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Mediterranea

UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA

In questo libro, «si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi si sta conducendo, perché nel bene e nel male, la Russia è per me una questione di famiglia: il nostro asse verticale», afferma Emmanuel Carrére nei riguardi di questo denso Kolchoz (Traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi, Milano, 2026). Idee che sono sospese, idee che transitano da una sospensione a un ascesa – appunto verticale -, dal passato al presente: la Russia, terra di origine materna, diventa per l’autore l’occasione per fare un po’ di conti. Un po’ di conti con la propria «famiglia»; prima fra tutti, con sua madre. Hèlène Zaurabichvili «ha passato tutta la vita a osservare la Russia, a scrivere della Russia, ad amare la Russia». Questa giovane donna, per metà georgiana, ha una spina dentro al cuore, suo padre Georges. Sospeso a metà tra un finale di vita che non si conosce e non si conoscerà mai, costui «aveva una passione per le idee e un talento per l’acredine». Che idee? Una «passione per la filosofia più astratta e speculativa». Idee paterne (sospese come la sorte che è toccata al loro stesso portatore), che giungono alla figlia; «in realtà via via che invecchio, quel che più mi interessa è la dimensione verticale. Non tanto i miei amici e i miei amori, quanto i miei genitori e i miei figli, il bambino che sono stato» scrive Carrére. Dal passato di Georges, emergono idee che formeranno – nella loro sospensione metafisica – la trama e lo spessore della personalità della madre dell’autore. E che, come di rimbalzo, costituiranno il cuore di Louis Carrére d’Encausse, marito di Hèléne; «lei ha aperto a mio padre la porta di un grande sogno, la Santa Russia, la nobiltà gallonata, i protagonisti della grande storia». Il padre di Emmanuel Carrére, nelle proprie ricerche genealogiche, rincorre i grandi della terra, le ascendenze regicide, un mondo aristocratico completamente spazzato via dal comunismo di Lenin. «Una questione di famiglia», dunque, questa Russia rispetto alla quale, Hèléne «considerava Putin un autocrate e un interlocutore brutale ma a suo modo affidabile, con cui si poteva discutere se si conoscevano e si accettavano le regole della Realpolitick». Chi era questa, probabilmente ingombrante, madre, dunque? «Il meno che si possa dire è che mia madre non ha mai avuto simpatia per il comunismo, ed è chiaramente diventata quella che si dice un intellettuale di destra». Fra gli alti e i bassi della vita, l’esistenza di Emmanuel Carrérè corre parallela a quella dei propri genitori. Fra gli alti e i bassi della vita quella dei suoi genitori corre fra le gesta (e le orme) del generale romano Pompeo e, come detto, per Héléne, del padre Georges: «quel padre che lei amava e di cui non si era nemmeno sicuri che fosse morto e di cui era meglio non parlare». Pompeo aveva attraversato, con le sue legioni, i Pirenei, tra la conquista della Spagna e quella del Caucaso. La nonna paterna di Emmanuel Carrére «ha scelto di conservare il cognome da nubile, Dencausse». La sua famiglia proveniva dal piccolo villaggio di Encaussse nel quale Pompeo si fermò. Le acque di quel luogo guarirono i legionari di Pompeo dalla malaria. Ma si può guarire davvero da una scelta di vita nei confronti del «realismo, l’istituzione contro la ribellione, il campo dei padroni»? Si può guarire dall’«orrore per il regime o la nostalgia per la patria»? Si può guarire dallo «sbalorditivo ottimismo di nostra madre, la sua infinita malafede, il suo inossidabile vigore»? Emmanuel Carrére non ce lo dice, e fa bene. Sappiamo solo che, a un certo punto, Hèléne ha avito un amante e che «aveva rinunciato all’amore perché mio padre non si uccidesse ma, costringendola a farlo, mio padre ha perso per sempre il suo amore». Dunque, Louis «è diventato, senza fra rumore, un uomo molto infelice». A modo suo. Infelice come Héléne, a modo suo. Entrambi sospesi in quel mondo di idee ascendenti che la Russia è.       

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