg, f° 149; cart. Hambye, f° 106), senza peraltro poter stabilire il grado di parentela con quel celebre, e tanto decantato, conterraneo avventuriero, Roberto detto Guiscard; in ogni caso, nessuno di loro viene segnalato giusto ad Hauteville-la-Guichard.

Valoroso e/o furfante?

Dal punto di vista linguistico, la questione non appare tanto semplice da sbrogliare poiché Guichard (già Guischart), e non Guiscard (visto che si tratta di [ʃ] ch e non di [k]), e neppure Giscard o Gischard (giscl-, forse da gisel, ostaggio, e hard, duro, forte), risulta essere un antico nome cristiano, sia pur d’origine germanica (da wîs, saggio, o wisa, esperienza, e ancora hard, forte, valoroso, dal percorso filologico analogo al più tardo inglese wizard, filosofo, mago), riscontrabile persino in italiano (Guizzardo, Viscardo, Guicciardo, esempio classico: Guicciardino Guicciardini), frequente anche come cognome (per esempio, il vescovo Gohard de Nantes si chiamava pure Guischart, e l’appena citata famiglia dei mercanti fiorentini), mentre guiscardo (da wiska, scaltrezza) è più specifico, nell’antico francese, quale soprannome declinato con suffisso dispregiativo in -ard (vedi anche in italiano: bugiardo, beffardo, codardo, infingardo, testardo…), ​​da cui il precipuo significato di astuto “furfante“.

Come nel caso della genealogia di Tancredi, alla stessa stregua, per quanto riguarda le relazioni intercorrenti tra Guichard e “il Guiscardo”, allineandosi con Odon Jean Marie Delarc e d’accordo con Louise Flattet (Hauteville-La-Guichard, le pays des Tancrède, 1938), bisogna concludere che, né etimologicamente né storicamente, se ne intravedono di certe e definitive.

Pirateria vichinga

Sulle coste della Gallia occidentale, le prime incursioni vichinghe erano sopraggiunte tra il 790 e l’800; e durante il regno di Ludovico il Pio (814-840), raggiunsero pure la Neustria. I Vichinghi attaccavano le facili prede dei tesori monastici, indifese dai  chierici, e non esitavano a incendiare biblioteche e archivi. Le incursioni avvenivano durante l’estate, per poi trascorrere l’inverno con il bottino in Scandinavia. Ma dall’851 cominciarono pure a svernare in Basse-Seine.

Terrorizzati da queste feroci scorrerie, i re carolingi guidavano, ovviamente con gravi conseguenze, politiche contraddittorie. Nell’867, Carlo II il Calvo, con il Trattato di Compiègne, dovette cedere la contea del Cotentin al re bretone Salomone, a condizione che gli prestasse giuramento di fedeltà e lo aiutasse nella sua lotta contro gli invasori. Allo stesso modo, nel 911 (patto di Saint-Clair-sur-Epte), Rollo concluse  l’accordo con Carlo il Semplice, che oltre alla mano della sorella, gli diede la custodia della contea di Rouen, e più o meno l’Alta Normandia, in cambio dell’impegno a battezzarsi e di un giuramento di vassallaggio, che venne pronunciato però molto piò tardi, nel 940.

Una “normannizzazione”

In base ai patti, Rollo doveva proteggere dalle scorribande scandinave pure l’estuario della Senna, e, a seguito delle progressive conquiste, nel 924, il territorio sotto la sovranità normanna si accrebbe di Hiémois e Bessin. Nel 933, i Vichinghi della Normandia si appropriarono di Cotentin e Avranchin a spese dei Vichinghi della Bretagna, comandati da Incon (o Håkon?) de Nantes. Quello stesso anno, il re Raoul di Borgogna fu costretto a cedere al principe dei Normanni Guillaume Longue-Epée la “terra dei bretoni situata in riva al mare“, un’espressione che designava il Cotentin e probabilmente anche l’Avranchin fino al Sélune, di cui era allora il confine meridionale. Dopo la morte di Guillaume Longue-Epée, nel 942, i Normanni che si sentivano minacciati da re Luigi IV d’Outremer e da Ugo, marchese di Neustria, invocarono l’aiuto d’un re danese di nome Hagrod, forse Harald I Gormsøn (figlio di Gorm), detto Blaatand (Dente azzurro), di dinastia norvegese, il quale li soccorse sbarcando con il suo esercito nell’estuario del Dives. Secondo Dudon de Saint-Quentin, che riporta l’evento nella sua Historia Normannorum, a questo contingente si unirono i nordici già insediati a Bessin e Cotentin, il che portò a un’ulteriore presenza scandinava in questa regione.

Peregrinazioni vichinghe

In base alle fonti documentarie, alla toponomastica e a tutti i dati linguistici, l’insediamento nordico della Normandia sarebbe stato essenzialmente danese, ma è assai probabile che vi fossero pure norvegesi, e forse perfino degli svedesi. C’è tuttavia un’evidente discrepanza tra la ricchezza del materiale linguistico, in particolare la toponomastica, che ha un evidente carattere nordico, soprattutto nel Pays de Caux, nella Basse-Seine e nel Cotentin, di contro alla povertà del materiale  archeologico vichingo: solo un martello di Thor ritrovato nel territorio del comune di Saint-Pierre-de-Varengeville e un altro nel comune di Sahurs, probabilmente collegati non tanto alle incursioni vichinghe del IX secolo, ma piuttosto all’insediamento nella regione di coloni anglo-scandinavi del X sec.; nella sepoltura femminile vichinga a Pierre Saint-Martin a Pîtres, una coppia di spille a forma di tartaruga, caratteristica del mondo nordico orientale; nel tesoretto rinvenuto nel comune di Saint-Pierre-des-Fleurs (Eure), due monete carolingie, tra cui un denaro di re Eudes (Oddóne I), una araba e nove frammenti di lingotti, nonché nove monete di fattura scandinava a imitazione del contante di Alfredo il Grande del Wessex, provenienti dall’enclave danese (Danelaw) in Inghilterra. Il che ha fatto affermare all’archeologo Jacques Le Maho (Les Normands dans la vallée de la Seine, 2002) che la maggior parte dell’insediamento nordico sarebbe opera di agricoltori anglo-scandinavi, piuttosto che di veri e propri vichinghi. Teoria questa confermata dalla toponomastica e dall’antroponimia, che hanno un carattere spiccatamente anglo-scandinavo, con nomi tipicamente anglosassoni o scandinavi provenienti dalla vicina Inghilterra. E lo stesso parere esprime lo storico Pierre Bouet (Rollon: Le chef viking qui fonda la Normandie, 2016), nel difendere l’ipotesi che tra i coloni scandinavi che si stabilirono in Normandia, fossero pochi a provenire direttamente da Danimarca o Norvegia. La maggior parte di loro avrebbe precedentemente soggiornato nelle dirimpettaie isole d’Irlanda e Gran Bretagna, come stanno a dimostrare i numerosi indizi linguistici. Nel complesso, i coloni si sono concentrati su quella parte della Normandia prospiciente la Manica: a nord d’una linea che idealmente va da Granville o Graunville, nei pressi di Mont Saint-Michel, a Eu (Seine-Maritime), passando per Falaise (Calvados) e Les Andelys (Eure).

Vichinghi di Danimarca

Per lo più, i danesi sarebbero passati prima attraverso i cosiddetti Danelaw (o Danelagh, in antico inglese Dena lagu, in danese Danelagen), aree dell’Inghilterra sotto il controllo amministrativo dei Dani (o Vichinghi di Danimarca), a partire dalla fine del IX secolo (Northumbria, Mercia, East Anglia), facendosi accompagnare da un certo numero di anglosassoni, come quelli inviati da Æthelstan, considerato come il primo re d’Inghilterra, a Rollo, e poi stabilitisi insieme con i danesi in Neustria.

Vichinghi di Norvegia

I norvegesi si concentrarono prevalentemente nel nord del Cotentin, con persone di origine celtica, il che viene spiegato dalle precedenti peregrinazioni dei norvegesi e testimoniato dalla toponomastica: Digulleville, viene dal nome irlandese Dicuil, Doncanville, dall’rlandese Duncan, Quinéville, invece dallo scozzese Kined; e, infatti, i Vichinghi norvegesi avevano integrato nei loro eserciti i nativi irlandesi e scozzesi in seguito al loro insediamento nei faraglioni situati nel nord della Scozia, in Irlanda e nell’isola di Man. E gli immigrati dai paesi celtici a lungo continuarono a dare ai loro abitati e ai discendenti dei nomi celtici, rintracciabili fin nei documenti della fine del XII secolo.

“Anglo-scandinavi”

Ne “Les noms des communes et anciennes paroisses de la Manche” (1986), François de Beaurepaire sintetizza: “Molti [vichinghi] sarebbero venuti a stabilirsi in Normandia, portando con sé anglosassoni, che avevano preso al loro servizio o che, in un contesto storico sconosciuto, si erano associati al loro destino; forse avevano anche trovato in questa provincia altri Vichinghi venuti direttamente dalla Scandinavia. Comunque sia, il termine “anglo-scandinavo” sembra in grado di caratterizzare l’etnia dei vichinghi e anche la toponomastica lo conferma poiché rivela in Normandia la coesistenza di nomi anglosassoni e scandinavi, che spesso rimane difficile distinguere tra loro a causa della parentela dei dialetti germanici.».

La “normannità”

Nello stabilirsi su gran parte del territorio oggi noto come Normandia, i coloni anglo-scandinavi adottarono rapidamente la forma di lingua romanza parlata dagli abitanti di questa parte della Normandia, l’antica Neustria, la langue d’oïl. Pertanto, i nuovi arrivati eserciteranno sul vocabolario del volgare un’influenza abbastanza limitata a non più di due centinaia di parole, estrapolate dal norreno o dall’inglese antico, e ancora più marginalmente sulla fonetica. Questa decadenza della lingua norrena può essere spiegata dal numero molto ridotto di donne scandinave al seguito dei coloni, che andavano a formare nuovi nuclei familiari con le donne autoctone di lingua romanza. Nonostante tutto, l’uso del “danese” sarebbe stato mantenuto, almeno sulle coste della Normandia, fino alla fine del XII secolo. E lo affermava il trovatore Benoît de Sainte-Maure, nella sua Cronaca dei duchi di Normandia, come ricorda Charles Bruneau (Petite histoire de la langue française, 1966).

L’influenza scandinava è oggi poco evidente in un lessico che da allora si è andato impoverendo, eppure continua a essere riconoscibile, per esempio, nella terminologia della vecchia misura di superficie normanna, l’acro. Nel dialetto dell’Italia meridionale, mentre tastari potrebbe provenire dall’anglosassone to taste, attruppiccari (da triper), accattari (da acater), ammintuari (da mentevoir) sarebbero presumibilmente d’etimologia normanna.

Rainulf Drengot

Secondo la leggenda, nell’Italia meridionale, poco prima dell’anno 1000, dei mercenari normanni, preceduti dalla fama di bellicosi guerrieri, iniziarono a porsi al servigio di duchi e principi longobardi e greco-bizantini, finché, nel 1029, il duca Sergio IV di Napoli insediò uno dei loro principali condottieri, Rainulf Drengot, nella fortezza di Aversa. Fu questo il loro primo insediamento stabile in Italia, a partire dal quale i Normanni iniziarono a organizzare la veloce conquista d’un paese diviso, preda dell’anarchia e afflitto da problemi economici e di sicurezza.

La prima capitale degli Hauteville

Nel 1035 giunsero i primi due fratelli Hauteville, Guillaume (poi soprannominato “Bras-de-Fer”) e Drogon, figli maggiori di Tancredi; dopo aver prestato servizio come mercenari fino al 1040, decisero di mettersi in proprio a contendere la Puglia all’Impero Bizantino, e due anni dopo, nel 1042, Melfi fu eletta capitale del loro feudo di Puglia, una contea, mentre Guillaume Bras-de-Fer venne riconosciuto capo dei Normanni d’Italia. Fu quest’ultimo ad autoproclamarsi “re in Puglia”. Nel 1044 furono raggiunti da un altro dei loro fratelli, Onfroi, che, con la sua banda, li assecondò e poi, circa tre anni dopo, fu la volta di Roberto, il sestogenito di Tancredi, alla testa di cinque cavalieri e trentacinque fanti.

San Marco Argentano

Insieme con il suo manipolo ben armato, per non averlo tra i piedi, Roberto venne dirottato in Calabria, sulle alture del Crati, vicino Cosenza, dove condusse una vera e propria organizzazione criminale dedita all’abigeato e ad attività di brigantaggio, saccheggiando monasteri e chiese, derubando i viaggiatori, ricattando la popolazione inerme, molestando con atti terroristici le truppe bizantine e seminando nel circondario un’atmosfera di vero e proprio terrore. Ed è per questo motivo che, come prima Huguette Taviani-Carozzi (La terreur du monde, 1996), adesso, Saverio Bianco ne intitola la biografia: “Terror Mundi” (Falco editore, Cosenza 2021), come si leggeva sulla lapide posta sulla sua tomba nella chiesa della Badia della Santissima Trinità di Venosa.

Delle nozze “vantaggiose”

Contemporaneamente a questa vita da bandito, che gli valse il soprannome normanno di “Guiscard”, il “Furfante”, occasionalmente serviva il principe longobardo Pandolfo IV di Capua, nonché i suoi fratelli Drogon e poi Onfroi, divenuto nel frattempo, nel 1051, conte di Puglia. La sua vita da ladro di bestiame e “mafioso” ante litteram la perseguì fino al suo matrimonio con Aubrée de Bourgogne (Alberada o Alverada), figlia del conte Renaud I di Borgogna, e zia di Girart di Buonalbergo, un potente barone di Puglia al servizio del ducato longobardo di Benevento. Questo vantaggioso matrimonio migliorò di netto la sua condizione, in quanto ricevette in dote l’autorità d’una vera truppa di quasi duecento cavalieri Normanni, potendosi così permettere, nel 1053, assieme ai fratelli e al conte normanno Riccardo d’Aversa, di partecipare degnamente alla battaglia di Civitate sul Fortore (presso San Severo), che a degli avversari sostenuti da papa Leone IX, tutti preoccupati per le continue ingerenze e pretese normanne, opponeva degli odiati, insistenti, intraprendenti, aggressivi, incontrollabili parvenus, qualificati con disprezzo alla stregua di “nuovi Saraceni”.

Successivamente (1058) impalmò la principessa longobarda Sichelgaita, che assieme all’abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III, gli fece da tramite con le autorità ecclesiastiche.

La definitiva legittimazione

Nel 1057, alla morte del fratello Onfroi, Roberto il Guiscardo si sbarazza dei suoi due giovani nipoti, Abgelardo ed Herman, usurpandone il titolo di conte di Puglia; in seguito divenne Duca anche di Calabria e Sicilia. Il Papato, in grande difficoltà e sempre più isolato per la rottura, da una parte con il Sacro Romano Impero a causa della vicenda delle Investiture, e dall’altra con l’Impero Bizantino in seguito allo scisma religioso del 1054, decide di riconoscere l’autorità dei Normanni e di farne dei suoi alleati ufficiali; in cambio del pagamento di un canone annuo e di portare lo stendardo pontificio nelle loro guerre, sull’altura normanna di Melfi, il 23 agosto 1059, papa Nicola II formalizza tutti i loro possedimenti. Da questo momento i Normanni hanno mano libera e mostrano ora di servire soprattutto coloro che possono meglio sfruttare a proprio beneficio, visto che le loro azioni e tutte le prese di potere nell’Italia meridionale e in Sicilia sono ormai state legittimate.

 

 

Bibliografia essenziale:

Beaurepaire F. Les noms des communes et anciennes paroisses de la Manche, Picard, Paris 1986

Bianco S. Terror Mundi, Roberto il Guiscardo, un eroe dimenticato, Falco editore, Cosenza 2021

Bouet P. Rollon: Le chef viking qui fonda la Normandie, Tallandier, coll. «Biographies», Paris 2016

Bruneau C., Parent M., Moignet G. Petite histoire de la langue française: des origines la révolution, Armand Colin, Paris 1966

Dauzat A. et Rostaing C. Dictionnaire étymologique des noms de lieu en France, Librairie Guénégaud, Paris 1979

de Mons L. Les grands lignages seigneuriaux dans le bailliage de Cotentin au Moyen-Age, in “La vie et l’administration d’une grande seigneurie au Moyen-Âge et à l’Epoque moderne”, p. 26, Revue de la Manche, tome 55, fascicules 221-222,‎ 3e et 4 e trimestre 2013

Flattet L. Hauteville-La-Guichard, le pays des Tancrède – Des origines à 1938, Éditions Eurocibles (Collection «Inédits et Introuvables»), Marigny 2012

Le Maho J. Les Normands dans la vallée de la Seine (IXe-Xe siècles), Les Dossiers d’archéologie, p. 26-33, 277, 2002

Lepelley R. Dictionnaire étymologique des noms de communes de Normandie, Éd. Charles Corlet, Condé-sur-Noireau 1996

Taviani-Carozzi H. La terreur du monde. Robert Guiscard et la conquête normande en Italie. Mythe et histoire, Fayard, Paris 1996

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