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Il diciassette di dicembre, si sa, è giornata, da sempre, alquanto particolare: a sette lunghezze...

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La biblioteca scomparsa (Sellerio, Palermo, 2024) di Luciano Canfora è una riflessione sul ruolo dell’intellettuale. La missione del dotto (di fichtiana memoria) diventa, adesso, quella di solidi intellettuali greco-egizi «rigorosamente selezionati dal sovrano, da lui protetti, liberi da preoccupazioni materiali». Ovvero, quella che nel saggio Politica culturale e politica della cultura, contenuto nel volume Politica e cultura (Einaudi, Torino, 1995-2005, p.22), Norberto Bobbio definisce «come politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura». I «dotti» della biblioteca di Alessandria – fondata e costruita nel III secolo a.C. dal faraone Tolomeo II detto il Filadelfo – «classificavano, dividevano in libri, ricopiavano, annotavano»; essi erano il prototipo di quella «politica della cultura» che si svolgeva in un luogo determinato, in un tempo determinato e sotto particolari condizioni. Questi intellettuali, non più randagi o chiusi in accademie o licei o sotto portici o dentro giardini (come gli antichi greci) e non ancora «chierici» (più o meno traditori), copisti in abbazie o in monasteri, erano – circondati da «mistero e riservatezza» – i custodi «di tutti i libri della terra». Canfora li descrive come gli interpreti più autorevoli di quella «teoria del tutto» che intendeva «capire» ogni cosa per poter «dominare» ogni elemento. «Visione abbagliante, poi sogno di scrittori fantastici». Il potere totale… Veri e propri intellettuali «allucinati», come probabilmente fu il Filadelfo, il cui soprannome vuol dire «chi ama i fratelli». Tolomeo II, in qualche misura, fu un Prometeo che aveva il sogno di donare agli uomini non il fuoco e le tecniche, ma la cultura e i libri. Non un sogno pratico; un miraggio da intellettuale idealista la cui fiducia nella natura umana e nel genere umano non ha fine. Un «ottimista della ragione», potremmo dire, capovolgendo la celebre affermazione di Antonio Gramsci. Luciano Canfora, da colto filologo quale è, tratteggia, perciò, un perimetro dentro il quale si muovono un peripato, un Museo, «una grande sala» e una biblioteca. In questo «luogo», scopriamo che la famosa biblioteca di Alessandria era, in realtà «uno scaffale, o più d’uno scaffale, ricavato lungo uno dei lati del peripato». Il «modello» egiziano era stato il mausoleo di Ramsete II a Tebe. Sulla base di due ingredienti (la continuità storica e le espressioni architettoniche più ricorrenti), Luciano Canfora imbastisce, retrospettivamente, un parallelo tra la visita dello storico Ecateo di Mileto al Ramesseum e quella del teologo bizantino Giovanni Filopono alla biblioteca di Alessandria (nove secoli dopo), che simbolicamente chiude il libro. E nel mezzo? Nel cuore della biblioteca aleggiano, come avrebbe amato dire Eduardo De Filippo Questi fantasmi: il primo dei quali è Aristotele, ma anche lo stesso Ecateo, e un anonimo (autore della Lettera di Ariostea). Ma non solo questi. «Distruzioni, rovine, saccheggi, incendi colpirono soprattutto i grandi addensamenti di libri, posti di norma nel centro del potere». La biblioteca ricadeva nella «città reggia» – nel quartiere detto «Bruchion» – all’interno del più vasto centro abitato «a forma di clamide» (cioè, come un rettangolo che finiva, in uno dei lati corti, a semicerchio) fondata dallo stesso Alessandro Magno. Questo «insieme degli scaffali sito nei locali del Museo» subì, nel corso mai facile degli eventi storici, numerose mutazioni. Per esempio, nel periodo della conquista araba del califfo Omar «cambiati erano ovviamente anche i libri, né solo nel contenuto. Non si trattava più dei delicati rotoli di un tempo, i cui avanzi erano finiti tra i rifiuti o erano sepolti tra le sabbie, ma di eleganti e solide pergamene rilegate in grossi codici, formicolanti di errori data la crescente dimenticanza del greco». Dapprima il Filadelfo aveva fatto rintracciare i testi sacri degli ebrei, poi le raccolte delle loro leggi … Adesso, la nuova temperie culturale aveva arricchito la biblioteca con «gli scritti dei padri della chiesa, gli atti dei concili, in generale le “sacre scritture”». E sulla biblioteca aleggia anche un altro «ospite inquietante» (tanto per citare Fridrich Nietzsche, che di esso ne è stato, tra l’altro,uno dei più noti distruttori): la «metafisica». Nel I secolo a.C., il grammatico Tirannione il Vecchio entrò in possesso dei «preziosi originali» delle opere di Aristotele. Costui affidò il lavoro ad Andronico di Rodi che, nel dividere queste opere in trattati (radunando nello stesso posto i soggetti che erano affini), si accorse che uno dei trattati rimaneva senza nome. Siccome questo scritto incognito veniva (all’interno del corpus aristotelicum ) subito «dopo» quello della Fisica, con un colpo di genio, Andronico lo chiamò, proprio:«Metafisica» (cioè, quello scritto che si colloca dopo» la Fisica aristotelica). E siccome, lo stesso Filadelfo, a suo tempo, avrebbe voluto entrare in possesso dei trattati di Aristotele e aveva, quindi, subito «la beffa di Neleo» (lo scolarca del tempo, il quale, in quanto tale, li doveva possedere), anche la storia della biblioteca di Alessandria si tinge, così, un po’ di metafisica. Anche perché l’incendio finale – quello «involontariamente appiccato da Cesare per difendersi» nel 48 a.C. aveva toccato solo dei «depositi portuali» pieni di libri – oltre che un fatto reale costituì anche un fatto metafisico: la leggenda, in questo caso, si incontra con la storia. Luciano Canfora ci dice che su ordine di Omar, il musulmano «Amr lasciò per sempre la casa di Giovanni. Ligio al responso del califfo, incominciò l’opera di distruzione. Distribuì i libri fra tutti i bagni di Alessandria perché fossero usati come combustibile delle stufe che li rendevano così confortevoli». Un fiammifero Minerva sta in una scatola piatta, di carta, con, in genere, dal lato opposto la pubblicità di qualche prodotto commerciale. Un fiammifero Minerva che, una volta acceso, serviva per «riscaldare i bagni pubblici». Così, in maniera del tutto metafisica, finiva il sogno di avere tutta la «cultura universale» in un posto solo.
