GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

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Il custode di Niccolò Ammaniti
«Solo le sorelle Vasciaveo sono in grado di fare un lavoro pulito e senza strascichi» scrive il bravo Niccolò Ammaniti ne Il custode (Einaudi, Torino, 2026). Dunque, siamo in presenza di tre distinti piani. Il piano organico (gli esseri umani e gli animali), il piano tecnico (le biciclette, per esempio) e il piano inorganico (il marmo, la pietra, la materia). «La chiamarono Medusa, che in greco antico vuol dire custode, perché il loro sogno era che un giorno diventasse sacerdotessa e custodisse il fuoco del tempio di Atena, la dea della guerra e della saggezza». Il «sacro fuoco» della saggezza e il fuoco (tutto «sangue e suolo», oltre che numerose «trincee d’acciaio») della guerra, sono accomunati dal fatto che la gorgone Medusa «l’abbiamo custodita e protetta, lavata e aiutata a fare la muta, come i serpenti». Ma chi è il custode? Nel suo La filosofia antica, Emanuele Severino scrive: «quanto alla parola philosophía (“filosofia”), che però compare nella lingua greca insieme a ciò di cui essa è il nome, essa significa, appunto, alla lettera (“philo-sophía”) “aver cura del sapere”». Il filosofo Nino Vasciaveo ha tredici anni. In questa storia – narrata con estrema cura da Ammaniti – Milo scopre l’amore, il mito, l’arida realtà siciliana, l’inganno, il disinganno, la bontà e la cattiveria tutte insieme. Un giorno nel suo paese, Triscina, arrivano Arianna (la madre) e Saskia (la figlia), abbastanza disastrate, in attesa di qualcuno che non potrà mai (più) arrivare. Il punto è che Ammaniti descrivendo la famiglia Vasciaveo (Agata, la madre, zia Rosi, la zia e Nilo, il figlio di Agata) fa intersecare i tre livelli di cui sopra si parlava. Da quello organico germogliano delitti e castighi, da quello tecnico, la morte di un ciclista francese e lunghe corse in bicicletta verso l’amore, da quello inorganico uomini «trasformati (…) in lastre di marmo che abbelliscono le case dei triscinesi». Il gioco è facile: dall’ontologia emerge l’epistemologia attraverso la tecnica. Morti ammazzati fanno emergere statue di pietra attraverso Medusa (il mito delle «tecniche» donate agli uomini dal titano Prometeo insieme, proprio, al «fuoco», è un discorso addirittura ovvio). In questo senso, il piccolo Milo, che si innamora non della figlia Saskia (di dieci anni), ma della madre Arianna (di trentatre) è il custode della filosofia ed è, anche, la filosofia del custode. Egli è il custode della filosofia perché «Teodoro aveva messo una taglia sulla testa di Medusa, ma la mia famiglia la nascose in una botte e la portò con una trireme in Trinacria, l’attuale Sicilia. Sbarcarono vicino Agrigento e da allora sono passati millecinquecento anni». Invece, la sua filosofia del custode è tutta racchiusa in queste parole: «nessuno dei miei compagni poteva immaginare che i Vasciaveo avessero poteri che gli X-Men se li sognavano». Niccolò Ammaniti tratteggia, dunque una storia nella quale «in tv aprivano i pacchi» e «un fattorino di Amazon era morto per colpa mia e avrei finito i miei giorni in galera», ma non solo. Se, etimologicamente, la parola «filosofia» vuol dire «amore del sapere», allora l’io narrante (nonchè protagonista) Milo custodisce il «sapere» dei segreti e delle contraddizioni della sua stessa esistenza. In questo senso, questa «favola nera» di Niccolò Ammaniti, in fondo, è la perimetrazione esatta di una vita evidentemente «pietrificata». La nostra.
