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UNA SEMPLICE CAROTA

Van Gogh di Massimo Cacciari

Inquietum è il cuore di ogni cosa» scrive Massimo Cacciari in questo suo Van Gogh. Per un autoritratto (Morcellania, Brescia, 2005). E, facendo un riferimento a Cézanne, il cui «problema» torna in Van Gogh: «Per piani di colore, modulando colori, parlando in colori, il nostro cervello e l’universo possono incontrarsi. Una semplice carota, con questo occhi, può essere vista sub specie aternitatis“.

La cosa, la carota, i girasoli, gli autoritratti, le scarpe, i cipressi e gli olivi di Saint-Rémy urgono, ribollono e scintillano. Vogliono venire fuori; probabilmente: anche dal dipinto. Vincent Van Gogh, nel cammino dei mutilati, diventa un viandante. La sua strada è una passione; anzi è la stessa Passione: la Passione di Cristo.

Ma per subire e attraversare fino in fondo tale cammino, egli ha bisogno di fare propria la vita del cane. Vero e proprio prototipo della vita dell’idiota, del folle, dello straniero e del non-nato; il lobo dell’orecchio sinistro viene levato via con un rasoio; un colpo di pistola al petto, ad Auvers-sur.Oise; bisogna risvegliare il mattino nella notte del mondo.

Al culmine della disperazione Emil Cioran vedeva l’amore. Non diversamente, Massimo Cacciari indica una possibile via di fuga per Van Gogh; “Diviene pane soltanto il grano macinato – dirà in una lettera -, ma perché questa trasfigurazione avvenga occorre prima essere seminati e fiorire. (…) Per sgelare il colore bisogna toccarlo, premerlo, avvertirlo, macchiarsene – non accogliere semplicemente, ma assumere in sé la miseria del Borinage, la rovina di Sien – vedere nell’entusiasmo del campo di grano maturo la morte del seme, la macinazione del frutto: patire intero questo movimento, e berne come da una linfa”.

Tale macinazione del dolore è necessaria allo straniero per attraversare la strada che conduce nel luogo dove uomini, cose, carote, girasoli sono destinati a stare e a non dileguare. Per far questo è necessario a Van Gogh il colore. E col colore anche la dissonanza. Colori che non si armonizzano fra loro conducono all’evidenza quella semplice carota. Per contrasto, per mancanza di sintonia, per contraddizione. Ciò che si manifesta nel pittore di Zundert è “Il divino pathos di ogni cosa nel suo intrinseco conatus a rivelarsi e ad ascoltare-dialogare con ogni altra, a riconoscersi in questo ascolto, che non fa uscire da sé ma riconduce a sé stessi”.

Il movimento a perseverare in sé stessi, derivato da Spinoza, serve a Cacciari per indicare quell’ inquiteum, quel polemos, quella urgenza di rappresentare e raffigurare che Van Gogh conosce dentro la propria psiche e che le cose hanno in sé. Solo “macinando” tutto il dolore del mondo, tutta la Passione di Cristo, tutta quella “sradicante radice”  che ognuno di noi si porta dentro, si può attraversare la notte. Il mattino non era affatto morto. Il mattino, in realtà, stava solo dormendo. Per svegliarlo e svegliarci cosa occorre fare?  “Lo stesso splendore del colore assume tutta la violenza del suo pathos solo quando è in gioco, sullo sfondo della sua possibile catastrofe”.

Occorre, dunque, fare esperienza della catastrofe. Occorre dipingere! Il catastrofico post-impressionista Vincent Van Gogh rinviene, allora, l’orizzonte dell’eternità della cosa nello stesso istante in cui la osserva come cosa che dilegua. E lo fa attraverso la forma pittorica. La cosa, la carota, la scarpa, i paesaggi di Vincent non sono “Il fenomeno esterno che la pittura riproduce, ma la pittura manifesta la cosa attraverso l’esperienza, il pathos che la cosa avverte di sé stessa”.

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