TRA LE STALLE E LE STELLE C’È UNO STALLO!
“Le fiabe sono narrazioni semplici e dirette che rappresentano il groviglio della psiche senza passare attraverso il filtro del pensiero analitico”, ci conferma Carla Stroppa in “Gli Spostati – Vivere senza amore” (Moretti & Vitali Bergamo 2020). Nel suo esprimersi a parole, anche se non necessariamente in corrette sequenze logiche (il discorso della ragione cosciente), bensì piuttosto associative (inconsce), e allusive, rispetto a un’intelaiatura metaforica di simbologie incastonate nella narrazione di racconti tradizionali, il mythos non si contrappone poi così nettamente a logos. Ed è proprio la fluidità dell’ottica interpretativa dei “temi esistenziali che riguardano tutti”, fornita da leggende e fantasie di fondazione della realtà, a sconvolgere le immaginifiche cosmogonie dell’intero universo. La finzione, l’arte, la letteratura, il cinema si offrono spesso quali cure palliative d’una mancanza di senso individuata nella misera economia di questo mondo; sono una consolatoria speranza in un’altra occasione, sia pure teorica, che possa giungere in soccorso o in sostituzione di povertà o assenze relazionali, se non promettente, quanto meno confacente a una sopravvivenza emotiva.
“È difficile amarsi se nessuno ti rimanda l’immagine…”. Del resto, se non ci viene restituito un idoneo e ambíto riflesso di noi stessi, siamo inevitabilmente costretti a cambiare specchio, a volte pure con uno che potrebbe rivelarsi, almeno per noi, “convenientemente” deformante dell’originaria “scissione intrapsichica”, affinché un desiderio infranto sia in grado di destrutturare con altrettanta caleidoscopica, e insieme trasparente, inadeguatezza la fenomenologia di quella personale insufficienza affettiva che ci rode. Ed ecco perché la vita non assomiglia mai al cinema degli “Happy Endings”, semmai a una “cattiva maestra” televisione commerciale. La differenza sta solo nel nostro sguardo e nelle nostre aspettative? Qual è questo sogno irrealizzato che tormenta le notti insonni degli amanti? Forse si tratta più che d’un incubo, del disagio di sentirsi in esilio (das Unheimliche), spaesati, disorientati, quindi impropri, e perciò apatici e svuotati; spiazzati, dislocati altrove, non dove si dovrebbe o vorrebbe essere, o addirittura dove non si è mai abitato e solo vagheggiato quale emergenza rifugio e in fondo sede privilegiata dell’anima. Ciò a cui si ambisce costeggia l’eros per fondersi in un’agape oblativa verso la vita stessa, ma è soltanto nell’amore corrisposto che l’io si sente “a casa” propria.
Più di spostati o sbandati, disadattati sarebbe una traduzione migliore per “The Misfits”, il film di John Huston, del 1961, l’unico scritto e sceneggiato dal commediografo Arthur Miller, l’ultimo di Marilyn Monroe e di Clark Gable; ma anche Montgomery Clift morì pochi anni dopo, quasi a sottolineare la fatale drammaticità di quella trenodia sulla fine della naturalezza della libertà, riferita ai cavalli selvaggi, come alla società nordamericana di individui che si ritengono ribelli senza padrone, e ancor più alla femminilità rappresentata in maniera così esuberante e spontanea da Marilyn. Tutta la pellicola sembra un vero e proprio atto d’amore: l’amore che lo sceneggiatore nutre per la moglie; l’amore del regista per gli antieroi di cui ammira la spavalderia; l’amore degli attori per i ruoli che più li caratterizzano; l’amore di tutti i maschi, che fossero personaggi della storia o spettatori in sala, per un’intramontabile, irresistibile, biondissima diva, quanto mai ferita dalla vita, e non solo sullo schermo, la cui ipersensibilità la conduce a diventare vittima predestinata della sua stessa bellezza, oltre che della violenza che le ruota attorno. Difficile da dimenticare questo ritratto del malessere d’un mondo che cambia alla ricerca d’ulteriori prede da defraudare o da condurre al macello, soprattutto per le sue straordinariamente autoreferenti verità; dalla sincera passione per gli animali della Monroe al reale incidente di Mongomery Clif, costretto a sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica, citato nella telefonata con la madre. Tale gravità karmica fece sentire il suo peso durante tutta la lavorazione delle riprese che fu costellata da difficoltà d’ogni genere.
Un altro atto d’amore per la vita e per la città in cui si vive (come “Il cielo sopra Berlino” per Wenders o “Manhattan” per Woody Allen) è il film di Luc Besson “Angel-A” (2005), sotto forma d’una favola moderna, com’è in fondo il cinema oggi. La storia è tutta imperniata sullo stridente contrasto tra i due protagonisti, – una donna bellissima, magrissima, altissima, e pure con i tacchi a spillo, praticamente quasi un trampoliere, che si nutre di rifiuti, e un piccolo, goffo, maldestro, sfortunato, brutto, antipatico e saccente scarto della società, – i quali si scrutano continuamente e, a volte, riescono a sopportarsi. Sì, è proprio: “… difficile amarsi se nessuno ti rimanda l’immagine…”!
Senza il fattivo contributo dell’Altro non riusciremmo a liberarci dei nostri legacci; senza un’indicazione affidabile non saremmo mai in grado di reindirizzarci adeguatamente, né potremmo difenderci dai furti dei ladri di senso verso il quale essi nutrono contemporaneamente avidità e invidia. È un fatto che chi è invidioso lo è perché vorrebbe essere invidiato, in un rapporto che agognerebbe di reciprocità, mentre a resistere a questa tentazione sono semplicemente i resilienti, che imperterriti continuano, nonostante tutto, a immaginare, sognare, de-siderare, perché chi de-sidera ricorda d’essere pur sempre un figlio delle “stelle”, anche se vive in una stalla. – Qualora contrassegnata da una fulgida cometa, però, è molto meglio!
Il regista che ci chiama a essere protagonisti del film che stiamo girando, tra conscio e inconscio, non può essere né l’Io né il Sé, ma quell’anima che ci vivacizza, ci stimola, e non ci vuole “disaninati”, bensì, come “asini”, umili e senza pregiudiziali di scorta, non competitivi ma pazientemente disposti a quell’ascolto ponderato capace di rovesciare la scala delle priorità, e pronti persino a “indietreggiare di fronte al mistero dell’individualità e alla stupefacente complessità della vita”. Da ctonia creatura sethiana ci si deve trasformare in aurea creatura apuleiana, evitando l’immobilità della paradossale alternativa apologetica attribuita a Buridano, anche se al posto del fieno dovesse trovarsi la solita “ghianda” (“Das Schwein träumt von Eicheln”!), o “minestra” (ma forse nel caso di Lucignolo quest’ipotesi esistenziale svanisce). Saremmo “inanimati asini” nel non tentare di trascendere il mentale per avventurarci tra gli elementi invisibili della passionalità e farci infine “sognare dal sogno”, del quale non venire espropriare in nessun caso. Se tutto è relazione e la relazione è in ogni dove, non possiamo escludere a priori narrazioni differenti, insolite, ma pur difendendo la nostra vulnerabilità possiamo offrirci all’incanto seduttivo delle “Sirene dell’oltre”, resistere senza opporci ai soffi dei venti eoliani, tenendoci aggrappati con maggior vigore all’albero della vita, senza però ugualmente trascurare quello della conoscenza, anzi fondendoli in un unico tronco d’intelletto d’amore, che ci possa far discernere finalmente, tra le varie bellezze proposteci, la “beauté de l’âge” da quella dell’asino (âne). Togliendosi di dosso proprio la “pelle” (Peau d’âne, nella cui fiaba il gioco di parole è con anneau, anello… an, anus) che la ricopre, all’inseguimento del sogno d’un ballo a corte, Cenerentola raccoglie le forze per frantumare il cristallo della scarpina con uno zoccolo da onagro (da ὄνος «asino» e ἄγριος «selvatico», appunto come quei mustang del film di John Huston, “The Misfits”).
L’indivia, come scarola, cresce solo nei terreni molto fertili, l’invidia è invece molto più infestante; oltre ai grafemi anagrammatici, l’ortaggio e l’astiosità hanno in comune un certo sapore amarognolo che lasciano sul palato, anche di chi erroneamente o a ragione si sente vittima del risentimento altrui. Il medesimo retrogusto di insoddisfazione umana, incomprensione, impossibile ricerca della felicità procurato da quel film di Bergman, “Smiles of a Summer Night” (1955), in cui “La notte d’estate di sorrisi ne ha tre”, che per il regista svedese sono le relazioni con il teatro, il cinema, l’isola del Mar Baltico, Fârö, dove ha vissuto appartato per più di quarant’anni.
Gli spostati divengono spietati nel “Joker” di Todd Phillips: il protagonista Fleck (macchiolina di sporcizia) dichiara: “Da quando ho sospeso la terapia mi sento meglio“, perché identifica il trattamento a cui sottoporsi un tentativo dell’igiene mentale pubblica d’addomesticare i malati psichiatrici più che di curarli. A ciò s’aggiunga il rancore per essere stato vittima dell’insolente spavalderia dei “bulli”, preso in giro, o forse solo ignorato, e si comprende lo sviluppo, – reattivo alla considerazione: “It’s so hard to be Happy all the time”, – dell’incontrollabile tic nervoso, che incurva le estremità delle labbra all’insù, a mo’ di sorriso di tipo eginetico, arcaico (Moscophoros, Rampin Horseman), dissociato, disconnesso, o sardonico, che lo fa ridacchiare a sproposito (a mo’ d’un Gilles de la Tourette), a volte in un doloroso spasmo tetanico e altre in un ghigno malevolo, rimandando agli interlocutori quella sua inquietudine in un allarmante messaggio, il quale da inquietante si rende oltremodo minaccioso e profondamente sociopatico. Un comico fallito si metamorfizza nella carta da gioco per inaugurare una sconvolgente carriera criminale. Da personaggio fumettistico, – invogliato da bambino a socializzare con l’invito: “put a smile on that face“, anche quando non c’era proprio nulla per dimostrarsi né felice né accomodante e remissivo, – mette in atto il desiderio di “esistere”, di non essere del tutto invisibile, insomma di riscatto sociale, da par suo, da buffone non divertente che, anche quando si mostra apparentemente contento, non gioisce mai veramente ed è come se piangesse, per atterrire gli altri.
La sua forza è dunque la follia, e il suo grido di disperazione la voce, quella di Frank Sinatra, che canta una canzone scritta da Stephen Sondheim per il musical del 1973, “A Little Night Music” (un adattamento del film “Smiles of a Summer Night”, ripreso, nel 1982, da Woody Allen con “A Midsummer Night’s Sex Comedy”, sebbene in maniera meno consistente, visto che l’idea più completa e definita viene rappresentata dal fatto che, una volta persa, l’«occasione»/καιρός non potrà mai più essere riconquistata, mentre non viene mantenuta l’attesa promessa d’un’esplosione finale in barzelletta): “Send in the Clowns”; ancora un allerta, più che un monito, equivalente a “Send in the Fools“, perché se lo spettacolo della vita non sta andando bene, e non possiamo divertirci in altro modo, né abbiamo niuna cosa per porvi rimedio, cerchiamo almeno di distrarci, perché, come diceva Leopardi (Pensieri – LXXVIII): “Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire”.
Carla Stroppa: “Gli Spostati – Vivere senza amore”, Moretti & Vitali, Bergamo 2020









