LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI ALEC ROSS: METTERE INSIEME INTELLIGENZA E SAGGEZZA
Son 192 pagine, che l’editore Feltrinelli ha spedito in libreria lo scorso ventisei di maggio....

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Il Cardinal Battaglia: la politica come arte liturgica e il sangue di ogni bambino di Gaza…
Cominciamo dalla fine. Anzi, dai paragrafi conclusivi. Perché per comprendere la portata dirompente di una predica scritta con penna intinta nell’inchiostro rosso custodito dal cuore di un padre è opportuno porre sul tavolo della vita nostra quei passaggi che indicano, a lettere chiare, i tratti salienti di un servizio…
Ma… andiamo con ordine!
Napoli è in festa: o, meglio, Napoli si ferma come il mare quando il vento si placa. È un placarsi interiore, la sensazione di una giornata di festa, di fede, di identità. Le strade si fanno navate, i balconi cantorie, la città una cattedrale intera. Al centro, non un oggetto, ma un segno: un’ampolla, un sangue, un nome — Gennaro. Qui celebriamo non un trofeo, ma una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli.
È con queste parole che il Cardinale Arcivescovo della città partenopea, don Mimmo Battaglia, da’ inizio alla predica sua. Al momento giusto, durante il solenne Pontificale del dì di festa.
Ma è sull’ultimo tratto omiletico che il Cardinale, parlando al popolo affidatogli dal buon Dio, si rivolge all’umanità tutta, in special modo a noi calabresi, chiamati, in queste settimane, a sfogliar programmi e a guardar facce appiccicate sui muri dei villaggi nostri.
Ecco don Mimmo: la questione meridionale non è un capitolo archiviato: è una pagina che chiede inchiostro nuovo — lavoro, scuola, cura, cultura. E necessita non di amministratori dell’emergenza, ma artigiani di futuro. Perché la politica, se è degna del suo nome, è un’arte liturgica: mette ordine non per ornare, ma per servire.
La politica, dunque, è arte liturgica.
Ma, rileggiamo il successivo passaggio – decisivo! E guardando all’Italia intera – scrive il Cardinale Battaglia – lasciamo che i numeri si facciano volti: giovani legati al precariato come a una zattera; anziani costretti a scegliere se curarsi o mangiare; famiglie che contano i centesimi come si contano i respiri. È qui che si misura il Vangelo: «Ero affamato… ero assetato… ero forestiero…» — non come metafora, ma come agenda. “Cosa possiamo fare?” — mi chiedete. È la domanda di Pietro quando la barca scricchiola. Il martirio che ci è chiesto oggi non è quello del sangue, ma quello della coerenza. Della mitezza ostinata di chi non si lascia comprare. Della pazienza creativa di chi educa senza scorciatoie. Della fedeltà operosa di chi serve i poveri senza altarini. Della sobrietà lieta di chi spende meno per sé e investe su chi non potrà restituire. È il martirio dell’attenzione: costa più dell’oro. Ma il Vangelo – chiosa l’Arcivescovo napoletano – non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. È regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è tavola che allarga i posti, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà con muri e con rotte ciniche, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali: scuole per i figli dei poveri, mercati che chiudevano la domenica, comunità che fondavano legami. Non nostalgie, ma disciplina di futuro.
Soltanto accettando nell’esistenza nostra questi concetti, sposandone senso e conseguenze, potremo allor comprendere la… prima parte omiletica. Lì don Mimmo Battaglia, muovendo, oseremmo dire, dal sacrificio del Santo Patrono – Gennaro non scelse di salvarsi: scelse di donarsi. E il sangue, che i violenti credettero sigillo d’oblio, divenne voce: voce che ancora predica alla città e la chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo, più di ogni prudenza. Guardiamo quel segno non con superstizione, ma come invito a scommettere tutto sull’Affidamento – il Cardinale sprona il popolo suo, e noi tutti a… mescolare il sangue di San Gennaro al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore. Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima — bambini, donne, uomini di ogni popolo — e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. E oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono “altre” lacrime: tutta la terra è un unico altare.
Ed ecco l’appello di don Mimmo, chiaro, diretto, senza garbo diplomatico: Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.
E poi, quasi brandendo la Croce, con quel trentatreenne lì appeso ma che da lì spiccò il volo della vittoria, il Cardinal Battaglia urla, con tutta la forza che solo il Vangelo può far sbocciare in un Uomo: ma oggi — davanti al sangue del martire — ti chiamo per nome: tu, Israele, fermati. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani. Non ti chiedo debolezza: ti chiedo grandezza. La grandezza di chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta.
E siccome il don Mimmo Battaglia è vescovo coi piedi ben piantati nell’oggi, anche se il cuore scruta oltre l’orizzonte umanamente visibile, che esorta e pungola e analizza e suggerisce, non può non rivolgersi a quanti, eletti dagli Uomini e dalle Donne, son chiamati a gestir le sorti loro: la menzogna comincia dalle parole, soprattutto da quelle ambigue, anestetizzate: i droni sono fucilazioni telecomandate; i “danni collaterali” sono bambini senza volto; una spesa militare che supera scuola e sanità non è sicurezza ma suicidio collettivo. Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Questa è l’unica geopolitica evangelica degna del Nome che invochiamo. (…) Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, alle istituzioni di questa nostra unione, alla Knesset, ai governi, ad ogni comando militare: fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. Non si costruisce pace con check-point e interruzioni di vita, ma – ribadisce con veemenza il Cardinale – con diritto eguale, sicurezza reciproca, misericordia politica. Il sangue gridato dalle macerie non è un argomento: è un’anafora di Dio che ripete: Che ne hai fatto di tuo fratello?
Sono tanti gli Uomini e le Donne, da Sud a Nord, isole comprese dell’Italico Stivale nostro, ad ammirar Battaglia don Mimmo…
Quanti di noi, però, stanno, in questo preciso istante, decidendo di vivere nella propria vita le parole pronunciate dal Cardinale Arcivescovo di Napoli?
È semplice e facile postar sui social la predica di un vescovo: è complicato, forse pure controproducente, esser consequenziali, concretamente, a quanto letto.
Tuttavia: mai dire mai. Chissà, proprio oggi, io per primo, troverò il coraggio di render l’esistenza mia davvero parte integrante, che agisce e si sporca le mani, della grande famiglia umana.
Magari, sullo sportello del frigorifero, in cucina, appuntiamo con una calamita un foglietto con scritto… disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede. Donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma cambiano la vita. Guarda la Palestina, guarda l’Ucraina, guarda i Sud del mondo: quanti non hanno più lacrime e ci prestano i loro occhi. Fa’ che la pace non sia uno slogan, ma una pratica. Fa’ che ogni comunità diventi sala d’attesa di resurrezioni: mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa, lingua per chi non sa parlare, compagnia per chi non regge da solo. E qui, nella nostra città, fa’ che sotto ogni balcone si veda un ragazzo con un libro e non con un’arma; che ogni cortile sia un campo di gioco e non di spaccio; che ogni impresa pulita valga più di qualunque denaro sporco.
