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VALANGHE & SIGLE: L’era dell’acquario di Fabio Bacà

Mai letto un romanzo così pieno di sigle e di valanghe (di esse almeno due, sono veramente notevoli) rispetto a questo L’era dell’Acquario di Fabio Bacà. Iniziamo dalle sigle. ADG Artistic’s Management. WMS Star Management. D-metanfetamina cloridato. AMA (Auto Mutuo Aiuto). NDE (Near Death Experienze). CMT (Charcot-Marie-Tooth). EOC (Ente Ospedaliero Cantonale). Poi, passiamo alle valanghe. «Il corpo che aveva trovato apparteneva a un assassino di giovani donne. La valanga era sopraggiunta a travolgere vittima e omicida per puro caso, ipostasi accidentale della giustizia divina». «Quell’uomo sarebbe morto e il mistero della sua vita l’avrebbe travolta come una valanga: l’avrebbe seppellita e immobilizzata sotto metri di neve». Da valanga a valanga il romanzo si dipana attraverso elementi del tutto eterogenei: una sex influencer, uno scrittore morto due volte, un acquario vero e proprio (con cinque pesci dentro), la disabilità, una antica comune di hippies degli anni Sessanta, una poesia recitata durante un Poetry Slam, il sentimento dell’odio, una forma di depressione che coglie una giovane moglie e madre, una mania religiosa e, finanche, qualcuno che «che aveva visto delle cose. Che aveva sentito delle voci. Che aveva parlato con persone morte da anni. Che aveva parlato con qualcuno che chiaramente non era una persona». Fabiò Bacà è indubbiamente bravo; il suo romanzo funziona. E funziona a tal punto che riesce a farci percepire che «qualcuno dietro di loro disse che un chiaroveggente cileno aveva predetto che la fine del decennio sembrava astrologicamente propizia a un terribile evento planetario (…) dopo il quale sarebbe iniziata l’era dell’Acquario, una lunghissima fase di spiritualità e fratellanza». Bacà ci fa intuire molte più cose di quelle che afferma (o che nega). Samuele Dioli è un giovane ragazzo affetto da una disabilità che lo costringe in una sedia a rotelle. Nella sua camera di Bassano del Grappa ha un acquario con tre guppy, un Ancitrus e un corydoras. Questo acquario riflette la visita della sua ritrovata zia, Samuela/Chloe. E riflette anche una specie di tragedia familiare passata che ha i contorni, insieme, di una farsa e di una terribile fatalità. C’è uno scrittore, padre di Samuela/Clohe e di Paolo (a sua volta, padre di Samuele) che ha vissuto un esperienza di premorte a causa del fatto che è stato atterrato, insieme alla moglie Helene, quasi quarant’anni prima da una valanga. Ma questo acquario riflette, infine, anche L’era dell’Acquario che non era quella promessa ai giovani  Dario Weber e Hanna Brunner, da un improbabile Maestro (elementare) di una comunità di hippye. Insomma, Fabiò Bacà ci lascia intravedere che dentro alla mancanza di senso delle molteplici valanghe nelle quali sono precipitate, oggi, le nostre vite e dentro al rifugio che tutti cerchiamo nella tecnica (Instagram e OnlyFans non sono, forse, delle sigle anch’esse?), una possibile via d’uscita ci potrebbe, pure, essere. Bacà tratteggia i propri personaggi col goniometro. Ci informa, anche, che nel «bel mondo milanese» vige la «vita brillante, fastosa e insensatamente comoda dell’influencer», la quale si rende conto che «il problema è che non ho niente di importante a cui pensare». Tra Lugano, Roma, Milano, Bassano del Grappa si dipana, quindi, la vita di Chloe (in realtà, Samuela) che indossa una maschera, esattamente come suo fratello Paolo a Bassano, per non rivelare a nessuno niente di sé. Probabilmente sia Samuela che Paolo hanno sbagliato tutto nei riguardi del loro anziano padre. E non si sono affatto resi conto che «ciò che contava era la fede, non l’oggetto della fede in sè», come dice Bacà citando Lao-tzu. E se conta solo la fede allora ci si può affidare anche alla venuta di una nuova Era dell’Acquario nella quale i morti parlano, le madri lasciano per sempre mariti e figli disabili, libri come Il frontaliere, nello stesso momento, affermano e negano la verità, e nella quale «lo straordinario fenomeno che affermò di aver vissuto nelle ore passate in agonia sotto la neve» costituisce l’occasione per un padre assente di fare un po’ di ordine tra la realtà e il mistero. L’era dell’Acquario di Fabiò Bacà, nonostante l’enorme mole di materiale che c’è dentro, è un romanzo che tiene. La storia che racconta potrebbe essere schematizzata in maniera molto semplice. La scrittura dell’autore è fibrillante ed esplosiva. Il risultato finale non è la restituzione dello specchio dei tempi che stiamo vivendo. Piuttosto: il segno di un passato che non può che ritornare. Ciclicamente. A partire dall’Era dei Pesci, per esempio.

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