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“LA POTENZA INCONDIZIONATA DEL LOGOS”, Giovanni Gentile visto da Massimo Donà

1. Prisma. Massimo Donà, in questo suo Un pensiero sublime. Saggi su Giovanni Gentile (Inschibboleth, Roma, 2018) ravvede da principio un prisma. Precisamente: «il prisma del pensiero in atto». Come tale, esso riflette la molteplicità delle sfumature di quel fenomeno particolare che è il sentimento. Dunque, all’inizio c’è un’identità. Ma questa identità è un processo. Anzi, fuori da questo processo non c’è nulla. E questo stesso processo è il divenire. Tale movimento germoglia da un brulicare e da in inquietudine originaria; anzi, esso stesso è tensione. L’atto originario non è che un atto di questo processo; è il pensiero. Il pensiero, però non ha, al di fuori di se stesso, null’altro che se stesso. La realtà, perciò, è ancora pensiero che non è mai stabilizzato. Non è mai in «quiete» come voleva Hegel. E’ solo un momento di quella dialettica (essa stessa, movimento) che si muove tra pensiero ed essere. A questo punto, l’essere, cioè la realtà, si risolve in una x; è una grande incognita. Così come un altra incognita (una y) è l’atto originario, primigenio, «intrascendibile» dice Donà. Questo atto originario (in cui, il nostro Io si riconosce spirito; identità spirituale) non viene posto; non ci sono presupposti – ancora contro Hegel. Allora, «il suo costituirsi sempre in virtù di una mediazione da concepirsi come identità dei diversi, dice l’atto del vero Inizio». Adesso tutto è chiaro! C’è un sentimento alla base, la cui espressione concreta è «la potenza incondizionata del logos» che, come al solito, obbedisce al principio di non-contraddizione e opera le distinzioni.

2. Una parziale esclusione. Certo, noi sappiamo, che la parte non è il tutto. Ma cos’è il tutto? Il tutto è quell’inizio nel quale pensiero ed essere sono la stessa cosa e vivono, solo, nella loro relazione che non è, ancora, un’opposizione. Ecco perché tutto brulica ed ecco perché il pensiero umano è un «inquietudine irresolubile». L’atto originario è, in definitiva, un pensiero che è la stessa cosa della realtà ma che non sa di esserlo. Un magma! Pian piano, l’essere si distacca dal pensiero per non distaccarsene mai. Molto istruttive sono le formule che Massimo Donà trova a questo riguardo. «Forma di un contenuto o contenuto di una forma». «Il non essere altro dell’altro». «Due in Uno». «A spiegare, è dunque qui (…) quel che va spiegato». Gentile «sa di non sapere perché è un filosofo impegnato a cercare una verità che non troverà mai avendola già da sempre trovata».  In soldoni, questo vuol dire che il nostro Io è originariamente percorso da una tensione. E’ già in movimento. Questa tensione è composta da pensiero e azione, che sono la stessa cosa. Pensiero e azione cominciano a differenziarsi lungo il corso di uno «svolgimento». L’Io pensa la realtà e nel fare questo nega la realtà. Dunque? «Il pensiero non ha altro oggetto che sé medesimo». E’ come se nel pensare la realtà, il nostro Io si trovasse di fronte a un limite che esso stesso ha posto. E questo limite non è dovuto ai vincoli e agli ostacoli che, come tutti sappiamo, la realtà ci mette di fronte ogni giorno. No. E’ dovuto a un narcisismo generato dalla sua stessa autocoscienza. L’io ha posto questo limite – ecco un altro bel prisma – solo per riflettere la sua stessa natura «incondizionata» davanti alla quale la natura stessa è «impotente». L’io, insomma si «sfida»: pone la realtà per dirsi esso solo reale. Con una parziale esclusione: il finito è sempre quello che, lo vogliamo o no, abbiamo davanti.

3. Non restare chiuso qui. Pensiero e solo pensiero. Va bene. Ma pensiero attuale, generato da un atto; attualismo della realtà. Grazie alle cellule staminali presenti nel  corpo della lucertola, essa può perdere la coda e vederla rigenerarsi. La coda persa è la parte. La lucertola (con la coda) è il tutto. Per Giovanni Gentile, non vi è differenza tra la parte e il tutto. Massimo Donà lo dice a chiare lettere: «Se ogni pensato disegna e genera il relativizzarsi dell’assoluto pensare, questa assolutezza dovrà comunque potrà comunque rinvenirsi in ognuna delle sue specifiche relativizzazioni». Nella parte c’è, ancora, il tutto (la lucertola iniziale); nel tutto c’è ancora la parte (la coda caduta). E’ un po’ come con i frattali …

4. Conclusione. Un singolo processo nel quale non c’è inizio ne fine. Solo due incognite; una x e una y. Questa è la vita per Giovanni Gentile. Come diceva Massimo Cacciari Dell’inizio e Della cosa ultima nulla si può sapere. E nel mezzo? Nel mezzo ci siamo noi alle prese coi problemi di ogni giorno. La realtà esiste, per Giovanni Gentile, solo che è il nostro pensiero sulla realtà. Ma non solo: essa è il nostro momentaneo e istantaneo pensiero sulla realtà. Un pensiero attuale o un attuale pensiero grazie al quale riusciamo a muoverci in questo mondo. Questo pensiero è il momento presente e il presente momento. Il presente attuale. Vero e proprio «buco» dentro la successione di tutto quello che passa, davanti e dietro di noi, e che a volte sembra travolgerci e altre volte entusiasmarci. L’attualismo gentiliano, per Massimo Donà, è «io sono il mio pensiero» che non è nulla di diverso dalla mia azione. Il mio Io ha ha che fare con «quell’essere oscuro, inattingibile che ogni uomo vede nel fondo del proprio animo, e che si dice senso, o temperamento, o natura». Nell’eterno svolgersi degli eventi, ci potrebbe essere una mancanza di senso. Giovanni Gentile è sicuro che non sia così. Il fatto che il nostro pensiero e la realtà, come con una lucida intuizione aveva già capito Parmenide, fossero già da sempre unite, fa si che «il rimedio non sia peggiore del male»: perché anche il male, in fondo, è un mio pensiero. Sta qui il Pensiero sublime del filosofo di Castelvetrano.

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