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UNA CAMPAGNA NATA DAL CAMPO

Lettera aperta alla città di Reggio Calabria

di Giuseppe Foti, educatore psichiatrico

Cara Reggio Calabria,

ti scrivo il giorno dopo. Con gli occhi stanchi e il cuore pieno di qualcosa che non ha ancora trovato il nome giusto.

Non è delusione. Non è rassegnazione. È la sensazione di chi ha detto quello che doveva dire, nel modo in cui lo sentiva, senza chiedere permesso a nessuno. E ora ascolta il silenzio che viene dopo.

Ho scelto di candidarmi partendo da un posto che la politica quasi mai raggiunge. Non da un partito. Non da una rete di relazioni. Da vent’anni trascorsi in quella zona di confine dove il mondo ordinario finisce e comincia qualcosa che la maggior parte delle persone preferisce non guardare.

C’è una categoria di persone che le nostre comunità hanno imparato a rendere invisibili. Non con un atto deliberato. Con qualcosa di più sottile e più pervasivo: l’abitudine a non vedere. La normalizzazione dell’assenza. Il silenzio istituzionale che si sedimenta anno dopo anno fino a diventare paesaggio.

Sono le persone con un disturbo psichiatrico che aspettano da undici anni un ricovero che non arriva. Quelle con una disabilità che ogni mattina affrontano una città che non è stata pensata per loro. Le famiglie che reggono da sole pesi che le istituzioni hanno già depositato ai margini della propria coscienza. Gli operatori che lavorano nell’ombra, senza riconoscimento, con risorse sempre più esigue, tenendo in piedi pezzi interi di welfare che nessuno vede e che tutti danno per scontati.

Ho scelto di portare questi volti in politica. Non come categoria da difendere nei convegni. Come persone da raccontare nei luoghi dove si decide.

È un gesto che ha qualcosa di profondamente antropologico. Ogni comunità umana si definisce da come tratta chi abita i suoi margini. Non nelle giornate dedicate, non nei comunicati stampa, non nelle fotografie con lo sfondo emotivo giusto. Ogni giorno. Nel linguaggio che sceglie, nelle risorse che destina, nell’attenzione che riserva a chi non ha voce abbastanza forte da farsi sentire da sola.

Ho trascorso vent’anni in quella zona di confine. Ho imparato che il confine non è dove pensiamo. Che la fragilità non appartiene ad alcuni e non ad altri. Appartiene a tutti, in momenti diversi, in forme diverse. Che la differenza tra chi viene visto e chi non viene visto non è nella condizione delle persone. È nello sguardo di chi guarda. E quello sguardo si può educare, si può spostare, si può portare nei luoghi dove le decisioni vengono prese.

Ho trovato un territorio segnato da silenzi istituzionali profondi. Servizi smantellati pezzo per pezzo. Cooperative psichiatriche in crisi da anni. Pazienti spostati lontano dalle famiglie come pratiche amministrative da smaltire. Un linguaggio pubblico che usa la fragilità come sfondo emotivo per il consenso e poi la dimentica il giorno dopo le elezioni. Una politica che scopre la disabilità in campagna elettorale e la perde di vista in bilancio.

Ho cercato di interrompere quel silenzio. Con i dati, con le denunce, con la presenza nei luoghi dove quelle storie si vivono ogni giorno. Con la convinzione che la cura non sia una prestazione sanitaria ma l’essenza stessa di quello che siamo gli uni per gli altri. Che una città si misura non dalla bellezza delle sue infrastrutture ma dalla qualità dell’attenzione che riserva a chi è più esposto.

Non so se ci sono riuscito.

So che alcune persone lo hanno sentito. Una in particolare si è alzata, ha fatto i documenti necessari, è andata a votare da sola. In silenzio. Per sua scelta libera. Era un paziente. Quando me lo ha raccontato nei dettagli, con quella precisione che a volte sorprende chi non conosce certi mondi dall’interno, mi sono fermato.

Perché in quel gesto c’era qualcosa che nessuna analisi politica riesce a contenere. La prova che il riconoscimento, anche il più piccolo, anche il più silenzioso, può diventare un atto di esistenza per chi troppo spesso non viene visto. Che le persone che la società ha già deciso di archiviare hanno ancora una capacità di risposta, di scelta, di partecipazione che stupisce solo chi non le ha mai davvero incontrate.

Il risultato elettorale appartiene a questa notte. Le persone che ho cercato di raccontare appartengono a ogni notte. Continuano ad aspettare. Continuano a navigare nel mare dell’esistenza cercando qualcosa che assomiglia a un approdo.

E il silenzio intorno a loro non è cambiato con uno spoglio.

Io resto qui. Dove sono sempre stato. Nel campo. Non sul palco. Con la stessa convinzione con cui ho iniziato questa esperienza inaspettata: che certe cose vadano dette. Che il silenzio, quando si conosce la realtà dall’interno, sia una forma di complicità che non posso permettermi.

Questa non è una lettera di addio. È una lettera di inizio.

Nessuno escluso mai.

Giuseppe Foti

Educatore psichiatrico

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