Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
La storia del Tiberio Evoli, come di ogni Ospedale, caduto in disgrazia o no, non è la storia degli operatori sanitari soltanto. Sì, affermo operatori sanitari, perché non solo i medici fecero grande l’Ospedale, anni addietro, ma anche gli infermieri, i portantini, gli “inservienti”, gli amministrativi. Le suore. Ho volutamente usato i profili professionali dell’epoca. Adesso è diverso. Adesso tutto è diverso. La storia di un luogo è il risultato di incroci di storie. Piccole, grandi, medie. Non è mai una storia di razza. Ma è sempre una storia “bastarda”. Quindi ritengo che la storia del Tiberio Evoli sia principalmente la storia degli ammalati e dei loro familiari. Ed è una storia che va ascoltata, di notte, se capita, passando per i corridoi antichi con le mattonelle a scacchi, oppure in materiale “a norma” di colore verde acqua. Dalle porte sembrano affacciarsi i volti spauriti della popolazione in pigiama, incerti e confusi sulla propria sorte. Si chiedono, quei volti, che ci fanno li. Perché tutti noi viviamo da sani, giustamente, e quando qualcosa dentro si guasta ci sembra di stare in una bolla, in un’altra dimensione. Ma in Ospedale accade che si annodano relazioni e storie, e non solo dei pazienti. Ma anche dei parenti. I parenti, quella folla, a volte ritenuta fastidiosa, che viene fatta attendere per ore dietro una porta chiusa, salvo quando serve ad accudire i propri cari, di fatto collaborando e sollevando il personale da impegni gravosi dovuti ad una atavica carenza numerica. Non è forse così? Mi fermo qua, perché è un’altra storia. I parenti che si raccontano, fuori dalle porte chiuse, le storie dei cari ammalati. E poi la loro storia. Si sa, con gli estranei, con gli estemporanei che si incontrano sapendo di non incontrarli più, scattano livelli di confidenza difficili da raggiungere con un conoscente. Ma la relazione, la confidenza, il dono di un accaduto, è sempre conforto. È suddivisione equa di angosce, filo empatico che annoda, provvisorio, persone estranee ma legate da drammi imminenti, lutti potenziali, speranze auspicate.
Quanto conta tutto ciò nel percorso di cura? O meglio, quanto la solitudine del malato inficia le possibilità di risposta alle proposte curative, alla grinta nel lottare per la propria vita? Penso tutto ciò mentre passo dal Tiberio Evoli, una mattina qualunque di nuvole e sole, come canterebbe Faber. E subito, in brainstorming, mi viene fuori una parola, una di quelle che splende. Empatia.
La lascio lampeggiare, e tiro oltre. Sempre più convinto che a fare grandi i luoghi sono sempre le piccole storie. Ed a rendere la vita degna di essere vissuta è sempre la capacità che abbiamo di prenderci cura delle angosce altrui.
Siamo sempre ciò che diamo. E se nulla diamo, nulla siamo.
