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U pajiisi: il Sud che manca, non quello che divide

di Fabio Macagnino

U pajiisi. Negli ultimi giorni si è acceso un dibattito attorno a “Al mio paese”, il brano di Serena Brancale insieme a Levante e Delia. Un dibattito che, a dire il vero, non mi sorprende. La polemica è sempre la stessa: quale Sud raccontiamo? E soprattutto, come lo raccontiamo? Ho letto e ascoltato critiche molto veementi verso questa canzone. A tratti sproporzionate. Come se una canzone dovesse essere un trattato accademico o una tesi sociologica. Ma una canzone è, prima di tutto, uno sguardo, parziale, soggettivo, emotivo. Pretendere che contenga tutto, complessità, contraddizioni, analisi, significa chiederle qualcosa che non le appartiene. E allora forse il punto non è “difendere” o “attaccare” questo brano. La mia sensazione è che si stia creando una levata di scudi dentro un vuoto. Un vuoto di produzione, di immaginario, di visioni alternative. Perché, a me almeno, non pare che negli ultimi anni ci sia stata tutta questa grande produzione capace di raccontare un Sud, e una Calabria, contemporanei, complessi, in movimento. Non abbastanza, almeno, da alzare davvero il livello del dibattito. Non abbastanza da poter dire: “questa narrazione è limitata, ma ce ne sono altre forti, solide, riconoscibili”. E allora succede che si chiede a una singola canzone di farsi carico di tutto, della rappresentazione, della responsabilità, della complessità, quando invece dovrebbe esistere un ecosistema culturale capace di moltiplicare gli sguardi. Io, nel mio piccolissimo, da quando faccio il cantautore, ho provato a muovermi dentro uno spazio sottile, evitando due trappole opposte: la narrazione miserabilista e quella folkloristica. Due scorciatoie diverse, ma ugualmente riduttive. Non per proporre “la versione giusta” del Sud, non ne sarei capace nemmeno volendo, ma per spostare lo sguardo. Per cambiare scenario e uscire da un’immagine già pronta. Per provare a raccontare un Sud che non sia solo memoria, appartenenza, ritorno, ma anche conflitto, trasformazione, relazione. E in questo senso, per me, la musica non è mai stata solo racconto. È sempre stata anche una forma di azione. Un modo per abitare i luoghi, non solo descriverli. Per attraversare le comunità, non solo rappresentarle. Per creare occasioni, relazioni, possibilità. La piazza, per me, non è mai stata una scenografia. È uno spazio politico. Un luogo in cui le persone si incontrano, si riconoscono, si mettono in discussione. Un luogo in cui la cultura può diventare pratica, non solo immagine. E dentro questo discorso faccio un po’ fatica a far entrare l’idea “turistica” del Sud. Perché troppo spesso, soprattutto in Calabria, la parola che torna sempre è una sola: turismo, turismo, turismo. Come se bastasse quello. Come se il problema fosse farsi vedere e non come si vive. Io ho sempre pensato il contrario. Se un territorio non produce qualità per chi lo abita, non sarà mai davvero attrattivo. Diventerà, al massimo, una vetrina. Un luogo da consumare, non da vivere. E allora anche certe narrazioni del Sud rischiano di andare in quella direzione. Di diventare coerenti con quell’idea lì: un Sud raccontato per essere riconosciuto, per essere venduto, per essere reso accessibile. Ma meno capace di interrogare davvero chi ci vive dentro. Per questo non ho mai sentito il bisogno di “difendere” il Sud. Semmai di attivarlo. Di complicarlo. Di sottrarlo tanto alla retorica quanto alla semplificazione. Di provare, nel mio piccolo, a rimetterlo in movimento. Perché il rischio, altrimenti, non è solo quello dello stereotipo. È quello della ripetizione. Un racconto che si replica, si riconferma, si consuma. E che proprio per questo, a un certo punto, smette di dire qualcosa. Non mi interessa stabilire se questa canzone abbia ragione o torto. Mi interessa capire cosa ci manca intorno. Perché se ogni volta che emerge un racconto riconoscibile del Sud scatta una reazione così forte, forse il problema non è quel racconto. Forse il problema è che non ce ne sono abbastanza altri. Il Sud non ha bisogno di essere difeso. Ha bisogno di essere moltiplicato. Raccontato da più voci. Attraversato da più linguaggi. Messo in discussione, anche. Io continuo a pensarlo così, da quando ho iniziato. Non un Sud da rappresentare una volta per tutte, ma un Sud da tenere aperto. E forse è da qui che il dibattito potrebbe diventare davvero interessante.

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